Il racconto della domenica

​Nan tnémm u pizz ma tnémm u cour

A volte impicciarsi dei fatti altrui può essere interpretato anche come un atto d'amore

Cultura
Andria domenica 01 ottobre 2017
di Vincenzo D'Avanzo
il racconto della domenica - Andria 31 dicembre 1981
il racconto della domenica - Andria 31 dicembre 1981 © n.c.

Era il dieci di Agosto di quest’anno (2017), l’afa era diventata opprimente. Quel giorno Emanuella non aveva voglia di uscire né di fare i soliti servizi in casa. Il marito non sarebbe tornato per ragioni di lavoro e quindi si sentiva piuttosto libera. Decise allora di passare la mattinata in casa stesa sul divano a leggere un romanzo iniziato da tanto tempo e mai finito. Era la volta buona. Per stare sveglia aveva acceso un ventilatore in modo da rinfrescare un po’ l’aria. A mezzogiorno non ebbe voglia di cucinare. All’inizio pensò di riscaldare la parmigiana che era avanzata il giorno prima. Nonostante fosse buona perché realizzata secondo la ricetta della mamma (con la immancabile mortadella per insaporire il tutto) a causa del caldo preferiva qualcosa di più leggero. Scartato il piatto della mamma le venne in mente un rito antico dei nonni quando avevano un po’ di pane raffermo. Certo il pane raffermo di oggi non è come quello dei nonni che si poteva mangiare anche dopo una settimana, senza parlare della fragranza del pane quando tornava dal forno di vicolo santa Chiara. Oggi il pane il giorno dopo se bagnato diventa poltiglia. Allora Emanuella prese il pane del giorno prima, lo fece a pezzettoni e lo mise nel forno, poi andò nel frigo e tirò fuori una decina di pomodorini, un casorello e un ciuffo di rucola. Nel carrello aveva una cipolla rossa, la sminuzzò e la mise sotto aceto per qualche minuto. Tra la verdura vide un pepone rosso, lo lavò, prese un piatto fondo e lo sminuzzò dentro, ci mise il casorello, la cipolla rossa tolta dall’aceto, aggiunse i pomodorini, un pizzico di sale. L’aglio lo mise intero perché le piaceva il sapore ma non gradiva mangiarlo. Infine un po’ di rucola e tanto olio e un po’ di acqua gelata di frigo. Alla fine ci aggiunse i pezzettoni di pane abbrustolito e si sedette a tavola guardando la telenovela preferita. Acquasoil: tutto genuino e fresco.

Si appisolò quindi sempre sul divano e cominciò a sognare prati verdi e montagne fresche quando squilla il citofono: è il nipote Fabio che non sapendo che fare quel pomeriggio aveva pensato bene di andare a far visita alla zia. Fatte un po’ di chiacchiere di circostanza e mangiato insieme un gelato, il nipote chiede alla zia cosa fosse quella scalinata ( sant’Angelo dei Meli) che egli aveva percorso proprio per andare da lei che abitava abbascia a fravoin. La zia spiegò che il centro storico si sviluppava su una collinetta che aveva il punto più alto con la cattedrale e il palazzo ducale, tutte le altre strade erano in pendenza e a volte si rimediava con delle scalinate. Alla fine la zia disse: ti va di fare una passeggiata nel centro storico? Il ragazzo accettò ben volentieri.

Uscendo di casa si avviarono verso piazza Toniolo. E qui incontrarono una specie di muraglia che faceva da supporto a una piazzetta disadorna: si avvertiva chiaramente il senso di abbandono, anche se qualche bottiglia per terra faceva pensare a una certa vitalità nelle ore serali e notturne. La zia disse che in quella piazzetta una volta si svolgeva il mercatino rionale. Non ebbe finito di spiegare che due donne che stavano sedute sullo spiazzo laterale verso mura san Francesco (all’aria aperta si respirava più che in casa) presero la parola per dire: se, signurì, stoiv tutt dè saup: u fruttivendl, la salumereie, i poue l zappatiur ca vnnevn la vrdiur d four. Ci pccoit ca l’han lvoit. Doue ioiv na fest ogni nuie (giorno). La più anziana disse rivolta al ragazzo: a da sapaie ca propr saupa au mercatein fadgoiv na bella signour nzimm a u maroit. E raccontò che la bancarella conteneva tanti prodotti di salumeria. Allora non erano molte le donne che lavoravano in un esercizio pubblico tantomeno all’aperto. Tann r fimmn avevna steie ind alla cois a fè la calzett. Fabio interruppe chiedendo alla zia il senso di quello che aveva sentito: la zia spiegò che negli anni passati le donne dovevano stare in casa a sbrigare le faccende. Che peccato, disse Fabio. Naun tann adaksè s’usoiv. Poi rivolta a Emanuella disse: ià nzist u uagnaun. E continuò raccontando che la signora, che si chiamava Teresa, ioive bell, tosta tost, e dovevi vedere come se la sbrigava soprattutto con i clienti che volevano essere serviti da lei. Quando si rese conto che qualcuno nel pagare indugiava più del necessario fece mettere il bancone tra lei e i clienti e sopra il bancone ci mise un piatto per lo scambio di denaro. Insomma ioiv bell i rsliut. L’altra intervenne: noi la conoscevamo benissimo. Infatti la povera Teresa doveva badare anche alla bambina piccola che portava con sé e la deponeva in un cartone sempre con un lenzuolino e una copertina puliti. Ad allattè mneiv doue, crcoiv u prmess i s mtteiv ind u prtngioin ssois a u gradaun. Ogni tand poue prtoive nu picch d salzizz u la murtadell. Aiva sndoie u profum ca faveiv. Un giorno pioveva una specie di nevischio e faceva freddo la moglie du scarpoire ebbe compassione e si offrì di tenere lei la mattina la bambina e quando la signora chiudeva la bancarella con il marito se l’ andava a prendere. Giovinò, disse rivolgendosi a Fabio, proim pavridd iemm ma n’aitamm l’iun a l’olt, nan tenmm u pizz ma tnemm u cour. Naun moue ca t vedn cadaie si voltn da l’out loit. E Fabio disse: avete ragione signora.

È proprio un brutto mondo questo. Signurì, si vist ci bell uagnaun ià. È froit a sgnrei? No rispose Emanuella, è mio nipote. Allour sind nu fatt: quando era piccola Teresa, così si chiamava la signora, cominciò presto a fare la commerciante. Una volta, aveva appena nove anni, il padre la mandò dallo zio a regalare un pò di fave fresche appena raccolte. Teresa mentre andava dallo zio ebbe l’idea di vendere quelle fave. Si mise a chiedere casa per casa: signò, vu accattè r foive. Riuscì a venderle e anche care. Sapeva che al padre piacevano gli spaghetti alla san giuannid, scappò alla salumeria di via Manthonè e comprò le alici salate e le portò alla casa. La madre non disse niente quando tornò il padre: prima li fece sedere tutti a tavola e davanti al piatto di spaghetti fumanti raccontò quello che era accaduto. Il padre voleva rimproverare la figlia ma non riusciva a fare la faccia seria e così scoppiarono tutti a ridere. La duia dopp però l’attoin faciù prtè addaveir r foive a u froit. Il commercio l’aveva nel sangue, l’indipendenza, l’autonomia ce l’aveva nel cuore. Per essere la piccola di una famiglia numerosa Teresa aveva imparato da subito a farsi da sola.

Le due vecchiette morivano dalla voglia di raccontare ed ecco entrare in scena il salumiere: il marito di Teresa ioiv sckuannoire (giocherellone), teneva sempre la battuta pronta i però la salzizz ioiva boun. Pensa che andava lui per le campagne a comprare i maiali, li macellava e faceva le salsicce che faceva essiccare nel sottano di casa sua: u profum doue t sazioiv senza mangè. Più sopra c’era la macelleria: Giovinò, crrò n sé tiue. U vccirr, raccontò, il pomeriggio andava in giro per le periferie o per le masserie e prendeva uova, galline, conigli, maiali, qualche volta pure gli asini e i cavalli, li macellava e vendeva la carne fresca e ruspante, altro che la carne di oggi tutta siringata. Giovinò si mangioit colchi volt u broud d la gaddoin? No, disse la zia, loro mangiano i polli. Iack, disse la vecchietta, la carn niue la mangiamm picch ma ieva boun. Quann facemm r brascioul cumm r mttemm ind a la tiedd adachsè r lvamm. Moue mitti na bella brascioul i liv na pulpett. I nan hamm cansciut nu sptoil (non abbiamo mai conosciuto l’ ospedale). Avete ragione, disse Fabio, ora ci fanno ammalare a poco a poco. Ad onza ad onza, riprese la vecchietta.

Emanuella, dopo aver ringraziato le due vecchiette, si avviò con il nipote verso san Francesco salendo le scale delle mura, commentando quanto avevano appena sentito, poi rimase impressionata da una frase del nipote: zia, il bello del centro storico è non solo vedere le pietre ma anche conoscere le persone e le loro storie. Si, disse la zia, si imparano tante cose. Intanto erano giunti davanti alla chiesa di san Francesco. Fabio fu attratto da un mucchio consistente di persone che usciva da una costruzione di fronte, quindi chiese alla zia cosa fosse quell’ambiente. La zia cominciò a spiegare quand’ecco uscire una suora e le venne l’idea di farsi raccontare da lei la storia di quell’istituto. La suora accettò volentieri e li fece entrare nel cancello e tutti e tre si misero a sedere sul muretto di una aiuola piena di fiori profumati. Di lì partì la suora: sentite questo profumo? Sono le opere di bene. Un giorno un medico giovane fu chiamato d’urgenza per una visita nella zona di Monticelli perché una ragazza era stata malmenata( la parola stupro non era in voga). Il medico si rese conto che gravi non erano tanto le ferite sul corpo quanto quelle dell’anima per il trauma subito. Si guardò intorno e vide una situazione di degrado: persone misere, bambini malandati e scalzi, suppenne abitate da più famiglie che vivevano insieme a cavalli, capre e animali vari. Strade senza luce e senza fogna. Tornando a casa Giuseppe Marano, il medico, si tormentava: come possiamo aiutare quella ragazza e le ragazze che sono nelle stesse condizioni? Ed ecco che vicino al comune incontra il parroco don Michele Doria e gli racconta l’esperienza appena vissuta. Il parroco rispose a muso duro: e tu vuoi parlare di queste cose per strada? Per fortuna mentre parlava guardò il medico e lo vide sporco di sangue e di melma e infreddolito. Allora lo abbracciò e disse: vienimi a trovare, qualcosa faremo. Si incontrarono di nuovo nella curia in piazza catuma e proprio in piazza ricordarono una manifestazione che si era svolta di recente: sulla orchestra in muratura al centro della piazza erano saliti don Riccardo Lotti, il generale medico Lorenzo Bonomo, il dott. Raffaele Sgarra e il dott. Mazzone giovane sindaco di Andria. Tutti avevano le mani alzate con tre dita distese verso il cielo: risanamento delle grotte di sant’Andrea, ospedale, ferrovia. Quei tre obiettivi saranno realizzati proprio all’epoca di don Michele e del giovane medico insieme a tante altre opere di carità tra cui questo istituto per assistere le ragazze in difficoltà. Con i soldi della parrocchia Don Michele riuscì ad avere a prezzo agevolato questa casa e volle che fossimo noi, le suore d’Ivrea, a condurre la fondazione. Di qua sono passate tante ragazze che noi abbiamo aiutato e a cui abbiamo insegnato un mestiere. Ora invece abbiamo solo la scuola materna. Per fortuna ragazze con i problemi di una volta non ce ne sono più. Aveva appena finito di parlare che una signora si avvicina e dopo averla salutata chiede: ho sentito che andate via? La suora ha un attimo di smarrimento, alza gli occhi al cielo e dice: anche la nostra esperienza qui si avvia verso la fine. La carenza delle vocazioni rende sempre più difficile la nostra presenza sul territorio. Siamo contente di aver reso un prezioso servizio alla città. Meno male che l’opera è della parrocchia e quindi può continuare a vivere anche senza di noi. Emanuela osò: perché questa crisi delle vocazioni? Le vie del Signore sono infinite, rispose la suora. Oggi c’è una grande vitalità del laicato cattolico ed è un bene. Poi aggiunse: siccome il Signore è grande può darsi che rimaniamo: pregate per noi.

Il ragazzo guardò la zia che si era commossa a sentire il racconto: quante storie, zia! A noi ci dicono che tutto deve essere bello e poi scopri in giro tanta sofferenza. Hai ragione, Fabio, rispose la zia, se non conosci le storie delle persone non puoi vivere il mondo. Zia, sembri avere la saggezza di una nonnina. E perché solo i nonni devono essere saggi? disse la zia chiudendo il discorso. Avviandosi verso via De Anellis Fabio, invece, chiese alla zia: ma la nostra civiltà ci fa star meglio o peggio? Domanda non sfuggì alla vecchietta seduta sotto il busto di mons. Di Donna: Giovinò, sé quann s te bunn? Quann la nott fe tutt nu sunn i nan è abbsugn du pilln p drmuie, p rgruie, p sciuie au gabnett i mang p fè l’amour (quando la notte fai tutto un sonno e non hai bisogno della pillola per dormire, per digerire o per andare al bagno e nemmeno per fare l’amore). Fabio si mise a ridere quando la zia tradusse.

Superata la chiesa di santa Chiara Fabio vide in un vicoletto un gruppo di persone sedute ai gradini o a qualche sedia che chiacchieravano tra loro. Chiese alla zia perché stessero in mezzo alla strada. E la zia disse: vedi in questa stradina non possono passare le macchine. Allora la gente considera la strada come casa propria: la puliscono e nello stesso tempo la usano. Avvicinandosi videro che al centro du rtidd c’era un uomo seduto a una sedia senza schienale che davanti a un banco riparava le scarpe mentre parlava e ogni tanto canticchiava. Si vedeva che era contento. Tutti e due si fermarono per ascoltare e proprio l’uomo li invitò a sedersi e ad assaggiare i taralli che stavano in un piattino al centro della strada su un banchetto. La zia subito ne prese uno mentre Fabio sembrò un po’ restio. Una donna intervenne: piggh, so fatt a niue, so bunn. La zia lo incoraggiò e finalmente Fabio cominciò a prenderne uno, poi l’altro e l’altro ancora. L’uomo si complimentò con Emanuella per quel ragazzo molto educato. Così eravamo noi quando eravamo ragazzi. R mamm nostr dcevn: foic chiue l’educazioun ca u pizz. Fabio prese confidenza e chiese: ma a voi piace stare insieme? Certo, disse una signora. Qui siamo tutta una famiglia, n’aitoim l’iuna l’olt. E raccontò di quello che accadeva proprio il mese di Agosto quando capitava che qualcuno doveva sloggiare. Si creava una confusione terribile: il traino si fermava sopra la strada e qui tutti si mobilitavano a portare mobili e oggetti e quant’altro. Alla fine quann n salutamm n mttemm a chiang proprie cum a na famiggh. Ma voi durante l’inverno come fate a riscaldarvi? Chiese ancora Fabio che ormai si sentiva a suo agio. U scarpoir, che sembrava contento della vita, rispose dopo che in coro tutti si erano fatti una bella risata: pu diavlicch. E raccontò: io sto qui da tutta la vita, ho fatto il calzolaio sempre davanti a casa e la mattina ero io che davo la sveglia a tutti battendo i chiodi nella scarpa proime d r camboin d san Dminch. La gente si avvicinava perché mi sentiva allegro: infatti mentre riparavo le scarpe io cantavo e le persone avevano piacere a fermarsi e chiacchierare. Quando faceva freddo mangiavamo u diavlicch. Fabio chiese alla zia cosa fosse. E una signora diede la ricetta: u diavlicch si fa con il soffritto d’aglio appena dorato, si aggiungono i pomodorini invernali, quelli appesi al filo, facendoli cuocere interi, si coprono con il loro sughetto e poi si aggiungono a piacere uova, salsiccia secca, olive e peperoncino piccante e poi pane a volontà. Unico piatto al centro e tutti a inzuppare il pane. Quando pioveva e faceva freddo, aggiunse, questa era la colazione e n tneiv cald tott la doie (il giorno: la tastiera ha le lettere ma non i suoni). Quann faceiv cald invece na bell’ acquasoil. E così si salutarono dopo che una signora aveva svuotato nella tasca di Fabio gli ultimi taralli.

Intanto si era fatto tardi e Fabio disse alla zia che doveva rientrare. Ma prima di salutarsi il nipote le chiese cosa avesse preparato per cena. Non l’avesse mai detto, un vecchietto di passaggio aveva sentito la domanda e si intromise: Poin i kois nan z dic’n l fatt d la cois. Tutti scoppiarono a ridere e Fabio chiese se da quelle parti c’era qualcuno che si faceva i fatti suoi. E la zia: Fabio, in una famiglia mbcciass d l fatt d l’olt può essere anche un atto d’amore. E così si salutarono.

Nota: il racconto è nato da un suggerimento di Emanuella.

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commenti
I commenti degli utenti
  • Raffaella. Fusiello ha scritto il 25 novembre 2017 alle 07:20 :

    Bellissima da dei significati molto comprensivi : prima non c erano i soldi me c era il cuore e anche che la educazione vale più dei soldi però adesso ci sono i soldi e c è tanta cattiveria Rispondi a Raffaella. Fusiello

  • Emanuella Sgaramella ha scritto il 02 ottobre 2017 alle 18:40 :

    GRAZIE PROF ! Per aver strutturato il racconto,facendo memoria del passato appartenuto a tutti noi !! Rispondi a Emanuella Sgaramella

  • Vincenzo Buonvino ha scritto il 02 ottobre 2017 alle 09:08 :

    Veramente dei racconti simpatici. Ci sono i link poter rileggere i vecchi che mi sono eventualmete perso ? Grazie Rispondi a Vincenzo Buonvino

  • Gaetano Campanale ha scritto il 01 ottobre 2017 alle 20:00 :

    Racconto bellissimo. Ho un sogno anzi due vorrei che gli Andriesi Amassero la propria Citta', e che le Suore restassero nel Chiostro di San Francesco. Rispondi a Gaetano Campanale

  • Maria Caputo ha scritto il 01 ottobre 2017 alle 14:43 :

    Racconti che dovrebbero sentire tanti ragazzi di oggi, veramente molto belli. Speriamo che lascino le suore alla loro casa Rispondi a Maria Caputo

  • SGARRA ROSA ha scritto il 01 ottobre 2017 alle 09:37 :

    bellissimo!!! Rispondi a SGARRA ROSA