Il racconto

E anche Marano si mise a piangere

La morte di una ragazzina contribuirà a cambiare la storia nel quartiere Grotte di Sant'Andrea

Attualità
Andria domenica 16 luglio 2017
di Vincenzo D'Avanzo
una abitazione nelle grotte di Sant'Andrea © n.c.

Quel pomeriggio u fernoir era di buon umore: la giornata gli era andata proprio bene. Era un sabato di metà luglio del 1953 e molte donne avevano fatto il pane, la focaccia e diverse “piur la tiedd”. Il buon giorno lo aveva colto sin dal mattino quando passò per le case delle sue clienti (di esse egli conosceva bene le abitudini e le ricette e non poche volte egli stesso le passava alle meno esperte) a chiedere se avevano bisogno della tavola per il pane. Vide che molte avevano intenzione di fare il pane e scappò a svegliare il garzone perché gli desse una mano. Evidentemente in molti avevano programmato una gita al mare per la domenica. Gli uomini quel giorno lo dedicarono a preparare il traino, montare sopra la racn per proteggere i passeggeri dal sole e mettere gli assi per farli sedere, le donne erano intente a organizzare le vettovaglie. Di gite al mare se ne facevano massimo un paio e quindi doveva essere un piacere da vivere e raccontare. In queste circostanze il fornaio rubacchiava un po’ di pasta per il pane, qualche cucchiaio di olio dalle focacce e qualcosa dalla tiedd che poi sistemava per bene in modo da non farsi accorgere dell’ammanco. Il ricavato del furtarello all’inizio serviva per la sua famiglia, non potendo chiedere per il servizio che qualche spicciolo. Girando per le case, meglio per le grotte perché il forno era nel centro storico, egli conosceva le notizie buone e quelle cattive delle diverse famiglie e come “gazzetta” faceva concorrenza a l varvirr, infatti anche questi utilizzavano il “salone” come luogo di ritrovo per gli uomini e quindi luogo per la circolazione delle notizie: chi doveva comprare o vendere, chi si offriva per un lavoro, chi doveva farsi leggere o scrivere una lettera o un documento,chi si offriva a prestare qualche spicciolo (u varvirr faceva da notaio) e varia altra umanità.

Ovviamente spesso si indugiava al pettegolezzo o si alimentavano le dicerie. Oggetto di curiosità e cattiveria era spesso il potere, anche ecclesiastico. L’assiduità delle donne alla Messa del mattino dopo che i mariti erano andati in campagna in particolare alimentava le dicerie. A volte erano pure invenzioni dettate da luoghi comuni. Una di queste storie viene dalla notte dei tempi. Una famiglia doveva sposare la figlia e non aveva i soldi per il corredo. Allora marito e moglie si misero d’accordo per tendere un tranello ai preti della parrocchia (erano numerosi perché era una maniera per sbarcare il lunario – ricordate la monaca di Monza- : in alcune chiese ci sono ancora gli altari laterali che servivano proprio per consentire ai tanti preti di celebrare). La moglie cominciò a frequentare la parrocchia più del solito e spesso si confessava con i diversi preti e durante la confessione si lamentava del marito che era violento, che non la guardava più, che non le dava da mangiare. Il parroco e alcuni sacerdoti la invitarono a non andare più a raccontare queste cose private, altri, invece, cominciarono a nutrire compassione e man mano caddero nella trappola. Un giorno la moglie diede appuntamento alla casa a tre di essi in orario diverso. Il marito fece finta di andare in campagna ma si nascose in casa e man mano che arrivavano i malcapitati e avevano pagato egli usciva e li malmenava di brutto, tanto sapeva che essi non avrebbero avuto interesse a parlare. Invece la repentina disponibilità di denaro…… e il popolo abituato a parlare fece sì che la notizia arrivasse al Vescovoche dovette intervenire mandando i tre malcapitati in esilio.

Insomma l varvirr erano la gazzett d l masque i u frnoir d r fimmn.

Perché era di buon umore il fornaio? Perché quel giorno aveva taglieggiato parecchio e il pomeriggio era in condizione di distribuire. Si, infatti egli conoscendo i bisogni delle famiglie si preoccupava di portare qualcosa a chi ne aveva bisogno. All’inizio le donne pesavano il pane al ritorno dal forno e riscontrando l’ammanco se ne lamentavano e il fornaio si inventava lo sfredo di cottura, la bilancia che non funzionava ecc. Poi si diffuse la voce che egli distribuiva a quelli più poveri e nessuno se ne lamentò più, anzi qualche donna, quando avanzava un pò di pasta una volta fatte tutte la pagnotte (l panitt) che normalmente erano da due kili facevano una pagnottella avvisando il fornaio che poteva portarla a chi ne aveva bisogno.

Da qualche tempo il fornaio era attento a una famigliola molto povera: un padre disoccupato (faceva u ptrariul, una scheggia nell’occhio aveva rovinato la vista), una madre di tre figli (Mariett) piuttosto malandata. Tutti e cinque vivevano in un sottano umido e malsano e d’inverno si proteggevano dal freddo dormendo tutti insieme su un saccone di paglia, addosso qualche abito usato che qualche signora faceva arrivare tramite il parroco. D’estate poi erano costretti a vivere all’aperto nel piccolo cortiletto. Mariett faceva sempre il pane una volta la settimana, ma da quando si era ammalata la figlia grande (14 anni) aveva smesso di farlo perché intenta a curare la figlia che peggiorava di giorno in giorno. Infatti proprio sul finire dell’inverno la ragazza aveva preso una brutta polmonite che spesso le procurava sbalzi termici che la mamma, non avendo il termometro, misurava con il bacio sulla fronte e curava con impacchi freddi. Non avendo i soldi per il medico il padre si rivolse a u varvirr perché gli desse un qualche rimedio. U varvirr, scambiando fischi per fiaschi, suggerì che r cheppitte potevano essere la salvezza (in realtà r cheppitte si facevano per le lussazioni o dolori muscolari). E così ogni giorno egli stesso accendeva uno stoppino che inseriva in un bicchiere capovolto e poggiava sulla spalla della ragazza. Terminato l’ossigeno lo stoppino si spegneva e il barbiere strappava il bicchiere dalla spalla sulla quale rimaneva un alone rossastro: secondo lui era il sangue marcio che aveva tirato fuori dal polmone. In questo modo si andò avanti per un po' tempo ma la ragazzina non solo non migliorava ma peggiorava a vista.

Qualche giorno prima Mariett aveva perso una occasione: siccome quell’anno c’era la siccità e le campagne stavano “bruciando” il Capitolo di san Nicola, come da tradizione, decise di andare a prelevare l’immagine del SS. Salvatore dalla campagna e portarla in processione fino alla chiesa di san Nicola implorando la pioggia. Dovendo passare la processione davanti alla casa, le amiche suggerirono a Mariett di chiedere la grazia per la figlia. Mariett si fece trovare sul marciapiede, dove assistette al passaggio di una fiumana di persone, in particolare uomini, molti dei quali con i ceri accesi. Tante donne poi piangevano invocando l’acqua. E proprio mentre l’immagine sacra si avvicinava a lei, nella sua ingenuità, fu colta dal dubbio: la processione era per chiedere la pioggia, se lei chiedeva la grazia per la figlia poteva mettere in difficoltà il SS. Salvatore. E poi cosa avrebbe detto la gente se lei otteneva la grazia e non piovesse? Allora si limitò a inviare un bacio verso l’immagine e tornò in casa piangendo.

Quel pomeriggio di luglio il fornaio bussò allegro a quello scantinato: Mariè, vòcrrò t so prtoite e poggiò su una sedia con il fondo di paglia che era tra i pochi arredi due pagnotte di pane inatiedd. Mariett non rispose: era china sul petto della bambina e piangeva sentendola respirare a fatica. Quando il fornaio se ne accorse pregò la donna di non piangere perché sarebbe andato a chiamare il medico. Egli conosceva la casa del dott. Marano (che dirigeva anche il sanatorio): scappò il fornaio con tutta la forza che aveva nelle gambe e si presentò sull’uscio attaccandosi al campanello. Per lo sforzo fatto non riusciva a parlare ma il medico capì che c’era qualcosa di grave: immediatamente scese con la sua borsa e chiese: dov’è. Il fornaio riuscì a dire: iavcioin e riprese il passo veloce per accompagnare il medico, mentre raccontava i problemi della ragazza. Pochi minuti e il dott. Marano era nel sottano. La mamma impappinata non riusciva a fare e dire nulla, allora Marano stesso sollevò lentamente la ragazza, che la malattia aveva fatta diventare uno scheletro e tenendola in braccio cercò di auscultare la spalla. Non sentì nulla: la ragazza era morta tra le sue braccia. Il medico depositò la ragazza sul pagliericcio e accarezzò la mamma biascicando un mi dispiace che la mamma capì scoppiando a piangere. Anche Marano e il fornaio si misero a piangere. Marano intanto si guardava intorno e vide la situazione della casa: condizioni da brivido. Rimproverò il fornaio per non averlo informato prima e lo pregò in futuro di segnalargli casi del genere, ma in cuor suo aveva preso la decisione più importante: mai più la gente doveva vivere in quelle condizioni.

Pure il barbiere pianse quando ebbe la notizia. Il suo cuore era in tumulto pensando al fatto che egli non aveva saputo fare di più. Quella sera chiuse il “salone” inforcò la bicicletta e si mise a girare per tutti i saloni di Andria invitando i colleghi ai funerali per suonare la marcia funebre. Dal tugurio della ragazza alla chiesa di san Nicola c’era solo il tempo per una marcia funebre: essi la suonarono con il cuore trasferendo alle note lo strazio dell’anima tra il silenzio generale mentre il popolo passata la piccola bara bianca si accodava per accompagnare in chiesa quella ragazza che morendo contribuirà a cambiare la storia di Andria.

Nota: lasciata quella “grotta” Marano tornò a casa solo per prendere la macchina. Sapeva che, come d’abitudine, alla “cappella” in via Corato c’era il sen. Jannuzzi, che era anche sindaco di Andria, della cui giunta egli pure faceva parte. Il sabato pomeriggio Jannuzzi riceveva a casa i cittadini che volevano parlargli. Marano entrò trafelato chiedendo scusa per l’urgenza e raccontò a Jannuzzi quanto gli era accaduto e, ancora sconvolto, disse al senatore che quella schifezza doveva scomparire: utile si rivelò una relazione sulle condizioni igieniche del centro storico del dott. Salvatore Liddo. Jannuzzi, con quella relazione in mano, utilizzò su Roma tutto il suo prestigio (era sottosegretario alla difesa) per ottenere i finanziamenti e il 26 marzo 1955, appena un paio d’anni dall’evento, furono consegnate le prime sessantotto case su viale Virgilio, il nuovo quartiere di case popolari. Successivamente altre ne furono costruite. La distruzione delle grotte di sant'Andrea fu una decisione amara: appena una famiglia andava via perché aveva ottenuto il villino un’altra entrava in quei tuguri nella speranza di ottenere anch’essa il villino. Allora partì l’ordine di distruggere quelle “grotte”. I sapientoni oggi possono criticare quella decisione, anch’io l’ho fatto, ma se non si studia la storia non si ha diritto di parola.

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I commenti degli utenti
  • Riccardo Liso ha scritto il 16 luglio 2017 alle 19:22 :

    Una storia vera che leggendola mi sono commosso. Rispondi a Riccardo Liso