Il carro funebre del Carnevale

«Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti»

Michele Di Corato RIS (patacche e cozze)
Andria - venerdì 05 febbraio 2016
©

Il consiglio che Luigi Pirandello ci ha dispensato nel suo capolavoro Uno, nessuno e centomila, torna in questo periodo più che mai di moda. Per chi avesse trascorso l’adolescenza tra la fine degli Anni Ottanta e la prima metà del Novanta, il Carnevale era l’evento per eccellenza, una festività seconda solo a San Riccardo, un’occasione per dar sfogo alla creatività di grandi e piccini. Personalmente, poi, avendo abitato nel corso che costeggia la Villa Comunale, il travestimento rappresentava l’apice della goduria, il divertimento puro, la possibilità di fare scherzi senza che i miei genitori potessero rimproverarmi. In fondo, c’era un costume a proteggerci, la nostra identità subiva per tre giorni dei mutamenti fisici e umorali, avevamo il sacrosanto diritto di essere finalmente degli invincibili supereroi.

Molti miei coetanei cominciavano a prepararsi già dal mattino, maschere terrificanti disturbavano il riposo di parenti, la casa, insomma, si svegliava in allegria. In Città tutti assumevano un ruolo, era come se le fiabe vivessero davvero, i cani all’improvviso parlavano, i mostri diventavano più buoni e le marachelle rientravano nella prevedibile e proverbiale ordinaria amministrazione.

Già, l’Amministrazione, quella che ci metteva i soldi, quella che sosteneva la causa umanitaria di parrocchie disposte a tutto pur di costruire carri allegorici, perché Carnevale era anche una festa religiosa, una ricorrenza da santificare, un conviviale scambio di sorrisi in cordiale solidarietà. Il termine, infatti, deriva dal volgare ‘’carnem levare - togliere la carne’’, in relazione ai giorni che precedono il principale periodo di penitenza del cristianesimo: la Quaresima. Anche l'uso di gettare i coriandoli è molto antico. Una volta erano fatti con i semi di una pianta chiamata, appunto, "coriandolo". Questi semi venivano tuffati nel gesso e poi lasciati seccare. Così assomigliavano a confetti, fatti apposta per essere lanciati dall'alto dei carri mascherati o da balconi e finestre. Pare che i primi coriandoli di carta fossero stati inventati addirittura da un pugliese che li distribuì ad una festa per bambini, a mò di rito propiziatorio o, comunque, beneaugurante.

Oggi, però, i portoni delle nostre casa non sono più imbrattati dI uova o farina, oggi la nostra cassetta postale viene intasata solo di tasse comunali e bollette da pagare. Oh, la tentazione di ridurre il tutto in poltiglia è fortissima e, probabilmente, sono così tante le carte da strappare che di coriandoli ne verrebbero fuori a milioni.

I carri, inoltre, hanno lasciato posto a transenne e zone pedonali, targhe alterne che, di domenica, rendono la Città più avveniristica e respirabile. D’accordo, è il progresso, ma oggi, affacciandomi dal balcone, ho sentito i cupi rintocchi delle campane, shh fate silenzio, in parrocchia si sta celebrando un funerale, Arlecchino ha esalato l’ultimo respiro, Pulcinella ha fatto testamento e Pierrot, avendo casualmente gettato i suoi trucchi nell’indifferenziata, si è spento mentre contestava l’ultimo verbale dei rifiuti.

La bara, però è troppo piccola per contenere tre personaggi in cerca d’autore, e allora possiamo dire che quelle campane, stamattina, annunciavano che, purtroppo, a morire è stata la tradizione!

Altri articoli
Gli articoli più letti