Più che il fiscal compact, è la deflazione la vera minaccia per l’Italia

L’Europa è vista da tanti come una minaccia al benessere del nostro Paese,che però sconta soprattutto problemi propri

Luigi dell'Olio I conti della serva
Andria - venerdì 11 luglio 2014
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“Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del Fiscal Compact”, si potrebbe dire parafrasando Karl Marx e Friedrich Engels. In effetti, secondo una vulgata che ha molti sostenitori nel nostro Paese, il Trattato per la stabilità nell’Unione Europea è la grande minaccia sulle possibilità di ripresa economica del nostro Paese. Il riferimento è all’accordo stipulato due anni fa tra gli Stati dell’Ue che stabilisce una serie di vincoli di bilancio per rientrare dall’enorme mole di debiti accumulati negli anni, che avevano generato la crisi del debito pubblico nel Vecchio Continente tra il 2008 e il 2011.

Debito da ridurre
Addirittura circolano cifre sui costi che il Fiscal Compact avrebbe per l’Italia: 50 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni. Una cifra da far tremare i polsi, se si pensa che per trovare i famosi 10 miliardi destinati a finanziare i famosi “80 euro” di Renzi, il Governo ha dovuto tribolare non poco. Per altro trovando solo le coperture per finanziare il bonus relativamente all’anno in corso, senza alcuna garanzia per il futuro.
Questa cifra viene calcolata partendo da un principio fissato dal Fiscal Compact, secondo cui gli Stati con un debito pubblico che eccede il 60% del Pil (cioè della ricchezza prodotta ogni anno), devono ridurlo nell’arco di un ventennio. Dato che l’Italia è ormai oltre il 130%, verrebbe imposta questa cura da cavallo.

Come nasce la stima dei 50 miliardi di tagli
Inutile dire che 50 miliardi di tagli all’anno sarebbero in grado di mettere in ginocchio Paesi ben più forti dell’Italia. Nel nostro caso, non vi sarebbe alternativa al fallimento. Per fortuna questa cifra è sbagliata e fa specie che la bufala continui a girare, forte anche dell’effetto eco giocato dai social network, dove le informazioni si diffondono tanto più velocemente quanto più sono capaci di creare indignazione tra i lettori. Una caratteristica evidentemente ben presente a chi tendenziosamente diffonde notizie false come questa.

Innanzitutto va detto che il percorso di riduzione del debito pubblico verso quota 60% del Pil non è previsto dal Fiscal Compact, ma nella normativa successiva, adottata per integrare i principi del trattato. In secondo luogo non è indicato un automatismo così brutale (riduzione dell’eccedenza di debito al ritmo di 1/20 all’anno, quindi 50 miliardi per l’Italia). Tanto che il Governo italiano nelle scorse settimane ha fatto sapere all’Europa che, date la difficile congiuntura economica, rinvia al 2016 il pareggio di bilancio necessario per avviare la riduzione dell’eccedenza di debito. In terzo luogo, trattandosi di un rapporto (debito e Pil), non è indispensabile che si tagli la spesa (numeratore), ma si può agire anche cercando di far crescere il denominatore, cioè attraverso la crescita.

La stima di 50 miliardi è frutto di un ulteriore errore. Nel calcolare il rapporto fra debito e pil, il riferimento dei trattati è al pil nominale, dato dalla somma tra Pil reale e inflazione. Secondo stime degli economisti de La Voce, per rispettare i dettami europei è sufficiente che il pil nominale cresca mediamente del 2,5%. Considerando un tasso di inflazione che in condizioni normali si avvicina al 2% (questo è l’obiettivo della Bce), basterebbero pochi decimali di crescita ogni anno per centrare l’obiettivo. Senza nemmeno un euro di tagli.

Piuttosto il problema è che attualmente l’Italia deve sempre più vicino il rischio di deflazione, dopo che a maggio il carovita è cresciuto appena dello 0,6% rispetto a un anno prima. Quando i prezzi scendono, i consumatori tendono a rimandare gli acquisti nell’attesa di ulteriori ribassi. Il risultato è che le imprese producono meno e devono licenziare. Calando il numero degli occupati, scendono anche le tasse incassate dallo Stato, che poi è costretto a tagliare la spesa o aumentare le imposte per coprire il buco. Questo è il rischio più grande che corriamo oggi. Ferma restando la necessità di rivedere i trattati europei in maniera più flessibile per non soffocare i primi segnali di ripresa.

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