L’era del Webete

Dubito che la responsabilità sia imputabile alla totale libertà della rete e sono convinto, al contrario, che una buona dose di demerito sia imputabile alla congenita saccenza dei frequentatori abituali

Nico Lotito A Lume Spento
Andria - venerdì 02 settembre 2016
© n.c.

Negli ultimi giorni si è fatto un gran parlare del neologismo coniato da Mentana a proposito dei frequentatori "cretini" del web, i webeti. Pare, infatti, che la rete sia particolarmente popolata da frequentatori dozzinali che, aspiranti esperti tuttologi, ci dispensano quotidianamente perle di saggezza. Le materie oggetto di tale saccenza sono le più disparate, si spazia dalla sismologia (data l'attualità dell'argomento) all'ingegneria, dalla termodinamica al design passando per l'informatica e la sociologia.

Da quello che apprendo, pare che la responsabilità risieda nella completa assenza di filtri che la rete presenta, lasciando libero spazio di intervento sui social o su altre piattaforme a chiunque ne sia interessato. Dubito che la responsabilità sia imputabile alla totale libertà della rete e sono convinto, al contrario, che una buona dose di demerito sia imputabile alla congenita saccenza dei frequentatori abituali. Si è persino scomodato Umberto Eco di cui si è ricordata la teoria secondo cui tali soggetti, un tempo relegati ai bar, hanno oggi la possibilità di esternare beneficiando di una platea più ampia; è vero, tuttavia credo sia ben più fastidioso incontrarli al bar di quanto sia più semplice ignorarli sul web. In fin dei conti ci si imbatte nei cosiddetti webeti se, in un certo senso, si frequentano degli "ebetospazi" virtuali; trovarseli accanto mentre si beve un buon caffè è una sorta di punizione intellettiva alla quale è difficile sottrarsi.

Quello che più preoccupa, in realtà, è che la Rete stia assumendo un ruolo determinante nella costruzione del senso comune così come la televisione aveva fatto con le generazioni precedenti. Tuttavia se la televisione aveva (dubito abbia ancora) un risvolto educativo nella realizzazione dei palinsesti e poteva beneficiare degli interventi di più o meno autorevoli attori, il web non offre tali caratteristiche e, dunque, rimane esposto alle esternazioni del tuttologo di turno. Ecco dunque che se la Rete inizia a dettare la linea e a imprimere l'opinione pubblica, il problema assume connotazioni sociali e politiche. Nel momento in cui si presume di demandare al web la scelta "referendaria" su taluni temi politico-sociali di rilevante delicatezza, si decide, implicitamente, di abdicare ad un serio dibattito razionale, lasciando che l'emotività della Rete possa democraticamente ma non scientemente deliberare. In tal modo diviene sempre più difficile selezionare temi e relatori; diviene improbabile selezionare un'autorevole classe dirigenziale se il consenso, il più delle volte, si sostanzia in un post o un tweet. Si passa più tempo a decidere come articolare un tweet che attiri condivisioni, di quanto se ne trascorra a leggere ed approfondire. Si impegna il tempo a pubblicare una foto dimenticandosi, quasi, di assaporare il momento che è dietro quella istantanea.

Tempo fa Bill Gates ha dichiarato: “Verrà un giorno, e non è molto lontano, in cui potremo concludere affari, studiare, conoscere il mondo e le sue culture, assistere a importanti spettacoli, stringere amicizie, visitare i negozi del quartiere e mostrare fotografie a parenti lontani, tutto senza muoverci dalla scrivania o dalla poltrona"; credo abbia dimenticato di dire che quel giorno smetteremo (o avremo già smesso?) di vivere. 

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