La Lambretta, i pantaloni a zampa di elefante e il debito pubblico

Secondo stime della Commissione europea, quest’anno il debito pubblico italiano arriverà al 135,2% del Pil, cioè di tutta la ricchezza prodotta nel Paese

Luigi dell'Olio I conti della serva
Andria - venerdì 13 giugno 2014
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Il ricordo comune degli anni Sessanta e Settanta riporta a immagini di ragazzi sorridenti in lambretta, alla Dolce Vita che fa di Roma la capitale della cinematografia mondiale, ai pantaloni a zampa d’elefante che costituiscono il segno distintivo della cultura hippy (con le danze sfrenate de “La febbre del sabato sera”) e allo sbarco sulla Luna, che sembra aprire all’uomo una nuova dimensione. Ma si tende a dimenticare che quelli sono stati anche gli anni che hanno dato vita al principale problema che affligge i nostri tempi, vale a dire l’enorme debito pubblico, che ci colloca al terzo posto nell’infausta classifica mondiale dopo il Giappone e la Grecia.

Un moloch che impedisce la ripresa
Secondo stime della Commissione europea, quest’anno il debito pubblico italiano arriverà al 135,2% del Pil, cioè di tutta la ricchezza prodotta nel Paese. Già oggi questo valore viaggia oltre quota 2.120 miliardi di euro e verosimilmente continuerà a salire in maniera sensibile nei mesi a venire.  
Il debito si forma quando un soggetto spende più di quanto incassa: succede alle famiglie, alle aziende e anche allo Stato. Lo scarto che si crea nel corso di un anno si definisce deficit, mentre il debito pubblico è la situazione debitoria complessiva accumulata negli anni.

Più diritti e più spesa
Gli anni Sessanta e Settanta sono quelli delle grandi rivendicazioni, che portano alla formazione di un welfare state moderno: grazie anche a una serie di manifestazioni di piazza, crescono i diritti dei lavoratori, aumenta la copertura sanitaria e quella previdenziale.
Una scelta di civiltà, che tuttavia costa: il disavanzo primario (cioè la differenza tra spese e tasse, al netto degli interessi sul debito) inizia ad allargarsi verso la metà degli anni Sessanta e accelera nel decennio successivo. Ma quelli sono anche gli anni della crescita economica, per cui l’incidenza sul Pil non desta particolare preoccupazione.

Le baby-pensioni
In un sistema diviso tra i due blocchi Usa-Urss, in cui l’Italia gioca un ruolo centrale per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, non si bada a spese pur di garantire il consenso e la tenuta sociale. Così il nostro Paese si caratterizza per un sistema impositivo sui patrimoni e sugli investimenti finanziari tra i più bassi al mondo, chiude un occhio sul fenomeno della dilagante evasione fiscale e crea una serie di carrozzoni pubblici per assicurare la massima occupazione.
Emblematico quanto accade nel 1973, l’anno del dello Yom Kippur, del Watergate e della crisi petrolifera, quando si spengono le tv alle 22.45 per risparmiare sui consumi e debuttano le domeniche a piedi. In tutto il mondo parte la stagione dell’austerity, ma un tentativo in tal senso in Italia appare da subito difficile da percorrere, a meno di non voler affrontare ulteriori tensioni in un Paese ancora percorso dai disordini sociali con motivazioni politico-ideologiche. Così il Governo Rumor, sostenuto da una coalizione di centrosinistra (Dc, Psi, Psdi e Pri), approva le cosiddette baby-pensioni che concedono alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno, mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni. Il risultato è un pieno successo elettorale della coalizione al Governo, ma anche un peso che, inevitabilmente, si scarica sulla collettività. Nei 40 anni trascorsi da allora, lo Stato ha speso oltre 150 miliardi di euro per i baby pensionati, e il conto continua a crescere al ritmo di 9 miliardi l’anno.

Il difficile rientro
I problemi diventano più evidenti in seguito, soprattutto negli anni Ottanta, quando la crescita economica rallenta (in Italia più che in altri Paesi europei come la Gran Bretagna e la Germania, che pure hanno creato un sistema di welfare molto avanzato): in sostanza il denominatore (il pil) cresce più lentamente del numeratore e il rapporto tra i due indicatori sale.
Passa dal 56% del 1975 al 98% nel 1991 e a quel punto il dato assume i contorni di un allarme nazionale. Infatti, lo Stato è costretto a pagare ogni anno interessi via via crescenti sul debito accumulato e non si mette mano alle riforme, temendo l’impatto negativo in termini di consenso popolare.
L’Italia entra in crisi e nel 1992 è costretta a uscire dallo Sme (Sistema monetario europeo). Così prendono il via le politiche di austerità che durano ancora oggi, e che si aggravano con lo scoppio della crisi mondiale nel 2007.
Il combinato disposto tra aumento delle tasse e moderazione salariale, tuttavia, spinge ulteriormente il rapporto debito/pil, fino ai valori attuali, superiori al 130%.

La lezione che si ricava dipende dalle diverse visioni politico-ideologiche, ma un dato è inconfutabile: l’Italia ha vissuto per molto tempo al di sopra delle proprie possibilità spendendo più di quanto incassava. Un atteggiamento irresponsabile, che ha creato una sensazione di finto benessere, che oggi presenta il conto sulle nuove generazioni e sugli altri anelli deboli della catena sociale.

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