L’architettura è femmina

...e non è una questione sessista

Marialba Berardi architettur_A_ltrove
Andria - venerdì 04 marzo 2016
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Un mese e mezzo fa, di mattina presto, prima ancora del sorgere del sole, la corsetta di allenamento, quando è solitaria è un momento di riflessione. Riflettevo sul dibattito in atto in merito alla legge sulle unioni civili e sulla paternità/maternità ricercata/surrogata per le coppie omosessuali...cosa c’entra con l’architettura?

Mi domandavo: ma è possibile stabilire un “genere” per l’architettura? Se così fosse – mi rispondo – non potrebbe che essere “femmina”.
Sì perché la progettazione di un’opera architettonica è un atto creativo a tutti gli effetti, e l’architettura – intesa se vogliamo anche come semplice modificazione dello spazio per adattarlo alle esigenze dell’uomo – sin dalle sue prime e semplici manifestazioni è stata generatrice (o se volgiamo meglio genitrice) di protezione, riparo, accoglienza. Penso ai primi insediamenti rupestri o alle capanne dell’uomo primitivo, emulando esattamente  la protezione offerta dal grembo materno.

È femmina perché in tutta la sua storia millenaria è stata in continuo dialogo con la natura; dialogo a volte emulativo – nel caso dei generi dell’architettura classica, nelle cui linee ritroviamo di volta in volta la riproposizione di modelli naturali quali il fusto degli alberi, i fiori e le piante, o sintonico – penso alla magnificente eloquenza di una affascinante Petra scavata nella roccia, dove elemento naturale ed umano si legano sinergicamente, ed anche alle architetture pensate in relazione all’astronomia, in cui l’architettura medesima diventa uno strumento di comprensione della meccanica celeste, o interpretativo (come nel caso, per esempio, del Liberty) delle sue manifestazioni più estetico-decorative, oppure ancora contrapposto quando sfida le leggi stesse della natura per affermare la “positività” del progresso scientifico-tecnolcogico.

E del resto lo stesso Vitruvio nel suo “De Architectura”, parlando delle caratteristiche fondamentali che devono contraddistinguere un’”opera architettonica”, utilizza tre termini, tutti – guarda caso – al femminile: firmitas (solidità), utilitas (funzionalità), venustas (bellezza).

Certo, percorrendo le vie delle nostre città, è più facile che riusciamo a ritrovare queste caratteristiche nelle zone più antiche, nei centri storici dove la “semplice ripetizione” di un modello, il rispetto di un allineamento, la cura nella lavorazione del materiale più semplice hanno dato risultati ben più meritevoli della smania di “distinguersi” della produzione edilizia contemporanea, dove a volte ha imperato il verdoniano “famolo strano” rispetto alla interpretazione di un tema progettuale realizzato seguendo delle “regole”, dando i risultati che sono sotto gli occhi di tutti; negli edifici storici piuttosto che in quelli che ha prodotto il nostro tempo, dove la “sostenibilità” era un metodo progettuale necessario alla ottimizzazione delle risorse naturali, in barba alla nostra continua proclamazione della necessità di realizzare “architettura sostenibile” come se questa fosse una nostra scoperta!

È femmina perché è creazione, che talvolta si può considerare “arte” (anche questo, termine di genere femminile) e come tale genera emozione, esattamente come l’atto di procreare.
Gae Aulenti sosteneva: “l’architettura è un mestiere da uomini, ma ho sempre fatto finta di nulla" ed infatti per me l’architettura è femmina.

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