Una breve riflessione

Ci sono cose che non capiamo e ce ne sono altre in cui non c’è niente da capire, c’è solo da agire perché non succedano più

Nico Lotito A Lume Spento
Andria - venerdì 22 luglio 2016
© n.c.

È difficile scrivere con questo stato d'animo, ordinare i pensieri e riflettere sui fatti quando non riesci a distogliere l'attenzione da quello che è successo. Ancor più quando a quel tragico evento ne seguono altri, magari più lontani, ma altrettanto nefasti e con un alto tributo di sangue.

Victor Hugo nel suo scritto "L'uomo che ride" scrive: nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione. Io penso che la fine del mondo si identifichi con il silenzio assoluto ed assordante, eppure i pianti e le urla di disperazione si odono ovunque; che Hugo avesse ragione? Viene da chiedersi, tuttavia, cosa succede quando la stessa disperazione diviene un fenomeno collettivo, provato da più? Quando smette di essere legata al destino di un solo uomo per diventare un sentore comune? È, forse, la fine di un'intera collettività? O, molto più semplicemente, non è la fine del mondo ma solo la conseguenza del mondo?

È vero, ci sono cose che non capiamo e ce ne sono altre in cui non c’è niente da capire, c’è solo da agire perché non succedano più. E allora qualcosa la dobbiamo dire, qualche cosa dobbiamo fare. Peccato che l'uomo, tenda a ragionare sui propri errori solo quando l’aria si fa rarefatta e quando l'errore, oltre che commesso, sia stato anche reiterato. Peggio ancora quando l'uomo piuttosto che ragionare, si lascia pervadere da un tardivo interventismo che produce allarmismo senza sortire la concreta risoluzione dei problemi, eccetto risolvere quello legato alla necessità di assolvere agli obblighi dettati dalla coscienza civica più che personale.

Nel film "Il Dottor Stranamore", Kubrick contrappone gli uomini non tra buoni e cattivi, bensì fra stolti e incapaci da un lato e pazzi scatenati dall'altra, finendo col risultare impietoso nei confronti di tutti. Bene, al netto della attualissima lucida follia di Kubrick, penso che tale contrapposizione sia ormai palesemente dominata dalla prima categoria individuata dal regista: quella degli stolti ed incapaci, con l'aggravante di una pericolosa punta di spegiudicatezza. Non si spiegherebbero diversamente che con la stolta spregiudicatezza tutta una serie di azioni o, peggio, non-azioni da cui originano conseguenze terribili.

Quelle stesse conseguenze che provocano un doveroso e sentito pianto collettivo, una sacrosanta indignazione e l'onesta vicinanza a chi le predette conseguenze le ha patite, salvo poi lasciarsi sopraffare dall'ineluttabilità degli eventi, dalla necessità di "andare avanti" lasciando campo libero, ancora una volta, al manipolo di stolti. 

Alice, se il mondo non ha assolutamente alcun senso, chi ci impedisce di inventarne uno? (Alice nel paese delle meraviglie)

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