Il racconto della domenica

Pozz Aspttè

Un carnevale di follia

Cultura
Andria domenica 04 febbraio 2018
di Vincenzo D'Avanzo
Un carnevale di follia
Un carnevale di follia © n.c.

Era il 1946: il carnevale imminente si annunciava sotto tono. In giro per Andria c’era poca voglia di festeggiare. La guerra era finita ma la pace non era cominciata. La miseria era tanta e la borsa nera, che durante la guerra aveva regolato i commerci, faceva fatica a scomparire. Le strade della città erano percorse da cortei di protesta, manifestazioni, scioperi. Dopo il rispetto della disciplina ferrea imposta dal regime l’anarchia sembrava ora farla da padrona. Non c’era ancora un assetto amministrativo democratico e tuttavia spesso le cronache dovevano occuparsi di assalti e incendi agli uffici pubblici (a cominciare dalla pretura e dagli uffici esattoriali).

Riccardo con la sua baldanza giovanile ( era in procinto di festeggiare il diciottesimo compleanno) non aveva alcuna intenzione di lasciar passare sotto silenzio il martedì di carnevale. Era il 5 marzo e il giorno prima gli era capitato di sentire i fischi delle pallottole in via sant’Angelo. Nonostante questo con un gruppo di amici decise di riprendere una antica usanza di celebrare il funerale di carnevale. Riccardo riuscì a procurarsi nu trenett: lo spogliarono d r spond laterali, lo coprirono con un panno nero e sopra vi adagiarono un pupazzo tipo spaventapasseri che avevano rubato in un terreno seminativo in zona Troianelli, dove alcuni di loro andavano a lavorare. Inutilmente cercarono di convincere un gruppo di ragazze a partecipare alla mesta cerimonia: la paura era tanta e i genitori avevano proibito di uscire di casa proprio quel giorno: in piazza municipio era stata annunciata una manifestazione bracciantile che faceva presagire nulla di buono.

Allora una metà del gruppo si vesti da donna con abiti neri i u faclttoun a coprire la testa: piangevano a dirotto dietro a u trenett funebre, sostenute a stento dai mariti alcuni con delle maschere di pezza, altri invece si erano dipinti il viso di carbone per apparire africani, che qualche mese prima si erano fatti conoscere anche in Andria tra i soldati alleati. Il corteo funebre si tenne alla larga dal municipio preferendo aggirarsi nelle periferie per evitare incontri ravvicinati. Furono fortunati perché la gente divertita agli schiamazzi si affacciava ai balconi o usciva dalle porte e spesso offriva loro taralli, fichi secchi e qualche bottiglia di vino che essi trangugiavano facendo alzare sempre di più il tono delle loro lamentazioni.

Giunti però a porta la barra il gruppo decise di passare davanti a sant’Agostino e salire fino a piazza la corte dove avevano programmato di bruciare “carnevale”. Ragazzini e adulti al seguito avevano trasformato il gruppetto in una marea di persone: tutti volevano assistere al falò. All’altezza però del conservatorio il corteo fu bloccato dagli scioperanti che invitarono a non andare oltre per evitare situazioni incresciose. Qualcuno voleva forzare la situazione ma Riccardo si ricordò di quello che era accaduto qualche mese prima al povero De Feo. Era capitato che alcuni facinorosi erano andati a rubare in campagna e De Feo, che di professione faceva il guardiano, li fece arrestare. I facinorosi andarono in campagna per ucciderlo ma il De Feo, avvisato, si fece trovare armato al poggio con alcuni contadini che Riccardo frequentava in campagna. Durante la sparatoria due assalitori furono uccisi, gli altri scapparono e raggiunsero Andria dirigendosi verso la casa del fratello, che era tranquillo non avendo fatto nulla. Invece non ci fu pietà: il fratello fu ucciso insieme alla nipotina. Riccardo ricordava che quella bambina fu oggetto di tiro a segno. Ogni volta che racconta l’episodio i suoi occhi diventano tristi.

Riccardo invitò gli amici a desistere e il carnevale per loro finì lì. Il giorno dopo Riccardo non andò in campagna come tanti altri contadini. In particolare lui e il padre perché erano alle dipendenze dei conti Jannuzzi, grossi proprietari terrieri. Il futuro senatore di Andria pregò tutti i dipendenti di restare a casa perché c’era paura per il giorno dopo. Il 6 marzo resterà nella storia di Andria come una pagina delle più tristi: l’eccidio delle sorelle Porro. Riccardo ricorda quel giorno, essendo giovane e un tantino incosciente si era avvicinato troppo al comune. E lì vide il proditorio assalto dei più esagitati alla casa delle sorelle Porro. Gli assalitori sapevano che da quella casa era impossibile che fossero partiti dei colpi di arma da fuoco. Quelle pie donne erano più aduse alla corona del Rosario che alle armi. Il cronista fa memoria che la ferocia fu tale che il Corriere della sera parlò dei Lupi di Andria. Lo stesso cronista fa notare che la sentenza del tribunale attribuirà la colpa a facinorosi disorganizzati, cioè a quelle frange che approfittando delle sommosse sindacali procedettero a regolamenti di conti senza una prospettiva. Lo stesso Di Vittorio al congresso della CGIL del 1952 chiamò questo fenomeno “primitivismo sindacale”, un fenomeno che la CGIL si impegnò a combattere. Il vostro cronista ritiene di aggiungere che forse questa soluzione giudiziaria contribuì a calmare gli animi esagitati.

Riccardo continuerà a lavorare con la famiglia Jannuzzi rendendosi utile in particolare a donna Rachele sorella del senatore Onofrio. Di entrambi ricorda ancora la generosità e il trattamento degli operai come persone di famiglia. Un giorno di ottobre si dovevano raccogliere i melograni. Siccome il terreno era a mezzadria il fattore andò il giorno prima a contare i frutti per la ripartizione. Il fattore fu rimproverato dai proprietari perché aveva messo in dubbio la buona fede dei mezzadri.

Tornato dal servizio militare Riccardo pensò a mettere su famiglia. Allora non c’erano luoghi di incontro, discoteche ecc. Riccardo quando era libero inforcava la bicicletta e andava in giro alla ricerca. Si spinge nei dintorni della chiesa delle Croci, arranca pedalando su via Caboto e arrivato alla scalinata che porta saup a sand Voit, scende dalla bicicletta che mette sulle spalle per salire le scale ed ecco la folgorazione: mentre lui sale dall’altro lato scende “un angelo”, una ragazza che a lui pare bellissima, abbastanza alta, radiosa. Era insieme alla sorella, ma Riccardo vide solo lei. Ebbe la prontezza di spirito di tornare indietro e seguire in modo discreto la ragazza, convinta che doveva abitare da quelle parti. Fu fortunato perché la ragazza si infilò in un portone della principale traversa tra via Caboto e via Croci.

Da quel giorno tutte le sere Riccardo era all’angolo in attesa del suo “angelo” e intanto si informava venendo a sapere che il forno a fianco era di proprietà della famiglia e che la ragazza aveva altri otto fratelli (e sorelle). Il narratore ricorda bene quel forno dove andava spesso da ragazzo a comprare il pane quando quello fatto in casa non bastava per l’intera settimana: quello “fresco” era migliore rispetto a quello duro fatto dalla mamma. L’attesa fu premiata: una sera la ragazza esce di casa per ritornare su quella scalinata. E’ sempre accompagnata da una sorella anche se diversa dalla prima. Riccardo decide di avvicinarsi chiedendo il nome alla ragazza, che, schernendosi rispose che lei non aveva nemmeno quindici anni e quindi non c’era nulla da fare: c’è mia sorella che ha più di vent’anni, aggiunse, generosa. Quest’ ultima osservazione fece pensare a Riccardo che le due si erano accorte della sua presenza e insieme avevano deciso di uscire per farsi avvicinare. Ma Riccardo, che aveva 25 anni non si fece sorprendere e immediatamente rispose: “signurì, pozz aspttè, nan vaich d fodd”. Questo incontro fugace deluse la sorella maggiore ma mise “u porg ind a la recchie” della quindicenne alla quale tuttavia era riuscito a strappare il nome: Raffaella.

Da quel giorno Raffaella si affacciava spesso per guardare gli angoli della strada e Riccardo piantonava gli stessi. A volte di incrociavano gli sguardi, altre volte la fortuna non li assistette. Nei pressi del forno c’era un “lamione” dove il papà teneva la legna e le fascine per accelerarne l’accensione. Da parecchio in Andria non c’erano più morti ma frequenti erano ancora cortei, scioperi, manifestazioni violente: la fame è da sempre cattiva consigliera. Quando mancava il pane le discussioni si facevano violente e un giorno intenzionalmente o no scoppia l’incendio nel deposito della legna. Attimi di terrore per tutti. Riccardo quella sera arrivò puntuale a piantonare l’angolo e di fronte al trambusto non ci pensò due volte e corse ad aiutare a spegnere l’incendio. Siccome era giovane e prestante fu lui a prendere in mano la situazione e coordinare il lavoro di spegnimento a cui parteciparono molte persone della zona.

Spento l’incendio il fornaio volle ringraziare quel ragazzo che non conosceva pregandolo di ripassare nei giorni successivi perché voleva disobbligarsi. Riccardo gli rispose che sarebbe andato con piacere e aggiunse: con molto piacere. Questa sottolineatura non sfuggì al fornaio che cominciò a interrogarsi come potesse trovarsi da quelle parti un ragazzo che abitava tanto lontano. Ricordandosi che aveva diverse figlie femmine subito da inizio agli interrogatori. Alla fine la piccola fu costretta ad ammettere che Riccardo era lì per lei. Al padre quel ragazzo era piaciuto subito ma c’era un problema. Al tempo c’era un ordine di priorità soprattutto per le figlie femmine: toccava prima alla grande e poi a scalare. Addirittura se la grande non si fidanzava alle altre era proibito portare le calze velate (che gli americani avevano portato in Italia) ma dovevano portare i calzettoni. Diritto di precedenza.

Quando Riccardo tornò il giorno dopo Raffaella fu la prima ad andargli incontro per fargli capire che le cose si mettevano bene per lui. In effetti il fornaio, immaginando che il ragazzo sarebbe tornato presto, aveva preparato per quella sera una bella focaccia. Il ragazzo era felice: mangiò la focaccia insieme e quando il padre di Raffaella disse che non c’era nulla in contrario se ogni tanto si faceva vedere ma per fidanzarsi doveva aspettare egli immediatamente rispose: “pozz aspttè”. Tuttavia non dovette aspettare molto. Il futuro suocero chiese a Riccardo se non volesse abbandonare la campagna e dare una mano nel forno. Ma il ragazzo rifiutò perché gli piaceva andare in campagna, anche perché nel frattempo egli diventava sempre più l’uomo di fiducia dei conti Jannuzzi, dai quali era coccolato. E fece la scelta giusta. Infatti fu proprio il senatore a responsabilizzarlo affidandogli la conduzione dei terreni di Lamalunga.

In quegli anni le tensioni sociali andavano calando ma il problema della disoccupazione bracciantile rimaneva a livelli altissimi. Soprattutto le tensioni erano determinate dalle contrapposizioni tra i braccianti e gli agrari, tra la grossa proprietà e il proletariato. Jannuzzi era diventato sindaco pur mantenendo il ruolo di Senatore. Su di lui ricadeva la doppia responsabilità. Per pagare le spese elettorali e di rappresentanza Jannuzzi cominciò a vendere le sue proprietà e si era reso conto che gli unici acquirenti erano gli altri agrari. Parlando con Riccardo e gli altri operai nacque l’idea di favorire la piccola proprietà. Nasceva la legge n. 604 del 1954, quella sulla piccola proprietà ancora in vigore. I conti Jannuzzi favorirono lo spezzettamento dei propri terreni per consentire anche ai dipendenti di farsi una piccola proprietà. Quella che era una grossa proprietà si ridusse praticamente a zero, con grande vantaggio dei coltivatori diretti. Ma questa è un’altra storia che avremo modo di approfondire. Come altra storia è il matrimonio di Riccardo con Raffaella, celebrato appena egli divenne piccolo proprietario terriero, grazie alla generosità del senatore.

Nota: da una chiacchierata con Riccardo Ardito (foto servizio militare), classe 1928.

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti