Sms, feste, calendari, lotterie, piante, concerti, mele, pigotte, salvadanai, cene, partite di calcio, di tutto e di più, ad un solo grido: beneficenza!
Quante volte ci siamo imbattuti in iniziative benefiche, dalle varie forme, organizzate a livello locale, nazionale o internazionale? E quante volte abbiamo messo "una mano al cuore e una al portafogli" per le più disparate cause? Quante, ci siamo chiesti che fine avrebbero fatto le nostre donazioni?
Di fronte a questo genere di iniziative aleggia sempre una certa diffidenza, istintiva o ragionata che sia. Certo, spesso, pur di non donare, la diffidenza è solo una sbrigativa e perentoria giustificazione da dare agli altri e (soprattutto) a se stessi, per mettere a tacere, in un colpo solo, interlocutore e coscienza.
Ma la diffidenza non va del tutto condannata, purtroppo: non è raro, infatti, che il termine “beneficenza” venga usato impropriamente, in buona o cattiva fede.
Tralasciamo la casistica della truffa, ci addentreremmo in meandri estremi e inutili alla discussione: una truffa si definisce da sé.
Piuttosto consideriamo quelle iniziative che mascherano dietro il termine “beneficenza” una serie di opportunità di lavoro (e guadagno) per coloro che ne sono coinvolti.
Non è facile affrontare il tema in quanto è innegabile che qualsiasi iniziativa, anche la più semplice, comporti un minimo di manodopera impiegata e di spese. Per la prima si può far ricorso a volontari che credano nella causa benefica e impieghino tempo ed energie a titolo gratuito. Per le seconde, al di là di qualche servizio che si può ottenere gratuitamente come forma stessa di beneficenza o come “merce di scambio” per una sponsorizzazione, c’è poco da fare: il lavoro è lavoro e come tale, quando affidato a terzi rispetto ai promotori dell’iniziativa, va retribuito. Poi ci sono tasse, imposte, spese inevitabili e insostituibili. Quanta parte delle donazioni arriva quindi ai proclamati beneficiari? Quanto invece si perde tra spese e remunerazioni?
E' questo scarto a determinare la vera natura benefica di un'iniziativa ed è attorno a questo scarto che si gioca la credibilità delle stesse iniziative. Non sempre si tratta di piccole differenze: eventi che annoverano un pubblico pagante (tanto numeroso da riempire un palazzetto dello sport come quello di Andria), contributi pubblici per decine di migliaia di euro, sostegno di numerosi sponsor e ospiti di richiamo (tutto, ovviamente, al grido di "beneficenza!") possono portare a donazioni di poche centinaia di euro, a fronte di incassi anche cento volte maggiori.
E' ciò che residua, dopo aver affrontato i costi di artisti, manodopera (evidentemente non volontaria), servizio di sicurezza, noleggio di strumentazioni, diritti SIAE, stampa, pubblicità e via dicendo. Si tratta dei resti, appunto.
La beneficenza è ciò che avanza, non ciò che viene donato, e può anche capitare che non avanzi nulla, con buona pace di chi ha donato, con amore e fiducia, talvolta anche con sacrificio. E' già successo, più di una volta, e succederà ancora se non verrà stilato, una volta per tutte, un codice etico che regolamenti questo genere di iniziative.
Sia chiaro: non è mia intenzione screditare le iniziative benefiche, tutt’altro! Piuttosto, l’intento è di dare maggiore credibilità a quelle che lo sono davvero e creare (o tentare di farlo) un meccanismo virtuoso che garantisca benefattori e beneficiari.
Nel prossimo appuntamento di questa rubrica si cercheranno di delineare i primi tratti di questo codice etico, una sorta di decalogo della beneficenza, confidando anche nel prezioso contributo di voi lettori.
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