Quando nasce una madre

La rinascita psicologica della madre coincide con il momento in cui la stessa sente e dice “questo è il mio bambino”, ma perché questo riconoscimento sia possibile deve esserci stato un prima, un tempo dedicato all’attesa

Gabriella Ieva Stanze di vita quotidiana
Andria - venerdì 18 maggio 2018
la grande Madre
la grande Madre © n.c.

Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome… qui dentro siamo solo noi… poi entreranno e tu non sarai più mio… Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo…” (E. De Luca)


Nei nove mesi della gravidanza la donna è chiamata a sognare, a riflettere, ad immaginare.

È questo un tempo speciale, che l’aiuterà ad entrare in relazione con il suo bambino: non un neonato qualsiasi, ma suo figlio, un essere unico, incomparabile, insostituibile.

A livello fisico la gravidanza procede da sé e, se va tutto bene, la donna può continuare la sua vita come in precedenza, ma la gestazione non è solo un evento fisico: noi siamo corpo e anima, e l’incontro con il bambino coinvolge la sfera emotiva allo stesso modo di quella fisica.

La relazione madre-bambino, così come lo sviluppo futuro del bambino, dipendono in larga misura da ciò che avviene nella mente della madre, e ha radici nella sua storia personale. La gravidanza è un’esperienza così intensa, trasforma una figlia in madre, e merita una profonda dedizione, tempo, attenzione, concentrazione, proprio perché dopo nulla sarà più come prima.

Le esperienze vissute dalla donna all’interno della propria famiglia d’origine hanno un ruolo decisivo nel determinare il modo in cui, successivamente, agirà nei confronti dei figli.

È infatti il mondo interno della madre a guidare le sue interazioni con il bambino, sia che si tratti di nutrirlo, di giocare con lui o di accudirlo.

Quando aspetta un figlio, la donna è chiamata a rielaborare il suo rapporto con la propria madre: la gravidanza può rappresentare in questo senso un’opportunità per riallacciare un rapporto che col tempo si è attenuato, o magari creare un’intesa che non c’è mai stata o per qualche motivo si è deteriorata. Il ritorno alla madre è un passo importante per la gestante, in quanto risponde ad un’esigenza profonda: la futura madre che contiene il bambino ha, a sua volta, bisogno di sentirsi contenuta.

Le più intime speranze, paure e fantasie della madre influenzano, infatti, la sua relazione con il bambino.

La vita quotidiana con il nuovo nato è basata su interazioni ricorrenti, che si susseguono ora dopo ora: non sempre, però, queste operazioni saranno senza intoppi, né si svolgeranno in modo prevedibile. Tante mamme di fronte ai cambiamenti, a volte drammatici, del loro passaggio interiore, sperimentano l’isolamento e la solitudine, chiedendosi se questo succeda solo a loro. Tra gli effetti negativi di una gravidanza “non pensata” c’è infatti un maggior rischio di depressione post-partum. Proprio nella quotidianità, infatti, cominciano a manifestarsi le speranze, le paure e le fantasie della mamma, accompagnate ai suoi ricordi d’infanzia, e tutti questi fattori influenzano, di fatto, lo sviluppo del bambino.

La rinascita psicologica della madre coincide con il momento in cui la madre sente e dice “questo è il mio bambino”, ma perché questo riconoscimento sia possibile deve esserci stato un prima, un tempo dedicato all’attesa.

È per questo motivo che diviene importante aiutare la donna ad accompagnare il suo bambino dal grembo al mondo, dal buio alla luce, dalla percezione uterina all’abbraccio, dal sentire al vedere.