La Democrazia paventata

L’esercizio della pseudo partecipazione democratica

Nico Lotito A Lume Spento
Andria - venerdì 10 luglio 2015
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La democrazia paventata. Potrebbe essere questa, probabilmente, la sintesi di quanto successo a seguito della vittoria del fronte del "No" in Grecia. Il risultato del referendum pone uno spunto di riflessione che non riguarda l’opprimente oligarchia dei burocrati nord europei, quanto, soprattutto, l’utilizzo sempre più accomodante che si fa della democrazia; se la Grecia, infatti, lamenta una gestione piuttosto asfissiante del debito pubblico da parte delle istituzioni europee, approfondendo l’argomento risulta, al contrario, che l’incidenza del servizio del debito pubblico sul PIL della Grecia (pari al 2,6%) è in linea con quello medio dell’eurozona (pari a 2,7%) e ben al di sotto di quello italiano (pari al 4,7%). Potremmo dire che l’Italia stia abbondantemente finanziando a proprie spese un tasso di interesse molto favorevole per la Grecia, nei confronti della quale va, comunque, tutta la solidarietà possibile considerata la difficile situazione del suo popolo.

Tuttavia lo spunto di riflessione, come si diceva, inerisce ben altra questione: quella della democrazia paventata; l’utilizzo del referendum chiesto dal premier Tsipras, infatti, è apparso più come una sorta di ancora di salvataggio per le promesse fatte in campagna elettorale e per una gestione economica poco efficace, che non una reale richiesta di partecipazione nei confronti del popolo greco. Ad urne ancora aperte, del resto, il premier si è affrettato a dichiarare che il “No” non voleva e doveva essere una richiesta di uscita dall’area Euro, quanto piuttosto una richiesta di maggiore equità finanziaria; tradotto dal politichese, un pesante rafforzamento della propria posizione politica in seno ai maggiorenti dell’Unione Europea.

La situazione verificatasi in Grecia, tuttavia, è solo un esempio del cattivo costume che sembra aver pervaso la politica di ogni grado, livello e contesto che, ormai in evidente stato di crisi ideologica, ha implicitamente deciso di utilizzare lo strumento della partecipazione democratica quasi fosse la panacea di tutti i mali.
Appare, in sostanza, che ci venga chiesto di esprimerci, dato che “decidere” ha un significato ben altro, quando la decisione è già stata presa o abbondantemente preventivata o quando, ancor peggio, la decisione non la si vuol prendere nella consapevolezza che l’assunzione di responsabilità pesa ben più di una cattiva decisione. Ecco, dunque, che ci ritroviamo a votare assessori regionali a patto di aver partecipato alle sagre del programma, quasi che il governatore o la sua giunta dovessero amministrare i soli loro elettori, per evitare ad Emiliano l’imbarazzo di dover scontentare qualcuno ampiamente sostenuto in campagna elettorale. Il governatore preferisce affidarsi agli elettori, pur avendo questi già abbondantemente attribuitogli il potere di decidere, così da non doversi giustificare nei confronti dell’opinione pubblica nel caso in cui i predetti assessori non dovessero essere adeguati.

La decisione presa per non decidere, la soluzione considerata come unica possibile per non risolvere; insomma, la democrazia assume il sapore di una perfetta incompiuta se è vero, come lo è, che viene chiamata in causa come una sorta di convitato di pietra o immolata a fronte di tecnicismi che la influenzano palesemente.

Un processo democratico monco nel suo incipit e ancor più nel suo explicit che tuttavia, se intelligentemente edulcorato, induce i più a persuadersi di essere stati chiamati ad esprimere la propria (pressoché inutile) opinione.

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