Il racconto della domenica

​Il tumulto annunciato

Dalla parte dei braccianti

Cultura
Andria domenica 04 marzo 2018
di Vincenzo D'Avanzo
Dalla parte dei braccianti
Dalla parte dei braccianti © n.c.

Quel giorno Mba Rccard era mortificato. Era stato poco bene e faceva freddo. La moglie era tornata dalla pantteir addolorata: la signora del negozio le aveva detto che non poteva più farle creditoperché il quaderno era pieno degli appunti della spesa fatta e non pagata e lei proprio non sapeva come fare per mettere qualcosa sulla tavola per sfamare i tre figli piccoli. Quando lo disse al marito erano presenti i bambini i quali immediatamente scoppiarono a piangere per la fame. Il marito per evitare che anche egli si mettesse a piangere raccolse dalla sedia un vecchio pastrano pieno di toppe e uscì di casa. Disse alla moglie “ca scioiv a prmmett”. La sua speranza era che se avesse trovato un padrone che lo portasse a lavorare sarebbe andata da la pantteir pregandola di dargli un altro po’ di pasta che avrebbe pagato di ritorno dal lavoro.

Alla port Quastidd quella sera c’erano un sacco di uomini a caccia di qualche fattore che li assumesse. I padroni in piazza non si facevano vedere. Quella sera però non si fecero vedere nemmeno i fattori: c’era molta tensione in città e i proprietari terrieri erano impegnati in un braccio di ferro con le autorità comunali e con i sindacati. La città contava una moltitudine incredibile di disoccupati e la cosa peggiore era che alcuni di questi erano reduci dalla guerra e, siccome molti erano rientrati in modo disordinato, non tutte le armi erano state consegnate e quindi la fame era sempre in agguato per suggerire cattivi pensieri. Non a caso anche i proprietari avevano la schiera di fedelissimi che li proteggevano e qualche volta anche con le armi. Erano pochi i proprietari e tutti imparentati tra loro. Erano abituati a dettare legge, essi erano la legge. Erano essi che decidevano l’economia andriese. Talmente accecati da questo antico potere da non accorgersi che dopo la guerra la situazione era cambiata, che i braccianti non erano più disposti a subire. La loro sazietà e voracità era persino esibita, incuranti degli avvertimenti del Vescovo Di Donna secondo il quale la fame poteva trasformarsi in violenza provocando vendetta.La fame non provocava più soggezione verso il potere come una volta. I segnali c’erano tutti: sulla rabbia galleggiavano i facinorosi. Persino il PCI non riusciva a moderare qualche suo esponente abile a istigare alla violenza. Era una rabbia antica. Mbà Rccard aveva provato pure a diventare mezzadro, ma i proprietari concedevano solo piccoli appezzamenti (40/60 are) e con regole insopportabili simili al taglieggiamento. A loro la mezzadria serviva solo per allentare la morsa dei poveri. Ed egli aveva rinunciato: ioiv nu malsang cuntinue.

Quel mercoledì delle ceneri (6 marzo) molti andriesi il digiuno lo fecero veramente, all’astinenza erano abituati da tempo. Mba Rccard cercava di raccontare il suo dramma e man mano che parlava si accorgeva che erano tutti nelle stesse condizioni. Se i singoli uomini stanno male non è un problema sociale, ma se molti uomini sono nelle stesse condizioni la mente umana diventa difficile da controllare. Il vociare degli uomini si allungava fino a piazza Catuma fino a quando qualcuno di loro cominciò a urlare contro i padroni: “nessuno di loro si salverà”. Il rischio del tumulto era immanente anche perché nella folla si erano inseriti alcuni facinorosi intenzionati a esasperare gli animi per scatenare una reazione violenta. Mbà Rccard appena si rese conto del pericoloin silenzio si avvolse il viso con il bavero del pastrano e prese la via di casa già pensando a cosa avrebbe potuto dire ai figli per giustificare che per cena non ci sarebbe stato nulla sulla tavola, come non c’era stato nulla anche per il pranzo. Passando davanti alla pantteirvide che la signora stava spegnendo le luci per rientrare a casa. Si avvicinò con la timidezza di chi non è abituato a chiedere e le espose il suo problema di quella sera. La signora gli disse che purtroppo non poteva farci nulla perché il marito le aveva dato ordine di non dare più nulla a credito perché altrimenti non avrebbe potuto pagare i fornitori. Mba Rccard stava rimettendosi il bavero davanti alla faccia quando la signora intravide un luccichio sotto gli occhi. Lo fermò e lo pregò di non dire niente al marito: prese un po’ di pasta dal tiretto (la pasta si vendeva sfusa) e gliela diede, accompagnandola con un tozzo di pane che era avanzato.

Mbà Rccard ringraziò e scappò a casa. La moglie cucinò la pasta mentre i ragazzini divoravano il pane duro, la condì p na craucia d’uggh e mise il piatto sulla tavola. I bambini assaltarono il piatto d ferrofus mentre i genitori raccomandavano di fare piano. Intuirono entrambi che per loro non sarebbe rimasto niente ma fecero ugualmente saziare i figli. Dopo di che tutti andarono a letto, chi aveva mangiato e chi era digiuno. Solo mbà Rccard non aveva sonno. Si raggomitolò nel pastrano e lasciò libera la mente perché giocasse con la memoria.

Si ricordò di quando era poco più che ragazzino e cominciò ad andare in campagna insieme al padre alle dipendenze di un grosso proprietario che possedeva centinaia di ettari di uliveto e vigneto: stavano in campagna a dormire su pagliericci di fortuna, mangiava quel poco di legumi che il fattore distribuiva: guai ad allungare la mano per cogliere un frutto della terra: il fattore sembrava avesse mille occhi per tenere tutto sotto controllo e mille bocche per urlare contro ognuno dei braccianti. Un giorno che aveva preso da terra un fico secco caduto dall’albero per mangiarlo il fattore gli tolse dieci lire dalla paga minacciandolo ad alta voce perché anche gli altri sentissero: fanno bene quei padroni che mettono la museruola agli operai per evitare che mangino i frutti. Riccardino sentiva gli operai borbottare, a volte anche imprecare ma tra loro avevano fatto il giuramento del silenzio, pena il licenziamento. Gli operai non capivano come mai poche famiglie possedevano buona parte dei terreni fertili mentre gli altri erano condannati alla fame. La cosa però che dava più fastidio era vedere l’autorità difendere i ricchi e non i poveri. Persino durante il fascismo le camicie nere (alcuni dei quali erano proprio “mazzieri”) accorrevano a protezione dei proprietari, “a difesa dell’ordine pubblico” dicevano. D’altra parte gli agrari, che grazie ai matrimoni tra di loro moltiplicavano i possedimenti, imponevano la loro autorità attraverso lo sfoggio della ricchezza: tirchi con gli operai e i dipendenti, generosi tra di loro e con chi gestiva il potere (sempre loro). Chiaramente la rabbia cresceva ma lo Stato non trovava gli strumenti per risolvere il problema. I braccianti si allontanavano anche dalla Chiesa quando vedevano i “signori” rispettati grazie alle offerte generose. Mba Rccard ebbe un moto di stizza quando ricordò questo particolare. Il suo parroco si dava molto da fare per aiutare i poveri, ma a lui dava fastidio che in chiesa la domenica i primi posti erano riservati a quelli che abitavano nel palazzo: persino il sacrestano era tutto servizievole nei loro confronti. Inutilmente il parroco spiegava che senza le offerte dei “signori” non poteva fare la beneficienza. Rccard faceva spallucce borbottando: è semb pizz nust!

Era avvolto in questi pensieri quando la moglie gli si avvicina pregandolo di andare a letto. Il marito sibilò: nsciun s’havà salvè! Spaventata la moglie osserva: chi deve morire. No, disse il marito, io non sono capace. Jà na caus ca so sndiut mmezza a la catium. Ma domani mi devono sentire anche quelli del sindacato: a lavorare devono andare tutti e spiegò alla moglie che molti proprietari potevano rendere più produttivi i loro terreni se avessero assunto più operai e coltivare meglio la terra. Solo che loro si accontentavano di quello che guadagnavano con poco sforzo pur di non assumere. La terr l’avevna deie a l zappatiur, tann si vedeive u dfrttoit. Per questo capitava spesso che i contadini assaltavano le campagne e per la rabbia distruggevano quello che trovavano. Il problema era che spesso a farne le spese erano i piccoli proprietari, i più indifesi.

La mattina dopo mbà Rccard si rimise il pastrano addossoe se ne andò in piazza. Appena giunto alla port Quastidd rimase sconvolto: l zappatiur stavano raccontando dei tumulti del giorno prima, gli scontri tra braccianti e forze di polizia erano sempre più violenti, blocchi stradali venivano organizzati per impedire l’arrivo in Andria di altre forze dell’ordine. A un certo momento mbà Rccard vide uscire dal suo palazzo un uomo vestito di bianco. Chiese subito chi fosse. Gli dissero che era il Vescovo. Scuro in volto mons. Di Donna attraversava la piazza mentre cresceva il vocio degli uomini. Questi si dividevano tra urla di protesta e atteggiamenti di rispetto verso un uomo che aveva dato prova di essere dalla parte dei poveri. Il vescovo fendeva la folla che al suo passaggio zittiva dirigendosi verso via Cavour. Mbà Rccard e un altro gruppetto tentò di avvicinarsi per spiegare la situazione. Ma mons. Di Donna disse subito che sapeva tutto e raccomandò di stare calmi. Poi il vescovo si infilò nella Casa dei combattenti, dove erano tenuti prigionieri 18 tra poliziotti a carabinieri che erano stati disarmati. Mentre aspettavano che il vescovo uscisse ragionavano delle troppe armi che erano in giro e dei continui scoppi che si sentivano. Mbà Rccard disse che voleva tornare a casa preoccupato di quello che poteva succedere, ma gli altri lo trattennero: aspettiamo che esca il vescovo: può avere bisogno di noi. Il vescovo invece uscì sereno: aveva parlato con tutti, carcerieri e prigionieri, aveva benedetto tutti. Poco dopo i prigionieri sarebbero stati liberati. I rivoltosi si erano preso solo un po’ di tempo per decidere il motivo della inaspettata liberazione. La parola se testimoniata dal cuore fa miracoli. Mbà Rccard seppe dagli altri che vicino al comune stavano distribuendo la farina (venti quintali), scappò subito, prese la sua razione e tornò a casa per far mangiare i figli. Anche lui quel giorno mangiò. Poi tornò in piazza perché gli avevano detto che sarebbe arrivato il sindacalista di Cerignola Di Vittorio per trattare con le autorità e gli agrari in modo da garantire il lavoro per i disoccupati e la pace in città. Chi è sto Di Vittorio, chiese. Gli risposero: è un cafone come noi, è ieun ca soip fadghè la terr, ma na n tein (uno che sa lavorare la terra ma non ha la terra).

Mbà Rccard vedendo la folla crescere sempre di più cominciò ad avere paura. Si avvicinò a un gruppo di uomini che stavano discutendo animatamente: gli dissero che erano sindacalisti e comunisti. Alcuni volevano realizzare un servizio d’ordine per evitare atti violenti, altri invece volevano incitare i braccianti contro i padroni che intanto non si erano fatti vedere all’incontro essendo tutti scappati fuori Andria. Le urla crescevano, l’attesa del comizio di Di Vittorio si faceva lunga. Mbà Rccard capì che la situazione poteva precipitare da un momento all’altro e lentamente andò a mettersi ai margini della piazza verso la port Quastidd. All’improvviso si udirono dei colpi di fucile: immediatamente si scatenò il parapiglia: la massa di popolo immediatamente si disperse nelle strade circostanti, mentre un gruppo di facinorosi si accalcava sotto il palazzo Porro: “ammazzatele tutte” si sentì gridare. Le più violente erano le donne: erano le più arrabbiate perché più degli uomini dovevano rispondere alla richiesta di pane da parte dei figli. La violenza era maggiore perché si trattava di un assalto, non di uno scontro tra gruppi armati e la polizia, ai quali ci si era abituati nei giorni precedenti. Questa volta la rabbia si era rivolta direttamente contro i padroni. Mbà Rccard non capì perché se la prendessero con quelle donne, di cui si vociferava essere buone e generose. Poveretto non capiva che la rabbia a stomaco vuoto spegne la ragione. Stava avvolto in questi pensieri quando davanti a lui vide passare un gruppo di uomini esagitati che trascinavano due donne prese con i capelli. Urla e schiamazzi, pugni e calci coprivano il debole lamento di una donna, l’altra gli sembrò una bambola di pezza. Poi il silenzio, un silenzio improvviso e irreale. In quel silenzio un prete uscì di casa e accorse a benedire. Mbà Rccard capì che le due donne erano morte. Si era appena allontanato il prete che una donna con un pugnale in mano si scaglia contro il cadavere apostrofandolo con “parole da trivio”. Turbato profondamente Mbà Rccard se ne tornò a casa. Vedendolo spaventato la moglie gli chiese cosa fosse successo. E Lui, togliendosi il pastrano e mettendosi a sedere, disse: so vist l liup.

Il Corriere della sera intitolerà la corrispondenza: i lupi di Andria.

Nota del narratore: in quel pomeriggio prima del comizio c’era stato l’incontro tra Di Vittorio e mons. Di Donna. Di Vittorio, un po’ spinto dalla strategia comunista del tempo, pensava che si poteva raggiungere la pacificazione mantenendo calma la “plebe”, come veniva ancora chiamato il popolo; il vescovo invece sosteneva che il tumulto si sarebbe potuto placare eliminando alla radice le cause: se non mangiano sono capaci di tutto. Non a caso proprio Di Donna, che già si era spogliato del superfluo e anche dell’essenziale, aveva ordinato alle parrocchie di mobilitarsi a favore dei meno abbienti. Si salutarono freddamente. La pace tornò subito dopo il delitto un po’ perché gli stessi protagonisti si erano spaventati, un po’ perché arrivarono rinforzi di polizia e carabinieri, un po’ perché arrivarono dal governo 200 milioni per lavori pubblici capaci di assorbire molta manodopera. Oltre i 470 assunti per sistemare la villa comunale. Fossero arrivati un giorno prima quei soldi questa storia non sarebbe stata raccontata.

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I commenti degli utenti
  • Gaetano Campanale ha scritto il 04 marzo 2018 alle 17:49 :

    Un Grazie sincero all' autore di questo Racconto. Spero che un giorno venga pubblicato un libro con tutti i racconti. Rispondi a Gaetano Campanale

  • Riccardo Nanni ha scritto il 04 marzo 2018 alle 15:53 :

    Ringrazio anch'io l'autore dell'articolo. Ero ragazzino e tutto questo l'ho visto con i miei occhi.Il tumulto non durò un solo giorno ma alcuni giorni. Rimanemmo tappati in casa finche' i militari misero fine al tumulto e tutto torno' come prima Rispondi a Riccardo Nanni

  • michele sergio ha scritto il 04 marzo 2018 alle 10:38 :

    un sentito grazie all'autore di questo nuovo racconto e dei precedenti, per la puntuale diffusione di momenti di storia cittadina, che non si può e nè di devono dimenticare in onore di persone morte innocentemente. Rispondi a michele sergio