La città al voto nella storia

Storie di ordinaria violenza

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 29 maggio 2015
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Le  elezioni amministrative hanno costituito nella storia, sempre e comunque, un grande richiamo per la conta delle forze e delle idee (poche a volte) politiche che si sono misurate, sin dall’Unità d‘Italia senza mezze misure, anzi spesso ricorrendo alla violenza. Nelle vicende dell’immediata formazione dello Stato italiano, il suffragio era limitato ai soli uomini che avevano compiuto i 25 anni, che sapevano leggere e scrivere e che pagavano un censo di almeno 40 lire; erano in sostanza le  stesse norme  elettorali del 1848 approvate con lo Statuto del Regno Sabaudo da Carlo Alberto. Questa legge limitava notevolmente la partecipazione e l’espressione del voto democratico, soprattutto nella aree del Sud dove più marcate erano l’arretratezza, la povertà e l’analfabetismo.

Nella città di Andria, su una popolazione di circa  50.000 abitanti, alle prime espressioni cosiddette libere di voto, si contavano in media 500 elettori, la cui estrazione sociale, composta in prevalenza da possidenti, professionisti e clero, non prometteva, certo, nessuna apertura nei confronti delle classi popolari. Era il cane che si  mordeva la coda nella inutile ricerca di un qualche segno di progresso e democrazia. Dal 1882 in poi,  la modifica della legge elettorale che riduceva a 21 anni l’età degli elettori, e a 19,60 lire il censo, pur allargando a circa 7.000 il numero degli andriesi  aventi diritto, non determinò una svolta significativa nella partecipazione democratica; e ciò, nonostante la combattiva pattuglia dei democratici che animavano la competizione elettorale, composta da diversi professionisti e artigiani, tra i quali, Vito Sgarra, Nicola Porro, Savino Losito, Francesco Latilla ed altri, stretta intorno a personaggi illustri come Imbriani, Bovio, Cavallotti. L’imbuto elettorale rimaneva uno dei cardini sui quali poggiava saldamente il potere dei cosiddetti “liberali e conservatori”.

Alle elezioni politiche, erano quasi accettati come normale prassi  gli abusi  del partito cosiddetto “ministeriale”; la cricca dei parlamentari, ministri e imprenditori al governo, organizzavano senza alcun riguardo, attraverso il coinvolgimento di prefetture e sedi periferiche del potere statale, campagne elettorali per i candidati governativi, ricorrendo anche a minacce e intimidazioni per orientare il voto dei cittadini. Un tale contesto, con una sempre limitata partecipazione, non poteva portare un ricambio apprezzabile nella classe politica locale e vieppiù in quella italiana, quasi interamente vocata a tutelare il potere e gli interessi della élite terriera meridionale e degli industriali del nord; né condizionare le alleanze parlamentari e quelle locali. Gli accordi infatti erano per lo più finalizzati a indirizzare gli investimenti dello Stato; e la politica guardava in  tutt’altra direzione che al grave ritardo  del Sud, sostanzialmente feudale nella maggior parte del suo territorio. Le votazioni poi -raccontano le cronache andriesi d’epoca- si svolgevano spesso in un clima di intimidazione, in una competizione che spesso si riassumeva nei rappresentanti delle due grandi famiglie (Ceci e Spagnoletti). I loro sostenitori non lesinavano il ricorso alla violenza per scoraggiare gli avversari politici.

Dal resoconto de “Gli ultimi avvenimenti nel collegio di Andria”, edito da Paganelli nel 1907, così si descrive il clima elettorale: “In Andria, schiere assoldate di malavita percorrevano la Città, fanatizzate, facendo pressioni e minacce di ogni genere .La sopraffazione cominciò a divenire sistema elettorale. Vito e Raffaele Sgarra(democratici ndr) furono immobilizzati tra tanto fanatismo spagnolettiano. Il partito Ceci con i Marchio, Iannuzzi e Bolognese nemmeno potette organizzare un servizio di controllo alle urne”. La situazione si fece ancora più critica, allorquando sulla scena politica si affacciarono i partiti di sinistra nel primo decennio del secolo XX. L’allargamento del diritto al voto deciso dal Governo Giolitti, con il suffragio esteso a tutti i cittadini maschi maggiorenni,  permise anche alle nascenti forze socialiste e popolari una partecipazione importante in parlamento e nelle  amministrazioni locali. In una città come Andria, dove si contava la massiccia presenza di braccianti e contadini, non potevano mancare forti tensioni in occasione delle elezioni. Le prime grosse avvisaglie, scrive Petrarolo nella sua “Andria dalle origini ai tempi nostri”, “si ebbero il 31 luglio 1910, allorché  si votò per il rinnovo di un terzo del Consiglio Comunale. Fu questo l’esordio dei socialisti appoggiati dalla Lega dei Contadini. Dall’altra parte si fronteggiavano i sostenitori dei Ceci, degli Spagnoletti e di Sgarra.

Galoppini e mazzieri ( uomini assoldati dalla malavita per condizionare il voto) armati di piroccole (simili a manganelli) e pungicchi (pugnali di legno duro) si misero in azione contro gruppi di contadini. Fu inevitabile lo scontro nella sezione elettorale istituita presso la Scuola Elementare Imbriani, e cruento fu l’intervento dei reali carabinieri, con la morte di due giovani , Ciro Cannone di 20 anni e Vito Marmo di 24, ed il ferimento di 36 manifestanti”. La Storia, dopo la Grande ed inutile Guerra del 1915-18, ci riporta ai vent’anni di fascismo nei quali si spense ogni forma di democrazia e di partecipazione popolare, mettendo fine così drasticamente ad ogni disputa elettorale.  Il ritorno della democrazia nel dopoguerra: nell’ottobre del 1946 ci furono le prime nuove libere votazioni amministrative. La Città di Andria onorerà il suffragio universale, con la partecipazione di 28.689 votanti e con una percentuale dell’85,4% sugli aventi diritto; cifre andate via via scemando negli anni, in  diretto rapporto con lo scadimento della classe politica e la disaffezione dei cittadini ad ogni forma di partecipazione democratica.

I metodi violenti dei secoli scorsi faranno posto ad argomenti e metodi sempre più sottili e raffinati, ricorrendo a nuove ma efficaci forme di intimidazione psicologica. E’ il caso delle elezioni politiche del 1948, le prime dopo l’approvazione della Carta Costituzionale, nelle quali i due grandi partiti, DC e PCI, adottarono, senza esclusione di colpi, tutte le forme di condizionamento psicologico e mediatico. Di lì in poi, la storia delle elezioni è costellata da tentativi legislativi (spesso mal riusciti) tesi a condannare ogni ingerenza dei partiti nella libera determinazione del voto; e d’altra parte dalla evoluzione della macchina corruttiva, attraverso il classico voto di scambio o il finanziamento illecito, o altre  combine elettorali; fatti che, comunque, presuppongono  “cambiali elettorali”, che prima o poi condizioneranno l’attività amministrativa in danno dei cittadini onesti.

Oggi l’arma più pericolosa per il cittadino è il manganello mediatico, quello cioè che attraverso i mezzi di informazione condiziona la capacità critica dell’elettore e la stessa libertà di espressione del voto. Non penso esista la legge elettorale perfetta a prova di brogli. Esiste solo la volontà  ( o meno) degli uomini di agire, con qualsiasi legge, nella direzione della legalità e nell’interesse generale.  Tutto sommato alla condizione attuale, sarebbero preferibili le piroccole e i pungicchi d’altri tempi !

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