S. Maria Maggiore di Siponto nell’interpretazione di Edoardo Tresoldi

A Manfredonia (Fg), in uno dei più bei siti storici in cui apprezzare opere di architettura ed archeologia del nostro territorio, prende vita un’opera artistica che guida il visitatore a muoversi in uno spazio architettonico metafisico

Marialba Berardi architettur_A_ltrove
Andria - venerdì 06 maggio 2016
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Quante volte negli anni passati, recandoci in auto verso il Gargano, abbiamo rivolto lo sguardo ad un gioiello di architettura medievale: incastonata - fino a qualche anno fa - in uno spazio inselvatichito dall’incuria e dall’abbandono, pur se annerita e degradata gridava la sua bellezza al di là della recinzione, inducendoci a rallentare, per poter osservare meglio.

Da qualche anno S. Maria Maggiore di Siponto finalmente è stata restituita al pregio che merita attraverso lavori di restauro, che ne consentono la visita e la fruizione da parte del pubblico.
Recentemente il parco archeologico di cui fa parte la Basilica si è arricchito di un’opera artistica di altissimo livello, firmata dal giovanissimo  Edoardo Tresoldi,  che ha proposto una sua interpretazione artistica della lettura archeologica del sito, costruendo, sui resti murari dell’antica basilica paleocristiana, una macchina immaginifica in cui lo spazio architettonico non viene ricostruito ma piuttosto “suggerito”, dove il confine tra spazio interno e spazio esterno è molto labile e dipende dalla posizione di chi osserva. Una sorta di architettura che si costruisce man mano negli occhi di chi guarda e che, per questo assume innumerevoli forme, mai rigide ma sempre permeabili, che includono il paesaggio esterno, in un rapporto osmotico in continuo divenire.

Un’architettura eterea, nella quale l’aria, il cielo, la natura, i profumi, le persone stesse creano di volta in volta scenari diversi, suggestivi ed evocativi; uno spazio confinato ma senza confini, una luce che riverbera sulla rete d’acciaio a volte annullandola ed a volte materializzandola, un volume architettonico che mutevolmente si materializza e smaterializza dinanzi ai nostri occhi.
La trama metallica, ripropone quella che doveva essere la volumetria originaria, sperimentando quasi una nuova forma di “anastilosi”, in cui però ritroviamo una interpretazione “suggerita” e non “imposta” dall’artista al visitatore, una suggestione che ha il vantaggio di aiutare nello sforzo di immaginare un’architettura che non esiste più, se non nelle sue fondamenta.

Siamo ben lontani dagli esperimenti della scuola archeologica tedesca intrapresa da Winkelmann, dove la ricostruzione delle architetture classiche nasceva dalla necessità di recuperare appunto la loro immagine originaria, e tale necessità era prioritaria rispetto a qualsivoglia dubbio interpretativo, “imponendo” in qualche modo il proprio approccio interpretativo, seppure - ad onor del vero - di grandissima suggestione ed emozione.

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