La crisi delle banche locali

La mission delle banche locali dovrebbe essere quella delle cooperative, anche se rischiano la marginalità per via delle dimensioni troppo ridotte

Andria - venerdì 18 marzo 2016
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Secondo una plausibile ricostruzione storica la Banca di Andria fu fondata dopo l’Unità d’Italia, raccogliendo capitale dai ceti all’epoca dominanti, proprietari terrieri e produttori di derrate agricole. I nomi sono i soliti della storia agraria della città. La Banca nacque per finanziarie le trasformazioni proprietarie che in quell’epoca si innescarono, e sostenere la produzione agricola del latifondo che avevano nuovi mercati di sbocco ma metodi sociali tradizionali.  Insomma la Banca come struttura di consolidamento dell’assetto socio economico e di sostegno al mantenimento dello status quo.

Nel contempo nascevano nuove realtà imprenditoriali e legate al commercio di vino e olio, non solo di grano e di autoproduzione, oltre all’emergere della nuova borghesia urbana delle professioni. 
I circoli dirigenti della Banca erano gli stessi che contendevano alla nascente borghesia del commercio e delle professioni il potere politico locale, le presenze nella Amministrazione provinciale.
Un esempio tra tutti era la divisione tra chi voleva finanziare la ferrovia verso Barletta per sostenere l’apertura commerciale e industriale, chi voleva finanziarla verso Trani e Canosa per servire meglio le terre e la stabilizzazione economica.  Dall’”inner circle” restavano fuori gli attori più dinamici della economia, i nuovi commercianti e produttori urbani, diventati innovativi perchè in contatto con altre economie e nuove realtà.

Una sintesi storica che può servire da paradigma interpretativo della parabola di molte banche locali, da tener presente nella discussione innescata dalla ennesima crisi, tra le quali quella della banca ex Federiciana. Al di là delle ragioni specifiche di questa Banca, della sua base proprietaria iniziale e delle vicende anche molto conflittuali che ne hanno accompagnato la vita. 
Le crisi delle banche territoriali si somigliano:  non solo in economie fragili come la nostra, ma anche in Veneto con Zonin presidente, in Toscana, e altre; la crisi della ex Popolare andriese che aveva enormi incagli nella economia edilizia del territorio e relazioni strette tra amministratori e debitori, al commissariamento della ex Federiciana.
Le Banche territoriali potrebbero essere un agente finanziario che aderisce bene alle pieghe culturali sociali e economiche di un territorio, in grado di  analizzare il merito creditizio conoscendo bene i soggetti finanziati, può sostenere le parti dinamiche e raccogliere risparmio con un livello di retail molto spinto.

Ma non sempre è così, anzi! Molte volte le banche territoriali nascono con le stesse dinamiche dell’800, ovvero dall’impulso di nuclei di comando con la funzione di puntellare un controllo economico, politico e relazionale nel territorio, piuttosto che sostenerne l’economia e governarne lo sviluppo.  Fanno eccezione le esperienze di alcune Cooperative di Credito, che, grazie alla governance diversa e alla diffusione dei controlli e della partecipazione di soci, non commettono gli errori di cui parliamo. La mission delle banche locali dovrebbe essere quella delle cooperative, anche se rischiano la marginalità per via delle dimensioni troppo ridotte.  

La crisi delle banche territoriali sfocia quasi sempre nell’assorbimento da parte di altre banche di maggiori dimensioni: queste infatti hanno maggiori economie di scala, frazionano il rischio del credito sia su soggetti diversi che su settori economici e geografici diversi, diversificano i prodotti finanziari ed entrano in relazione con altri soggetti. 
Ma la crisi della banca territoriale difficilmente rappresenta una crepa importante nel sistema finanziario di un territorio, salvo per i risparmiatori coinvolti. 
La raccolta di risparmio nel nostro territorio ha una dimensione enorme, molto più grande della dimensione delle banche territoriali: strumenti finanziari nuovi, fondi di investimento,  raccolta degli sportelli delle grandi banche,  depositi esteri, ecc. ecc.  Che fine fanno questi capitali? Che relazione hanno con le dinamiche dell’economia? Scarsa, insufficiente.
Come per la fuga delle intelligenze e dei ragazzi,  la fuga di capitali è un altro dei modi più seri di indebolimento e declino.  La raccolta agli sportelli dei grandi istituti, la vendita  di prodotti finanziari e gli investimenti in  vari assets immateriali drenano risorse senza trasformarsi in impieghi sul territorio: non si vedono capitali di credito a sostegno di imprese esportatrici, di progetti infrastrutturali, reti agroalimentari e turistiche, energie e opere urbane innovative. Niente.  Solo dipendenza da aiuti pubblici, sempre meno e sempre meno progettati.
Le filiali delle grandi banche non hanno qui nessuna autonomia valutativa, le politiche di settore, dei rischi, di chi e come finanziare sono decise in altri luoghi e altre priorità, la rigidità delle garanzie richieste ai nostri imprenditori serve a bilanciare le azioni spericolate di altri soggetti forti.

Ecco cosa ci fa scoprire la crisi delle banche locali:  le aggregazioni locali,  invece di contrastare la fragilità e dare struttura finanziaria alla economia del territorio, troppe volte, salvo lodevoli eccezioni, bruciano opportunità e aumentano la dipendenza, agevolando il declino anche sociale di questa terra.
La fragilità finanziaria non riguarda solo le banche: quasi tutte le nostre imprese sono sottocapitalizzate, sostenute sostanzialmente solo dall’indebitamento.
Tensioni e costi finanziari, strozzature per la innovazione e la crescita ne sono la conseguenza. Risparmi e liquidità prendono altre strade. Un  esempio: sono rarissime le vere società di capitali, non come forma giuridica ma come aggregazione di risorse per gli investimenti. Le imprese migliori hanno base familiare o ristretta  (e per fortuna ci sono).  Ma le leve finanziarie per lo sviluppo, la innovazione, il rischio, la dotazione di capitali per la internazionalizzazione o la tecnologia? Venture capital, fondi, private equity, sono sigle conosciute teoricamente ma praticamente assenti da ogni dinamica territoriale. 
La fragilità finanziaria è al tempo stesso causa strutturale e conseguenza del declino, in una spirale perversa che va spezzata.  Niente da aspettarsi dalla politica attualmente,  questi problemi e le decisioni connesse non passano neanche dalle stanze della politica e delle istituzioni locali.

Serve una reazione da parte degli attori innovativi nella finanza, nella economia, nel sapere di questa terra.  Ci sono banche del territorio sane, ma le cui dimensioni e operatività non sono influenti sul sistema delle città e delle economie del territorio. Si tratta di spingerne la evoluzione GLOCAL, nel senso di mantenere governance e radici territoriali ma di entrare in rete con players finanziari globali in termini di ricerca di capitali di rischio da investire, di prodotti finanziari per l’export e la innovazione,  politiche di credito settoriale, avvio di progetti infrastrutturali promuovendone il progetto e cercando le risorse dove sono inutilizzate.

Due esempi:
Per l’housing sociale giacciono miliardi  presso la Cassa depositi e prestiti inutilizzati al Sud. Una banca locale può essere l’innesco di un programma del genere e collegarsi ad una Società di gestione del Risparmio che costituisca il fondo di investimento per le nostre città e le infrastrutture. Lo stesso potrebbe dirsi per piattaforme di concentrazione dell’offerta dell’agroalimentare o per rinvestimenti energetici diffusi. 
Le banche del territorio avrebbero da perdere solo l’isolamento e guadagnarci in libertà di azione e in alleanza con la parte migliore della imprenditoria e dei saperi della nostra terra.   Sarebbe interessante anche rilanciare la riflessione sulla struttura finanziaria di imprese e iniziative territoriali. 
Ma adesso, non un ipotetico domani. Prima avevamo spesso l’atteggiamento che per risolvere i nostri problemi bisognasse aspettare un treno da fuori, un Godot che non arriva mai. È tardi adesso,  Godot è già passato, è inutile rincorrerlo.  Dalla crisi non si esce come eravamo, si può anche non uscire affatto.  Ma chi ha voglia di reagire, non da soli e non voltandosi indietro,  può farlo.  Si può cominciare dalle vicende dolorose come le crisi bancarie per trovare un’altra strada.

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