Folklore e immagini di un tempo quasi perduto

“Folklore Andriese con monumenti del dialetti di Andria” del prof. Riccardo Zagaria

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 08 agosto 2014
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Una delle poche cose che, più o meno intatte, comunque restano nella memoria degli uomini, e che riguardano la propria vita, la terra d’origine  e, in una parola la sua storia, è il folklore: canti, credenze, proverbi, usanze e tutto quel mondo che ha avvolto l’infanzia e la prima giovinezza e che poi prende un posto più o meno profondo nel nostro animo distratto da mille altre attenzioni; ma che ritorna spesso inatteso e vivido rivivendo da un particolare, da un suono o da un profumo. 

La nostra Città, seppure carente in tanti settori, sembra abbastanza ricca di tradizioni e di ricordi. Tra gli studiosi che nel secolo scorso  hanno voluto raccogliere  in un tentativo di sistemazione  logica tutto il  folklore andriese, mi sembra doveroso ricordare il prof. Riccardo Zagaria: fra tutti  gli storici o aspiranti tali andriesi, è a mio avviso quello meno ricordato o meno apprezzato dai posteri forse anche per la severità dei suoi giudizi. Egli ha vissuto tra la fine dell’800 e i primi decenni del “900, insegnando, scrivendo saggi ed articoli, ed interessandosi  in maniera  rigorosa e spesso intollerante (della superficialità) di tanti aspetti della storia e della letteratura locale e nazionale. Questa che vorremmo riportare all’attenzione è una delle sue prime pubblicazioni, stampate a Martina Franca nel 1913, con il titolo “Folklore Andriese  con monumenti del dialetti di Andria”. Da questo suo lavoro, tra i tanti piccoli preziosi ricordi,  ci piace  riportare  alcuni interessanti e divertenti brani che ci riportano indietro di un secolo, rievocando aspetti di vita comune ormai dimenticati.

Delle fantasie popolari
“Nelle sere d’estate, quando il cielo azzurrino incurvasi palpitante di stelle su di noi, ai bambini scamiciati, seduti per terra davanti agli usci delle case, mentre guardano in su restando silenziosi come assorti in quell’incanto, addita la mamma sand  Iacche Valizzie, ancora echeggiando la millenaria fama di san Iacopo di Compostela. E racconta che quella striscia biancheggiante attraverso il firmamento è il sentieruzzo che quel Santo, fuggendo cosparse di un po’ della paglia che era andato  a rubare.”  

e il racconto della festa  del Santo Patrono
“Allo scoccare della mezzanotte del sabato un festoso scampanio si spande per l’aria tacita e scura dal campanile mezzo normanno e mezzo moderno del Duomo, e le famiglie , che si sono indugiate in chiacchiere intorno alla tavola, balzano su a mettersi i faccilettoun  (larghi scialli) in capo e le corone e a radunarsi davanti la Chiesa, o lungo la via che la statua percorrerà ingrossando a poco a poco il folto seguito, tumultuoso e cantante le canzoncine della Vergine – Evviva Maria,Maria sempre viva,Evviva Maria e chi la criò. Giunti nel largo vi trovano: intorno venditori di castagne del prete (al forno), di  nocciuole, di nocelline americane, di frutti di nocciola infilzati a corona, di mostaccioli e via dicendo; senza dimenticare i fischietti (di creta o di latta), le vescichette variopinte sibilanti e le trombette di latta e gli organetti  che formano la disperazione delle mamme” “(a settembre nel giorno della festa) si trova compiuta da una ventina di giorni la raccolta delle mandorle, e di poco più che un’altra ventina dista la vendemmia: ci sono quattrini freschi, dunque, che avranno a godersi la compagnia di altri quattrini. E, così, ai cittadini viene il piacere di offrire la -misura- o -la mezza misura-, il -quarto-, lo –stoppello- di mandorle al divino Patrono, e di disporre nella guantiera soldini sonanti; (dopo la funzione religiosa) la folla passa nella piazza detta Catuma che trova tutta imbandierata e illuminata da lampioncini varipinti ad olio di scarto, i quali contribuiscono alla festa con esalazioni puzzolenti. Nel mezzo, un’orchestra ; attorno dilettanti di musica improvvisati, ritti e duri, coi nasi all’aria e le bocche socchiuse; e intorno a costoro, tavolini da caffè con sorbetti e persone che li sorbiscono arrotondando i labbri e sgranando gli occhi : è il lusso di una volta l’anno ! Da un lato della piazza, ancora, è una fila di baracche addossate ai muri delle case, gremite di ogni ben di Dio  e con le panche coperte di bianche tovaglie su cui spicca il rosso dei confetti occhieggianti nella grigia cheppeit, uno speciale dolce popolare composto di farina, miele, frutti sfegghieit (nettati)  di nocciuole infornate e confetti cannellini (confetti di forma lunga)” “” Nelle ore pomeridiane  avanzate della domenica si fa la processione : tutta Andria ribolle, raccolta in appena due piazze e una strada… Innanzi va e suona il tamburo,  un flauto, i piattini d’ottone (gli zinannè) e una grancassa. Al tamburo seguono un palio votivo, rappresentante un miracolo di San Riccardo, e due lunghe file di divoti con enorme ceri accesi sulla destra””    “La domenica  segna il colmo della festa, come il lunedì, in cui si svolgono le corse dei cavalli o dei velocipedi o, ormai, degli aeroplani, e segna il concorso delle vicine città segnatamente da Barletta. I barlettani – gente ritenuta ab antiquo per leggera e fastosa dagli andriesi che li dicono pagliosi-  sono i consumatori più benemeriti del vino che ha fatto un passo verso l’aceto e delle carni equine che pagano per bovine”.

Un giudizio laico e sintetico sulle processioni
“La processione di San Riccardo  è la più imponente fra quelle di Andria, come la processione di San Michele  è la prima della stagione, e come quella del Venerdì Santo n’è è la più singolare, e l’altra del lunedì dopo Pasqua la più gentile” 
Nel giorno di San Lorenzo, il 10 agosto, ed il 22 dello stesso mese festa della Madonna delle Grazie, le gare poetiche
”Davanti alla Chiesa della Madonna si rizzava un palchetto, sopra vi salivano con gravità gli improvvisatori (poeti), uno dei quali Salvatore Basile è ancora ricordato nel popolo,  e incominciavano una disfida, mantenuta per qualche ora discorrendo della Vergine: dinanzi una umile folla a bocca aperta, meravigliata della rima che i due contadini poeti sapevano trovare”


A Pasqua si giocava con le uova.

”Nella settimana di Pasqua si gioca a u ringh: cioè si prende un uovo e con esso si picchiano nella punta le uova che i giocatori presentano; tutte le uova che vengono ammaccate sono la vincita del giocatore che ha l’uovo più duro”
Ed infine sulle nascite
”Venuto al mondo il neonato, una volta presso la povera gente usciva una comare dal balconcino o dalla finestra e gridava al vicinato – Il bambino a Tizio !- e tutte le donne accorrevano a far festa. Battezzatolo, al ritorno il padre, il padrino, il nonno buttavano ai monelli per strada manate di mandorle , onde l’imprecazione  che si fa ai discoli  -mannagghia ci t’ mannè r’ ameln- (male abbia chi per te butto le mandorle)".

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