L’euro e i mali dell’Italia

Qualche numero può aiutare a comprendere meglio la questione e a evitare posizioni preconcette

Luigi dell'Olio I conti della serva
Andria - venerdì 14 novembre 2014
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In questa stagione di recessione prolungata, l’euro finisce periodicamente sul banco degli imputati con l’accusa di aver contribuito ad acuire la crisi.
Tralasciando la discussione sulla liceità del referendum di cui si parla in queste settimane (l’art. 75 della Costituzione prevede solo referendum abrogativi di una legge, e in questo caso non esiste una norma specifica che introduca l’euro in Italia), qualche numero può aiutare a comprendere meglio la questione e a evitare posizioni preconcette.

Il nodo del debito pubblico
Il problema principale dell’Italia è il debito pubblico, che a fine agosto ha toccato quota 2.148 miliardi di euro. Per sostenere questo fardello, il ministero del Tesoro emette titoli di Stato, sui quali paga gli interessi (come succede a qualsiasi azienda o famiglia indebitata). Ogni anno questo comporta un esborso tra gli 80 e i 90 miliardi di euro (in base all’andamento dei tassi), risorse che vengono raccolte aumentando le tasse e/o tagliando la spesa pubblica. Per avere un termine di paragone, il bonus 80 euro per i dipendenti con redditi bassi e medi pesa sul bilancio pubblico 10 miliardi. Quindi chissà quante altri sgravi o servizi si potrebbero finanziare a fronte di un debito più sostenibile.

Mutui al 12%
Il debito è cresciuto a partire dagli anni Sessanta, quando si è sviluppato il welfare state (spesa per pensioni, sanità e così) e ha assunto un peso via via crescente nei decenni successivi, complice una politica miope (si pensi al caso delle pensioni-baby), che ha scaricato tutto il peso sulle generazioni successive. La lira ha pagato il prezzo di questa debolezza con frequenti svalutazioni e i lettori più avanti con gli anni ricorderanno i tempi in cui i tassi sui mutui arrivano all’11-12%, e in alcuni casi anche oltre.
A partire dalla metà degli anni Novanta ha preso il via il processo di convergenza europea, che ha prodotto un progressivo abbassamento dei tassi, fino all’adozione dell’euro. L’ingresso nella moneta unica ha consentito, dunque, un risparmio notevole (in linea di principio) per il finanziamento del debito, ma la politica di “spendere ogni anno più di quel che si incassa” è proseguita imperterrita, di fatto annullando quei benefici.

La grande crisi e l’impatto sull’Italia
Fino a che l’economia cresceva, i tassi di occupazione era elevati e si trovavano investitori disposti ad acquistare BoT e BTp, in pochi si preoccupavano della situazione.
La situazione è cambiata radicalmente nel 2008, quando la grande crisi internazionale ha messo in dubbio la capacità di alcuni Stati di onorare i propri debiti. A quel punto, per trovare ancora investitori disposti ad acquistare i nostri titoli di Stato è stato necessario alzare i tassi, e quindi il debito – che era già ben oltre il 100% del pil, cioè della ricchezza prodotta ogni anno nel Paese - è esploso, tanto che oggi il rapporto viaggia verso il 135%.
Questo nonostante le politiche di ausherity adottate negli ultimi anni, che da hanno sì consentito di evitare rialzi ancora più corposi, ma al prezzo di aumentare le tasse e ridurre la spesa per sanità e pensioni.

I limiti dell’euro
“Prima dell’euro questi problemi non esistevano, quindi usciamo dalla moneta unica e torniamo alla lira”, è la ricetta che si sente spesso ripetere negli ultimi tempi. Una proposta che non considera cosa sarebbe successo all’Italia in questi anni di crisi se non avessimo potuto contare su un ombrello internazionale (la crisi dei debiti sovrani si è attenuata quando il presidente della Bce, Mario Draghi, ha assicurato che avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvare l’euro), bensì su una moneta nazionale, sicuramente più fragile.
Né guarda alle prospettive reali per il nostro Paese. Se uscissimo dall’euro, chi si fiderebbe di un Paese che non ha saputo combattere gli squilibri, e quindi acquisterebbe ancora BoT e BTp? La risposta a questi dubbi è: “La lira si svaluterebbe e potremmo puntare sull’export, cosa che ci consentirebbe di pagare interessi più elevati”.

A parte il fatto che le esportazioni sono l’unica voce che è continuata a crescere in questi anni (non tanto per i prezzi dei nostri prodotti, che comunque sono molto più cari di quelli provenienti dai Paesi in via di sviluppo, ma per l’elevata qualità che consente di conquistare i mercati emergenti), questo ragionamento dimentica che l’Italia è un grande importatore, soprattutto di materie prime. Come compensare i costi più alti per l’energia e il petrolio?
Detto questo, va anche riconosciuto che la struttura attuale dell’euro mostra evidenti limiti. La costruzione di una moneta unica doveva essere la premessa per arrivare a una convergenza delle politiche fiscali, che in realtà non c’è mai stata. Così, i più virtuosi fra gli Stati membri godono di un tasso di interesse bassissimo per i titoli del debito sovrano, mentre i più indebitati  pagano un premio di interesse, lo spread. Così le nostre aziende sono zavorrate nella competizione con quelle tedesche, e la rigidità dei parametri di Maastricht (a cominciare dal tetto al rapporto deficit/pil) al 3% agisce come un cappio al collo in questa fase di crisi. Quanto basta per concludere che il problema vero non è nell’euro, ma piuttosto in un cammino verso gli Stati Uniti d’Europa rimasto a metà strada.

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