La grotta di San Michele tra natura, fede e storia

Minervino da scoprire

Antonella Casucci Impara l'Arte e...
Andria - venerdì 20 marzo 2015
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Quando si parla di Minervino Murge immediatamente si associa l’immagine di questo paese alle sue specialità gastronomiche, dal fungo cardoncello al tipico formaggio pecorino noto come “canestrato pugliese” che costituiscono il fiore all’occhiello tra i prodotti tipici locali.

Eppure la vicino Minervino è sorprendentemente ricca di luoghi significativi che, molto spesso, sfuggono alla nostra attenzione: il centro antico detto “la Scesciola”, dal tipico impianto medievale, pregno di affascinanti scorci, la Cattedrale dell'Assunta, di origine medievale, il santuario della Madonna del Sabato da sempre méta di pellegrinaggi e il faro di epoca fascista dalla loggetta del quale è possibile godere di un panorama che spazia dalla Basilicata al Gargano e che, a giusto titolo, conferisce a Minervino l’appellativo di “balcone delle Puglie”.

Tuttavia, uno dei luoghi più interessanti e suggestivi da visitare, a mio avviso, è la grotta di San Michele, sito micaelico al pari di Monte Sant’Angelo nel Gargano e Mont Saint-Michel in Francia. Il culto di San Michele, diffuso in Oriente fin dai primi secoli del cristianesimo, è arrivato in Puglia l’8 maggio del 490 d.C, data a cui risale, secondo la tradizione, la prima apparizione a Monte Sant’Angelo dell’Arcangelo e giorno in cui, ancora oggi, molti pellegrini salgono al santuario per celebrare l’avvenimento.

La grotta, situata in una cavità carsica naturale, scavata da antichi torrenti e formatasi oltre due milioni di anni fa, pare costituisca un luogo di culto da oltre un millennio. Una pergamena dell’anno 1000, il documento più antico a nostra disposizione, ora conservata nell’archivio dell’abbazia di Montecassino, cita la grotta come luogo consacrato al Santo Salvatore. L’epoca precisa in cui, poi, fu intitolata all’Arcangelo Michele non si conosce, ma, come si apprende da alcune fonti documentarie, un culto micaelico sembra essere attestato già nel XVII secolo; mentre in una visita pastorale del 1732, la grotta viene menzionata con il nome di “Chiesa del Glorioso Protettore San Michele Arcangelo”, affidata alla cura, materiale e spirituale, di un eremita, tale Francesco Granieri, spiegando, in questo modo, la presenza della piccola abitazione costruita accanto all’ingresso della grotta.

All’esterno la grotta può sembrare una ordinaria chiesetta di campagna, sarà infatti l’entrata a suggellarne la straordinarietà poiché, indipendentemente dalla propria fede, si viene travolti e rapiti dalla sacralità e dalla suggestione di un luogo senza tempo, che sembra traslare i visitatori in una dimensione surreale tanto da aver difficoltà, uscendo, nel riabituare gli occhi alla luce naturale.
La grotta, generalmente luogo misterioso, carico di valenze simboliche, essendo caratterizzata da quattro colonne probabilmente vestigia di un antico ciborio, dalla scalinata di accesso per giungere all’altare creata per rendere più accessibile il sito, dall’altarino a destra con l’affresco del Crocifisso realizzato nel secolo XVIII dopo un terremoto, dallo stillicidio delle acque raccolte in una colonna tranciata e cava, sempre ricolma d’acqua e dalla statua dell’Arcangelo, diviene qui emblema di un riuscito connubio tra natura, fede e storia.

Il luogo lasciato all’incuria per diversi decenni è stato valorizzato a partire dal 2006-2007 con lavori di recupero della facciata e della costruzione attigua e lavori di messa in sicurezza di alcune zone come la scalinata e la volta che erano state giudicate inagibili. Nel febbraio del 2008 è invece stata restaurata la statua raffigurante l’Arcangelo, copia ottocentesca dell’originale del Gargano, realizzata per sostituire nel XIX secolo, un’altra statua in pietra che, secondo la tradizione, non rappresentava l’Arcangelo, bensì Mitra, divinità pagana per molti versi affine alla figura di San Michele.
Si consideri che Mitra era venerato in luoghi simili a grotte, i mitrei, essendo egli stesso, secondo il mito, nato da una roccia e che, come san Michele aveva sconfitto il drago essendo il difensore della Chiesa, così Mitra aveva sacrificato il toro cosmico per salvare i giusti. Lo stesso animale, il toro, ricorre sia nella leggenda dell’apparizione garganica che in quella della fondazione del santuario francese. Un animale casuale, il simbolo del male o delle genti pagane da evangelizzare?Ma questa è un’altra storia…

 

 

 


Bibliositografia:
http://www.grottasanmichele.it/
http://www.borghiautenticiditalia.it/bai/comune-di-minervino-murge-bt/
A. Cattabiani, Santi D’Italia, vita, leggende, iconografia, feste, patronati, culto,Vol. II, Roma 2007

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