Referendum: Si, No…Forse

Il Referendum ridotto ad un test elettorale sulla tenuta del Governo

Nico Lotito A Lume Spento
Andria - venerdì 28 ottobre 2016
© nc

Sarò sincero: non vedo l'ora di mettermi alle spalle il quattro dicembre. Non per la curiosità di capire chi avrà vinto (cosa?) con tanto di proclami e, perché no, trombe squillanti e cortei, quanto per la consapevolezza che dopo quindici o venti giorni, la macchina comunicativa avrà silenziato il tema referendum alla ricerca di un altro "tormentone" da propinare a tutti gli italiani. Certo, a leggere i contenuti della manovra da poco varata dal Governo, ci sarebbe da sperare che di referendum ne vengano indetti tre o quattro l'anno, tant'è.

Rimaniamo però al referendum; nonostante verta sulla modifica della Costituzione, pare tutto si sia ridotto ad un test elettorale sulla tenuta del Governo e questo, in parte, lo si deve al non eletto premier che dapprima ha sentenziato che sarebbe andato a casa in caso di esito negativo per poi riposizionarsi ricordando, urbi et orbi, che il tema referendario è la modifica della costituzione. Ora, credo che madre natura mi abbia regalato un briciolo di intelligenza e una piccola dose di capacità di discernimento, per cui per rispetto nei suoi confronti e della mia persona, mai potrei accingermi al voto circoscrivendolo ad un Renzi a casa o meno. Ancor più se e quando a voler esautorare il quasi premier è una frangia del suo partito. D'altronde avendo quasi riempito la mia scheda elettorale, sono sufficientemente disincantato per non stupirmi del fatto che, al netto dell'esito del referendum, tutto potrebbe rimanere immutato o, peggio ancora, dar spazio all’ennesimo governo non eletto.

Non di meno è innegabile che una modifica dell'attuale compagine del Parlamento sarebbe auspicabile; tuttavia se due Camere speculari che si rimpallano il da farsi in una sorta di match di tennis al tie-break rappresentano un corto circuito, un Senato composto da sindaci e consiglieri regionali, per di più scelti dai partiti nelle more di ulteriore legislazione in merito, è inipotizzabile. I primi cittadini, ad esempio, sono già oberati di lavoro e responsabilità al punto da invocare una giornata di ventotto ore; ora, se devono dedicare parte della settimana per recarsi a Roma a discutere (o per lo meno a provarci) di questioni locali in chiave nazionale, finirebbero per anelare ad una settimana composta da dieci giorni.

Se si vuole snellire l’azione legislativa affidandola alla sola Camera dei Deputati, la presenza del Senato diviene irrilevante; accentrare la funzione di promozione turistica equivale ad appiattire la comunicazione in un mercato in cui la targetizzazione dell’offerta ha assunto un ruolo predominante; invitare consiglieri regionali e sindaci ad accomodarsi sugli scranni del Parlamento è, sicuramente, meno proficuo che rafforzare le competenze in capo a Regioni e Comuni al fine di ottimizzare l’azione amministrativa. Insomma la riforma costituzionale, così come partorita, assomiglia tanto a quei bilanci previsionali redatti da taluni comuni più sulla scorta dei desiderata degli assessori che sull’armonizzazione della spesa.

Per cui dopo una attenta valutazione, pur deluso nell’approccio che si è avuto, ritengo di dover votare no; un “no con riserva”, ben inteso, al quale mi accingerò con lo stato d’animo di chi, tradito nella fiducia dai più fedeli compagni di viaggio, decide di accordar loro fiducia per l’ultima volta. Non dunque un voto contrario all’operato del Governo, pur di per sé molto deludente e vacuo, quanto un no propositivo con lo spirito che il dopo voto possa rappresentare un momento di riflessione che faccia maturare la convinzione che la Costituzione della Repubblica non si riforma ricorrendo ai cosiddetti “colpi di maggioranza”. Ancor più quando questa, oltre che traballante, non è espressione del voto democratico.

Tanto devo al referendum.  

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