Le banche italiane sono ancora sicure?

Cosa rischiano in concreto correntisti e investitori?

Luigi dell'Olio I conti della serva
Andria - venerdì 03 giugno 2016
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Prima il salvataggio di quattro istituti commissariati (Banca Marche, Banca Etruria, Cassa Ferrara e CariChieti), condotto in porto coinvolgendo nelle perdite azionisti e obbligazionisti. Quindi l’aumento di capitale di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, messi in campo dopo aver sostanzialmente azzerato il valore delle azioni. Infine i tremori di Unicredit, l’istituto più internazionalizzato del nostro Paese. Non è un bel momento per le banche italiane, con tutto ciò che ne deriva per le erogazioni di credito alle famiglie e alle imprese.

Ma cosa rischiano in concreto correntisti e investitori? A questo proposito, le preoccupazioni diffuse nelle ultime settimane sono probabilmente eccessive. In primo luogo va detto che i titolari di conto corrente non rischiano alcunché fino a 100mila euro. Con il valore che sale a 200mila euro in caso di conto cointestato. Chi ha necessità di depositare somme maggiori farebbe quindi bene a dividere la quota in più conti, presso altrettanti istituti, ma in ogni caso il rischio che possa essere chiamato a rispondere in caso di fallimento dell’istituto resta limitato.

Detto questo, lo stato di salute delle banche italiane non è dei più rosei, principalmente per due ordini di motivi: il primo è legato alla mole di insolvenze accumulate, pari a oltre 200 miliardi di euro al lordo, oltre 80 al netto delle perdite già contabilizzate in bilancio. Si tratta di denaro che è stato prestato negli anni a famiglie e imprese, che fatica a essere restituito perché i debitori sono stati sopraffatti dalla crisi. La seconda ragione è legata ai tassi di interesse ai minimi, che riducono la possibilità di guadagnare sia dal prestito di denaro, sia dagli investimenti nei titoli di Stato.

A fronte di questo scenario, con il potenziale di guadagno che si riduce, non resta altra strada che ridurre i costi. E la strada maestra su questo fronte è nelle aggregazioni, che comportano chiusure di filiali e riduzione del personale. Una prospettiva con pesanti ricadute sociali, ma che al momento non presenta alternative.

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