La “storica” chiusura della Libreria Guglielmi

Riflessioni oblique tra sedicenti lettori, manager, moralisti e oppositori

Vincenzo Larosa Cittadinanza giovane
Andria - venerdì 29 agosto 2014
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La recente notizia della chiusura della Libreria Guglielmi sta diventando un fenomeno della comunicazione di massa cittadina, vero e proprio tormentone di fine estate andriese. E come tutti i tormentoni unisce e divide, ognuno ha una sua opinione a riguardo, ma comunque sta lì, al centro della piazza, anzi no, nei pressi di Piazza Catuma, su Via Bovio, con il suo bel cartello “Si Vende” e le vetrinette svuotate di libri. E non puoi fare a meno di farci caso. Anche i criticoni più accesi partecipano a quella che è la vera secchiata gelata per la storia della cultura andriese. La comunità cittadina si è divisa tra moralisti della crisi culturale, manager esperti di gestione delle librerie, oppositori delle Istituzioni e della Amministrazione comunale. E criticoni (questi ultimi non mancano mai).

È innegabile che in Italia la cultura, soprattutto in tempi di spending review, sia spesso vista da politici e amministratori con una certa insofferenza: scuola, università, ricerca, teatri, musei, biblioteche costano troppo a fronte dell’utilità economica e sociale diretta che essi apporterebbero al Paese. È  altrettanto innegabile che spesso le Istituzioni stanno lì ad infondere nei giovani italiani la convinzione che con la cultura non ci sia da mangiare. Se il capo della gioventù hitleriana Baldur von Schirach scrisse: “Quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola”, molti (per fortuna non tutti) uomini di potere oggi, silenziosamente,  non vogliono popoli acculturati, essendo gli uomini istruiti indigesti a coloro che puntano a sottomettere. Ray Bradbury, nel romanzo Fahrenheit 451, racconta di una nazione dove il potere ha capito che per perpetrarsi deve letteralmente bruciare i libri, solo così potrà controllare le menti e le coscienze. Se a tutto ciò aggiungiamo le imbarazzanti affermazioni di qualche anno fa dell’allora ministro Giulio Tremonti che ai giornalisti dopo i notevoli tagli alla Cultura e all’Istruzione diceva “Con la cultura non si mangia”, comprendiamo meglio la situazione attuale. E fin qui gli oppositori delle Istituzioni hanno ragione. Il problema però è più delicato. Questa volta a chiudere non è una scuola o una biblioteca ma una libreria, una attività commerciale, storica, ma pur sempre una attività commerciale. Allora il dubbio sorge spontaneo: cosa avremmo potuto chiedere alla classe politica andriese? Un contributo economico di sostegno alla attività commerciale libreria? E allora mi chiedo, qual è il limite invalicabile, la linea invisibile tra una libreria e una bottega artigianale e perché dovremmo sostenere una e lasciar chiudere i battenti all’altra? E qui, dunque gli oppositori delle Istituzioni si sbagliano. Del resto le Istituzioni cittadine devono pur chiedersi come mai le cicchetterie e le alcoolerie nel nostro centro storico proliferano e non rischiano il tracollo?

Passiamo ai moralisti. Hanno ragione quando dicono che siamo in crisi e questa crisi ci sta distruggendo. Non si hanno i soldi per mangiare figuriamoci per acquistare libri, che tra l’altro costano e pure non poco. È vero: gli italiani non leggono. In Italia, e soprattutto al Meridione, i lettori di libri si confermano fondamentalmente deboli. La vita frenetica non lascia il tempo per vivere, figuriamoci per leggere. È più facile guardarsi un film. Chi non legge si perde tanto, ma comunque, se non lo fa, è anche responsabilità di chi non l’ha aiutato a scoprire quanto sono utili i libri. Ed è  qui che i moralisti cascano. Se le librerie storiche chiudono è perché le nuove generazioni non leggono, o leggono di meno. Perché nessuno ha educato loro alla passione per la lettura. E la lettura come tutte le arti si sperimenta. Sarebbe impensabile per un musicista far appassionare alla musica semplicemente mostrando lo strumento musicale. Bisogna suonarlo e far udire la dolcezza delle note. La stessa cosa vale per i lettori. Sarebbe impensabile che un bambino di sei anni decida di entrare da solo in libreria per acquistare un libro. Bisogna accompagnarlo in libreria e leggere assieme quel libro dal profumo acre di carta stampata.  Non bisogna soltanto moralizzare sul piacere per la lettura quale libretto d’istruzioni privilegiato per leggere il mondo. Bisogna educare a questo viaggio aprendo il libro, testimoniandolo in prima persona, sulla propria pelle. Mostrare a quel ragazzino che è più facile viaggiare con un libro, che con un video games.

Ed infine ci sono i manager. Hanno ragione questi piccoli aspiranti gestori di librerie quando dicono che i tempi sono cambiati. Non è più possibile vivere di libri, ma bisogna affiancare al prodotto offerto una infinità di servizi accessori che rendono la libreria più competitiva anche con una particolare attenzione ai prezzi. Hanno ragione quando dicono che la concorrenza degli altri venditori di libri è spietata e bisogna stare al passo. Iniziano a sbagliarsi quando però non si rendono conto di alcune piccole questioni: se tra i concorrenti c’è un venditore di libri che si chiama Coop e che sconta i libri al 25% del prezzo di copertina, la piccola libreria storica poco ci può fare. Se le case editrici vendono allo stesso prezzo alla piccola Libreria e alla Coop, il mio amico libraio poco ci può fare. Se la pagina digitale è preferita dai lettori rispetto alla carta stampata, nulla ci può fare. Se è in atto il cambiamento nel modo di pensare la scrittura e concepire l’editoria e sui libri digitali si sono gettate le grandi multinazionali come Apple e Amazon, il libraio può solo stare a guardare, oltre che a subire il pressante carico fiscale che gli spetta da pagare. E allora anche i manager si sbagliano. Perché forse, e dico forse, non è (soltanto) una questione di mala gestio. Il problema sta nel fatto che ormai edicole e librerie non possono più presentarsi al mercato nella forma che è stata perché le abitudini cambiano, i tempi scorrono, i lettori non hanno più le stesse preferenze, le case editrici sono messe male.

E poi ci sono i criticoni. Quelli che non hanno mai ragione. Che continueranno a dire male, perché è quello che sanno fare meglio. Ma la critica, quando non è costruttiva serve a ben poco. Soprattutto se è una critica proferita da sedicenti lettori. Lettori di pagine colorate di rosa, seppure.

Nessuno ha torto dunque, ma nessuno ha ragione (tranne i criticoni). La verità sta nel mezzo, e dipende dall’angolazione da cui la si guarda. Una cosa è certa: non possiamo stare a guardare. Nessuno è esonerato dalle responsabilità di questa “sconfitta” che ci deve far interrogare ancora a lungo, senza giudizi di merito, ma con obiettività. I responsabili? Tutti, io per primo. Anziché acquistare alla piccola storica libreria cittadina acquisto digitale o al massimo presso le altre librerie e cooplibrerie. Ma anche questa può non essere una valida responsabilità. L’auspicio è quello di rivedere le vetrinette della storica libreria nuovamente piene, sotto un’altra forma, secondo una nuova concezione della libreria, ma pur sempre aperte per non perdere quella tradizione che viene dal passato e senza la quale non vi può essere futuro.

Ringrazio per lo scambio di idee, i miei amici Vanna T., Marco L., Saverio C., Brigida M., Vincenzo P. e Natale A. .

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