Punti di (s)vista: pluralismo e immigrazione

Quando quattro uomini (stranieri) rappresentano un pericolo per la città

Vincenzo Larosa Cittadinanza giovane
Andria - venerdì 19 ottobre 2012
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Un auto in sosta davanti ad una scuola, con quattro uomini di nazionalità diversa che genera tensione. Conseguenze: evacuazione scuola, arrivo dei carabinieri e vigili, chiusura della strada al traffico. Denigrazione della dignità umana di quattro uomini di nazionalità estera che erano lì a non fare nulla di male. Magra figura  di cittadinanza e istituzioni.

Colpa del villaggio globale e dei suoi effetti. Dell’informazione che ci mostra un Occidente esposto ad un pericolo costante con l’arrivo di gente che fugge continuamente dai luoghi degli scontri in cerca di speranza, e si ritrova poi a rendere meno vivibili i territori sui quali approda. E proprio mentre scorrono le immagini dei barconi carichi di immigrati che raggiungono le nostre coste, c’è il rappresentante politico di turno che esprime giudizi “politically correct” perché poi quando si  tratta di porre in atto iniziative e strategie, ecco il rilevarsi di tutta la carenza dei nostri Governi.

Oggi, molto più del passato si presenta l’esigenza del superamento di una cultura prettamente “eurocentrica” e in particolare “italo-centrica”. Per raggiungere tale obiettivo però, non basta  una semplice operazione che vede il Parlamento impegnato a ridurre e impedire l’immigrazione in un contesto di intensissima mobilità globale, le Istituzioni (Chiesa, Scuola)  a educare all’integrazione e all’accoglienza, in un periodo in cui è più appropriato parlare di inclusione, e infine tutti gli altri, ammortizzatori sociali e non, a sostenere gli stranieri, in una realtà in cui sempre più le povertà toccano le famiglie italiane.

Ecco la necessità  di creare modelli economici, politici, sociali e culturali vincenti, che si pongono  come primo obiettivo quello del superamento di ogni forma di ostacolo alla libera circolazione di merci, capitali, uomini e soprattutto culture. Ritengo importante oggi intervenire primariamente sui fattori culturali e sociali che poi innescano il senso di malcontento, paura, diffidenza nei confronti dello straniero, del “diverso”. Partire da questo per verificare la risorsa che l’immigrazione rappresenta tanto oggi, quanto in futuro, per la nostra Nazione. Solo alcuni motivi per spiegare il contributo positivo che gli immigrati offrono al nostro Paese. Essi, infatti, più degli stessi italiani indossano i guanti per i lavori manuali e compongono la base della piramide del mercato del lavoro. Contribuiscono al prelievo  fiscale molto più di quanto ricevano in termini di costo sociale, perche meno vecchi degli italiani e perché meno tutelati dalle leggi. Rappresentano il fattore di rivalutazione delle seconde vecchie case degli italiani, vendute o date in fitto agli immigrati.

Nonostante ciò la migrazione è vista come una minaccia, una perdita di sicurezza. E se l’immigrazione diventa una risorsa mal gestita, essa sarà pure una sfida persa in partenza per la nostra Nazione. Una Italia, soprattutto quella dei giovani, che afflitta da una povertà globale di visione culturale e di strategie per il futuro, non si rende conto della positività del fenomeno migratorio e percepisce la crisi come effetto di questo. I giovani italiani, e forse ancor di più gli adulti, sono troppo abituati a porre in atto una indistinta differenza razziale tra essi stessi (italiani ed europei d’Occidente) e gli immigrati (per lo più balcanici, orientali ed extraeuropei, in genere).

Una inspiegabile differenza tra civiltà e inciviltà, tra saper vivere in un Paese differente dal proprio e non saper vivere. Una scarsezza di visione all’avanguardia che ci vede offendere il futuro, quello delle classi con il 30-40% di stranieri (per il prossimo decennio), e allo stesso tempo  il passato e le nostre storie familiari. Storie che per quanto addolcite dai nostri nonni ci raccontano di italiani immigrati bersagliati dai cittadini delle Nazioni in cui “venivano ospitati” con giudizi altrettanto impietosi. Infatti quegli stessi immigrati che oggi vengono chiamati con odio e disprezzo”clandestini”, vivono una situazione molto simile a quella di tanti poveri italiani - non peggiori, ma nemmeno migliori - di loro, che negli anni Cinquanta, con le valigie di cartone partivano per la Francia, la Svizzera, la Germania, in cerca di lavoro e di migliore vita.

Per questo vi è l'urgente bisogno di un grande movimento culturale di reazione al clima dominante di avversione verso lo straniero ma anche di una “mobilitazione legislativa” che tenda ad una maggiore regolamentazione dei flussi di ingresso e di soggiorno, e che allo stesso tempo salvaguardi la dignità non solo degli italiani ma anche degli stranieri. Ecco perché l’attuale legge sulla cittadinanza, andrebbe cambiata al fine di valorizzare e di garantire la possibilità ai figli delle famiglie immigrate, nati e cresciuti in Italia di acquistare la cittadinanza italiana. Paradossale la disputa sulla questione ius soli, ius sanguinis. Attualmente  l’unica disposizione dedicata all’acquisto della cittadinanza da parte delle seconde generazioni di immigrati è quella che consente ai soli nati in Italia di chiedere la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno, ma non più tardi del diciannovesimo, purché dimostrino il possesso continuativo sia del permesso di soggiorno che della residenza anagrafica sin dalla nascita (legge 91/1992). Assurdo il rassegnarsi ad anomalie giuridiche del genere, quando il bambino figlio di congolesi, parla perfettamente la lingua italiana e addirittura il dialetto pugliese.

Infine, bisogna intervenire sul livello culturale che vede impegnati la Scuola, le Istituzioni e gli adulti. Bisogna elidere dal nostro linguaggio comune la parola integrazione. Non è più il tempo di integrare perché viviamo in una società multiculturale, dove gli stessi italiani devono educarsi ad integrarsi tra loro prima che con gli stranieri. Bisogna iniziare a parlare di multiculturalità e di pluralismo. Il mescolamento di culture e il dialogo interculturale deve poter prendere forma. Il pluralismo di cui necessita la società attuale rifiuta gli estremi e difende le singole e differenti culture oltre che il dialogo e la convivenza.  Abdica alla  omogeneizzazione, ovvero alla assimilazione, al rendere simili, quanto rifiuta la separazione totale tra  popoli diversi, il vivere in uno stesso territorio pur senza tangersi.

L’inclusione sociale, dunque, deve toccare il sentimento di chi deve attuarla. Quel sentimento che deve essere vissuto nella pratica quotidiana di cittadini all’avanguardia. Spesso si sente dire che gli stranieri si isolano e tendono a chiudersi nelle loro comunità. E’ doveroso però creare i luoghi in cui questi soggetti possano interagire con gli italiani, permettendo uno scambio completo e necessario al fine di evitare pregiudizievoli circostanze che ci portano a manifestazioni di odio razziale.

Oggi dobbiamo dedicarci, soprattutto in quanto giovani, a riscrivere una vera e propria arte: il saper vivere e il saper con-vivere, in una società che si evolve ad una velocità ben più alta della Legge. Il cambiamento deve portarci ad una visione plenaria e compatibile con quella dell’uomo che viene da lontano. In una società che cambia, e si evolve non c’è più bisogno di aver paura delle differenze, perché queste ci aiutano al “pensiero globale”, a nuove prospettive. Ciò che invece bisogna temere è altro: ghetti urbani, scuole, classi ed esercizi commerciali per soli stranieri. E tutto ciò per una società, quella occidentale, che si ritiene all’avanguardia è davvero incredibile. Come incredibili risultano essere le normative attuali in tema di immigrazione ferme a vent’anni fa o quasi. Ma sempre pronte a difenderci dagli “attentati” quando vediamo quattro stranieri fermi. Peccato che sono solo punti di vista. O forse non solo.

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