La “buona scuola” vista da una precaria

Ascolto e condivisione devono essere i fondamenti della scuola, non una concezione aziendalistica

Lucia M. M. Olivieri Universo Scuol@
Andria - venerdì 21 novembre 2014
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La Buona Scuola. A leggere i documenti sul sito appositamente creato dal Governo mi viene, in quanto docente super-precaria, lo sconforto. È quello sconforto particolare che assale qualsiasi persona che legga, per esempio, una recensione su un film scritta da chi il film non l'ha mai neanche visto: quanti, infatti, degli spettatori dell'horror movie “L'anno scolastico 2014/2015” sono stati chiamati a Roma per dire la loro...ed essere ascoltati?

Il dialogo nella scuola: è parte del fascino del mestiere dell'insegnante fermarsi ad ascoltare i propri alunni, spesso di soppiatto, per scoprire qualche segreto innocente o per capire qualcosa di più del carattere delle personcine che abbiamo davanti. Oggi ascoltavo uno dei miei “bamboli” (li chiamo così, e loro sorridono come sorridevamo noi al Liceo) parlare delle difficoltà con qualche collega: «Io gliel'ho detto, alla prof. ---, ma non mi ha proprio ascoltato. Devo far venire mamma, forse tra adulti si capiranno» e mi sono intenerita e indispettita.

Tenerezza per la logica stringente del mio alunno: non ascolta me che sono piccolo, forse ascolterà la sua “pari”; ma anche tenerezza per la voglia di chiedergli: «Dillo a me, cosa volevi dire alla professoressa?» e ascoltare le piccole lamentele di un 11enne, per cui il tempo scuola è il tempo del mondo, il tempo più importante.
Dispetto per un sistema, quello delle scadenze, dei numeri, delle supplenze non retribuite e anzi, spesso imposte, che abbrutisce anche la persona più aperta all'ascolto, mettendola nelle condizioni di chiudersi a riccio per evitare ulteriori sollecitazioni. Certo, nel mondo della scuola c'è bisogno di dialogo, di ascolto: ma chi ascolta i docenti? E come ci si aspetta che i docenti, come purtroppo spesso accade per tante ragioni, non smettano di ascoltare anche loro?

La mia collega mi ha detto stamane: «Io ho bisogno di sentire la coscienza a posto quando vado a dormire» mentre le raccontavo che, nonostante un brutto risveglio, ero a scuola per senso del dovere nei confronti dei miei studenti, che hanno bisogno di parlare e ascoltare e imparare a migliorarsi.
Allora mi chiedo: qual è il confine tra l'etica del proprio lavoro, che rende il compito di ascoltare e insegnare il mestiere più bello del mondo, e il mancato riconoscimento generale della difficoltà di mantenere alto il proprio spirito quando si parla di scuola come se fosse “solo” il luogo in cui battere cassa?

La “buona scuola” ha bisogno di ascolto. La “buona scuola” ha bisogno di vedere premiati i bravi professori, non in base ad astrusi calcoli statistici, ma sulle capacità effettive di portare i propri alunni in avanti, verso una “buona vita”.

Per fare ciò, bisogna formarli "davvero" i professori, insegnare loro a gestire il panico, le urla, il disinteresse, a usare veramente i nuovi strumenti a disposizione; allo stesso tempo, bisogna garantire un ottimo livello di preparazione: per insegnare, devo sapere tutto della mia disciplina, senza tentennamenti. L'optimum, allora, sarebbe una classe di docenti selezionati dai migliori studenti per ciascun corso di laurea, con competenze e abilità tali da portare l'istruzione a livelli molto alti. Ma in questa "buona scuola" dove ci pagano una miseria, non ci fanno fare carriera, non ci assumono neanche, se non per spezzettamenti di cattedra...fare bene il proprio lavoro è questione, purtroppo, solo di scelta personale.

Io faccio questa scelta tutti i giorni (o quasi): e voi, colleghe e colleghi?

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