I  semplici cari bisogni di una volta

Sempre più alta l’asticella dei beni che oggi si ritengono necessari. In  mezzo secolo rivoluzionate le esigenze primarie. Forse stiamo tutti meglio, ma a che prezzo?

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - giovedì 28 luglio 2016
© n.c.

Buste paga che non sono più adeguate al costo della vita ed ai bisogni, e non era un problema alcuni decenni orsono.  Appare oggi evidente che il progresso e lo sviluppo economico stanno spingendo i post-proletari del  XXI secolo (cioè la maggior parte degli Italiani che hanno solo il lavoro dipendente e non hanno  proprietà  o cospicui conti in banca) sempre più verso una  affannosa (quanto inutile) rincorsa  alle spese, mentre i bisogni si moltiplicano inesorabilmente. Con buona pace degli studi di antropologia sociale, chi ha vissuto nel secolo scorso avverte che si è persa irrimediabilmente la percezione della distinzione tra il bisogno necessario e quello rappresentato dal mercato che è imposto con la forza della comunicazione e con il ricatto della  “crescita”, spostando le nostre abitudini verso nuovi modelli di vita.

Si dirà che occorre essere al passo con il rinnovamento e chiudere con la  retorica relegata nella vecchia soffitta marxista del passato; che i tempi sono questi e non permettono rimpianti perché ci offrono una vita più comoda, ricca di  opportunità e di occupazione. Ma, d’altronde, come si può essere d’accordo su certi aspetti che stanno disumanizzando il mondo e lo stanno relegando in un semplice affare di produzione? In un passato non troppo lontano,  bastava anche uno stipendio in famiglia per vivere decorosamente e per sostenere l’esistenza ivi compresi gli studi dei figli. Nonostante gli interessi  ancora alti e senza grandi aiuti dello Stato, ci si poteva permettere anche un mutuo per la casa, e la donna, quella che non aveva spinte liberatorie e ambizioni di carriera,  ma semplicemente l’aspirazione ad una famiglia, poteva dedicare il suo tempo alla cura ed alla educazione dei figli (un ruolo  sottovalutato  vista la fragilità odierna dell’istituzione familiare).

Certo non si vuole fare una battaglia di retroguardia sul movimento femminista, ma sta di fatto che la sua portata, seppure essenziale in tanti aspetti, per dirla con la giornalista newyorkese Nancy Fraser (Fortune del femminismo-dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi  neoliberista- Ed. Ombre Corte 2013)  “quasi per un crudele scherzo del destino, sembra essersi sviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi dei neoliberisti nel costruire la Società del libero mercato” . Nella maggior parte dei casi, le donne si ritrovano a svolgere lavori poco gratificanti e distanti dagli obiettivi di emancipazione e di realizzazione della personalità, ma aventi solo l’effetto di  alimentare il reddito famigliare  per soddisfare nuovi  bisogni.

Per tornare a quelli di una volta, il lavoro  era e sarà sempre l’esigenza primaria, ed oggi  questa è un’emergenza che, soprattutto al  Sud, costringe le famiglie a separarsi dai figli. La casa, seppure modesta, era sempre al centro delle feste e delle riunioni; di contro oggi è semplicemente un ambiente spesso impenetrabile perché ogni evento si riversa nei locali pubblici. Il riscaldamento, quando il clima non era ancora sconvolto dall’inquinamento e quindi l’inverno era sempre duro e lungo da sopportare, si affrontava con la stufa in cucina, il caminetto in soggiorno e,  in camera da letto, il braciere. La scuola era tra le esigenze primarie, legata alla volontà di istruzione ed all’idea di progresso, e soprattutto alla speranza di un miglioramento delle condizioni di vita dei figli. E per la scuola si facevano sacrifici veri, visto che seppure obbligatoria, poco o nulla era gratuito fino agli anni  ‘70. L’edificio era ridotto all’essenziale: banchi di legno massicci e poco confortevoli, ci si riscaldava con una semplice stufa (quando c’era) in aule grandi con trenta e più alunni, e spesso indossando i cappotti. L’austerità era legata ai tempi, ma i ragazzi capivano anche l’importanza dei sacrifici e gli insegnanti erano veri docenti motivati che condividevano le difficoltà,  al contrario di tanta gente frustrata approdata all’insegnamento per necessità. L’estate e l’esigenza del fresco erano affidate all’inventiva ed alla sapienza dei nostri genitori, con  le cantine, le acque correnti, le neviere in campagna, e in tempi più recenti, i  filoni di ghiaccio che si acquistavano e si trasportavano sulle spalle avvolti in sacchi di tela. Vestirsi era il bisogno essenziale per coprirsi dignitosamente in tutte le stagioni, secondo l’appartenenza alle classi sociali ed il ruolo; solo nelle grandi ricorrenze era quasi d’obbligo indossare abiti nuovi. Apparire era ancora un’esigenza contenuta (non fondamentale come lo è oggi) nella Società della prima metà e oltre del secolo scorso, e per questo il decoro e la  sobrietà erano prioritari rispetto ad ogni altra aspirazione. Andare in una sartoria per farsi confezionare un vestito era un avvenimento raro e importante e il rito iniziava dalla scelta del tessuto nei magazzini di stoffe. L’abito era un elemento di rispetto e di  cura perché doveva durare a lungo con tutti gli accorgimenti del caso, spesse volte modificato e passato ad  altri componenti del nucleo familiare. Per quanto riguarda la cucina poi, i bisogni coincidevano con la semplicità dei piatti e con la genuinità degli ingredienti che erano nella generalità della nutrizione delle famiglie; oggi,  per  una sorta di novità o per avere preso coscienza, viene proposto il ritorno ai prodotti della cucina povera di un tempo, garanzia di qualità e di sana alimentazione.  

Negli anni  ‘50  i trasporti erano ancora affidati alle biciclette, ai carri, ai mezzi pubblici e alle limitate auto private. Andare in visita ai parenti in città era un rito che  impegnava l’intero pomeriggio fino al ritorno in serata quasi fosse una gita. E la vacanza o la giornata al mare che non erano tra i bisogni essenziali, richiedevano preparazione ed  entusiasmo irripetibili ai giorni nostri. Tutto l’occorrente era predisposto il giorno prima e, quando si era in campagna o al mare, si  dava fondo all’unica cucina da asporto, quella casalinga, con le classiche tielle al forno e i tanti contorni di verdure che si gustavano in piena libertà  e nella più completa simbiosi con la natura. Queste ed altre preziose testimonianze  che meriterebbero  una degna conoscenza, sono state raccolte e pubblicate da Antonia Musaico Guglielmi nei suoi scritti, frutto del suo lungo lavoro di studiosa delle tradizioni locali.  

Ora guardare inerti al passato certo non può produrre effetti sul mondo, se non quello di sentirsi immersi in un processo irreversibile che non si sa dove può condurre l’Umanità nei prossimi decenni. Di fronte a questa pericolosa tendenza la politica non fa nulla: nessun ideale, né progetti, né tantomeno speranze per il futuro; solo sopravvivenza e vuota retorica per poi assecondare passivamente gli interessi della finanza e dei mercati, e assistere compiaciuta alle insignificanti note statistiche sulla ripresa: angosciante quotidiano tormentone dei Tg. Ma nel dibattito attuale inizia a farsi strada l’idea che l’organizzazione della Società così com’è, seppure offra tanti vantaggi, stia perdendo il contatto con l’essenza dei rapporti umani e con il senso vero della vita; che la felicità non è nella rincorsa ai consumi  ma in quelli che una volta si chiamavano valori, che  più delle leggi  contribuivano a regolare i rapporti tra gli uomini.

Forse è nella “decrescita felice” come teorizzano certi ambientalisti, nella conversione della produzione da quantitativa e inutile per il nostro benessere,  in qualitativa e rispettosa dell’ambiente. Non a caso è sempre più frequente da parte anche di manager, imprenditori o professionisti di successo, la coraggiosa inversione a  forme di vita più elementari, a lavori artigianali, alla terra, in definitiva al rifiuto di appartenere ad un mondo che non dà felicità. Questo guardare indietro negli anni non è un nostalgico quanto utopico invito di ritorno al passato, del quale non possiamo dimenticare le dure condizioni riguardo alla Sanità, alle condizioni di lavoro, alle  tragedie delle guerre, ed altro, ma è la amara constatazione che il buono che è stato patrimonio dei nostri genitori, viene nella migliore delle ipotesi, ignorato in nome di un progresso senza se e senza ma.

La vita del passato rispetto all’attualità, è  paragonabile alle diverse sensazioni che si potrebbero provare nel  guardare  uno dei grandi classici del cinema in bianco e nero, del neo realismo o della commedia all’Italiana,  in una sala dell’epoca, tra fumo,  interruzioni  e su  dure sedie di legno, ma con vere emozioni,  piuttosto che nel  vedere, in una confortevole multisala di oggi, uno dei tanti melensi film di serie che vogliono stupire con effetti speciali. La domanda finale è:  comodità e agiatezza ma a che prezzo? Uno dei beni più preziosi cui stiamo rinunciando in nome della produzione ad ogni costo è l’ambiente, pur se con certa lentezza se ne sta prendendo coscienza. La Storia degli uomini è spesso preziosa esperienza, è conoscenza della natura umana, è maestra per costruire un avvenire degno di essere vissuto:  la vera evoluzione in tutti i campi è partita  sempre da una  rilettura del passato. Come possono i giovani, gli adulti di domani valutare l’oggi e progettare un futuro, senza  aver vissuto o conosciuto il passato in tutto il buono ed il cattivo che c’è stato? Perché, quindi, non introdurre nella scuole una materia relativa alla storia del “come eravamo”  con cui spiegare criticamente sviluppo e concetto di progresso? Servirebbe a fare prendere coscienza di  tutto quanto oggi sembra scontato, e forse ad apprezzare qualcosa del passato che è sfuggito  nella fretta della crescita del Pil. Herbert  Marcuse, un’icona degli anni della contestazione, sosteneva, tra l’altro, che la mancanza di felicità è il risultato di un’organizzazione sociale irrazionale: e l’attuale pensiamo lo sia  fortemente.

Altri articoli
Gli articoli più letti