Educare alla bellezza

La bellezza non si spiega, si intuisce, ed è per questo che risulta difficile parlarne, pur essendo indispensabile farlo(Ravasi 2013)

Liliana D'avanzo La rubrica delle carezze
Andria - venerdì 06 marzo 2015
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Educare alla creatività, così all’arte e alla bellezza , non vuol dire  necessariamente fare gli artisti, quanto permettere di abitare la creazione, generare qualcosa che viene dal di dentro, o che lo percepisce se lo incontra in un oggetto esterno, e questa bellezza porta gioia e godimento fisico e spirituale.
La possibilità di muovere prima il corpo e poi la mente, costituisce un’importante prevenzione a quel senso  di insicurezza che ci può cogliere  di fronte al nuovo o all’imprevisto e che ci attira nelle rassicuranti braccia della regolarità.
La ricerca di una non necessaria esattezza, l’esaltazione dell’ordine, della precisione, si fa pericolo poiché chiude la mente in un perimetro angusto, impedisce l’attivarsi delle capacità d’immaginare, impoverisce la gamma delle alternative.

Come si può educare alla bellezza?

La bellezza esiste riconoscendone la libertà di espressione.
Diversi permessi mi vengono alla mente, che possono aiutare:
• Il permesso di non competere, non fare confronti. La competizione genera tensione ed ira, può portare alla violenza  e peggio ancora, porta fuori di sé il metro della misura, che invece è interiore e smisurato , ed è portatore della pace e dell’armonia della condivisione emozionale.
• Il permesso all’inutile, all’apparentemente fatuo, allo spazio all’irrazionale, all’analogico, al non verbale.
• Consentire lo spazio di un tempo vuoto da riempire, vuoto di attività funzionali a un fine pratico, sospendere l’attivismo frenetico, interrompere il fare per essere.

Nel 1999 Maria Teresa Romanini asserisce che il bambino ha bisogno di passare del tempo da solo, anche per annoiarsi. Se gli viene permesso di annoiarsi, gli è anche concesso lo spazio vuoto da riempire di se stesso, con la propria creatività. Il silenzio dell’agire è un intervallo, una pausa nella quale è possibile attingere ad un’inespressa organizzazione nascente dall’interiorità. Sospensione di quel fare, così spesso sollecitato e organizzato dall’esterno (fare sport, socializzare, studiare canto o inglese). La sospensione di un fare esterno, programmato, è spazio di ogni potenziale creazione.

Il fare pere riempire il nostro tempo esistenziale, la nostra atmosfera domestica, il nostro stare in relazione, il fare come abuso indiscriminato di stimoli, in sé anche positivi, dove le pause ed i silenzi sono sopraffatti, è una delle calamità della nostra epoca e forse causa di danni estetici ed etici.
Dunque il tempo privo di soste di azioni, di intervalli, è assenza del tempo creativo dove, possiamo risvegliare in noi immagini (visive, auditive, tattile).

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