«Dobbiamo combattere la globalizzazione dell’indifferenza»

Autrice del testo è Dalila Prodon, della classe 3 C del plesso "Vittorio Emanuele III", che si è aggiudicata la medaglia d'argento nel concorso “I Diritti umani, un valore di sempre”

Lucia M. M. Olivieri Universo Scuol@
Andria - venerdì 10 luglio 2015
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Un altro appuntamento nella mia rubrica per parlare del bel progetto “I Diritti umani, un valore di sempre”, organizzato dal Lions Club Andria “Costanza d'Aragona” presso la Scuola Secondaria di 1° grado “Vittorio Emanuele III-Dante Alighieri” con il patrocinio del Comune di Andria, per ricordare la figura di Giorgio Perlasca e la Shoah e ampliare il discorso sul tema generale.

Oggi pubblichiamo qui l'elaborato classificatosi al secondo posto del concorso: autrice del testo è Dalila Prodon, della classe 3 C del plesso "Vittorio Emanuele III", che si è aggiudicata la medaglia d'argento con questa motivazione: «La candidata ha ricostruito efficacemente la storia di Giorgio Perlasca, prospettando diversi spunti di riflessione. Il tema si presenta ricco, originale, approfondito e sensibile al tema principale, mostrando una maturità encomiabile»..

Dalila si è soffermata su un concetto molto attuale, su cui anche Papa Francesco si è espresso di recente: la globalizzazione dell'indifferenza. Dobbiamo imparare a interessarci a chi ci è vicino, per evitare di scadere nelle degenerazioni che la storia ci ricorda.

A voi la lettura!

 

«Nelle credenze ebraiche si dice che ci siano 36 uomini, 36 Giusti che, dopo aver fatto qualcosa di straordinariamente buono, tornano alla vita normale. É per via di questi uomini che Dio non distrugge il mondo.
Giorgio Perlasca era uno di quelli.

Abbiamo visto un documentario su di lui, a scuola, nell’ambito della manifestazione “I diritti umani, un valore di sempre”. Ciò che ne è scaturito è la figura di un uomo dall’umiltà straordinaria, pronto a rischiare la vita per cinquemila ebrei che non conosceva.

Aveva militato nel partito fascista (tanto da combattere per Franco in Spagna) e si trovava a Budapest per lavoro. Quando l’Italia si è ‘spaccata’, in seguito all’armistizio del ’43, lui è rimasto fedele al Re, ed era in pericolo, anche lì, a Budapest. Ma era protetto dagli spagnoli per aver combattuto nella loro guerra civile; così, quando l’ambasciatore spagnolo scappa, ne prende fittiziamente il posto, per poi salvare tantissimi ebrei mettendoli sotto la protezione della Spagna.

Poteva benissimo non farlo, Perlasca. Poteva andare in Italia, poteva restare al calduccio in ambasciata. E invece ha montato un castello di bugie: si è finto console di una nazione di cui sapeva poco e ha rischiato la vita per salvare persone che non erano italiane o amiche: erano semplicemente ebrei a cui era stato tolto tutto.
Anche tornare in Italia, dopo l’arrivo dei Sovietici a Budapest, fu un’odissea: incarcerato dai russi perché ritenuto complice, in quanto spagnolo, dei tedeschi, torna a casa dopo cinque mesi. Come se non avesse fatto nulla di straordinario, torna alla sua vita normale. Aveva ben altre preoccupazioni: trovare il modo per “sbarcare il lunario” (come lui stesso dice in un’intervista) nei tempi difficili del secondo dopoguerra.

Io, al suo posto, avrei urlato: “Ehi, ho salvato più di cinquemila vite, dov’è la mia medaglia?”. Perlasca nulla, non una parola. Questo ci fa capire quanto sia stato umile, riservato e coraggioso quest’uomo. Ma secondo lui non ci voleva un gran coraggio per fare quello che aveva fatto. “E’ stato normale”, diceva, “ho fatto quello che andava fatto”.

Forse non tutti l’avrebbero fatto, avrebbero preferito salvarsi quando gli ebrei iniziavano a essere fucilati dai nazisti e buttati nel Danubio, per non fare la loro stessa fine.
E invece Perlasca ha ideato uno stratagemma per salvare tutti senza prendersene il merito, senza reclamare alcun riconoscimento. Ma il bene ricevuto disinteressatamente non si dimentica: due adolescenti al tempo delle persecuzioni, scampate ai rastrellamenti e allo sterminio grazie a Perlasca, divenute donne, cominciano a fare ricerche, vogliono trovare un certo Jorge Perlasca, presunto console spagnolo che le aveva salvate. Grazie a loro la storia di Perlasca viene alla luce.
E anche allora Perlasca continuava a sostenere: “Non ho fatto niente di speciale, ho solo raccontato un mucchio di balle”. E invece lui aveva “sentito” qualcosa di molto semplice: il dovere morale di aiutare uomini i cui diritti, primo fra tutti il diritto alla vita, erano negati.

In realtà, se tutti avessero rispettato i diritti fondamentali di ogni uomo, non ci sarebbero stati cinquemila ebrei salvati, perché non sarebbero stati da salvare. Nessun Perlasca, niente Giusti. E non ci sarebbero stati neanche sei milioni di ebrei uccisi, di omosessuali, zingari, testimoni di Geova, malati di mente massacrati, annientati, schiacciati.
Se solo tutti si fossero accorti che Hitler vaneggiava e che ogni uomo ha pari dignità e diritti, indipendentemente dal sesso, dalla religione, dall’etnia, dallo stato sociale e dall’orientamento sessuale, non ci sarebbe stato nessun Olocausto, nessuna Aushwitz, nessun corpo buttato nel Danubio. E neanche lo sterminio degli Armeni, nemmeno i Gulag…

Se sono garantiti i diritti umani fondamentali sono, di conseguenza, garantiti anche i diritti civili. Gli uni sono complementari agli altri.
“La Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità [...]” (articolo 2 della Costituzione Italiana)
Gli ebrei, sotto il nazifascismo, non erano riconosciuti come uomini: erano dei subumani. Conseguentemente non erano portatori dei diritti umani fondamentali, figuriamoci se potevano godere dei diritti civili!
Non avendo diritto alla vita, come potevano avere quello all’istruzione, alla cittadinanza?

Se solo i diritti fondamentali fossero stati rispettati, se solo qualcuno avesse capito con un po’ di spirito critico ciò che stava accadendo e avesse detto: “Ehi, gente! Hitler è un folle dittatore!”, sarebbero cambiate tante cose.
Molti cittadini tedeschi, invece, rimasero indifferenti, freddi e, anche se non sapevano cosa stesse accadendo nei campi, assistevano quotidianamente alla discriminazione e alla violenza nelle città senza muovere un dito.
C’è sempre una scelta. Loro avrebbero potuto indignarsi, dire che era tutto sbagliato. Le SS avrebbero potuto scegliere di non sparare, di non uccidere.
C’erano comandanti di campi che uccidevano perché “gli andava”, per passatempo; come divertimento la mattina, appena svegli, puntavano il fucile a caso su qualche ebreo nel campo e lo uccidevano. Mi riferisco ad Amon Göeth, spietato comandate del campo di Plazow, vicino Cracovia. L’abbiamo visto nel film “Schindler’s List”, che parla della storia di Oskar Shindler, un altro Giusto che salvò dallo sterminio più di mille ebrei.

L’indifferenza dinanzi alla sofferenza altrui, dinanzi alla negazione dei diritti umani è un problema attualissimo, tanto che il Papa, in una sua recente udienza del mercoledì, ha detto: “la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”. È vero, abbiamo perso la capacità di commuoverci, di essere tristi perché l’altro è discriminato, perseguitato, picchiato, violentato, sofferente.
Se ognuno non pensasse “Che mi importa se qualcuno in una qualche zona sperduta del mondo non è tutelato nei sui diritti fondamentali?”, forse si potrebbe fare qualcosa. Se fossimo meno egoisti.. In tanti si può fare tanto.
I diritti fondamentali per molte persone sono una conquista recente. Negli anni ’60-’70 in America ci si batteva per l’uguaglianza sociale dei neri e ancora oggi molti poliziotti non esitano a sparare per un semplice sospetto se il sospettato è un nero, magari anche disarmato. Come nella marcia di Selma, cinquant’anni fa.
Anche ora in molte parti del mondo non c’è uguaglianza. Basti pensare ai paesi fondamentalisti islamici, dove donne e omosessuali sono discriminati e mandati a morte come nulla.
Anche tra ragazzi, i diritti fondamentali non sono rispettati, se ci pensiamo. Si può parlare di rispetto e di dignità se, mentre una dodicenne viene picchiata da una diciassettenne, tutti i ragazzi filmano invece di aiutarla? Un altro esempio di globalizzazione dell’indifferenza. Per non parlare degli omosessuali, che vengono discriminati e considerati diversi. Quanti di noi assistono a soprusi senza dire nulla?

Ed ecco che torniamo al punto di partenza: anche se sono garantiti i diritti fondamentali, l’indifferenza nei confronti di episodi anche apparentemente meno gravi in cui l’UOMO non è rispettato in quanto tale fanno sì che la garanzia dei diritti umani sia sempre messa in discussione.
La soluzione? Se non fossimo tutti indifferenti, incapaci di entrare in empatia e di provare compassione potremmo cambiare il mondo. Proprio come Perlasca che, come afferma commossa una donna da lui salvata, “in mezzo a tanta disumanità seppe rimanere uomo e aiutare gli altri”.»

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