La Politica al tempo di Facebook

L’utilizzo virale del social network ha influenzato la politica

Nico Lotito A Lume Spento
Andria - venerdì 25 novembre 2016
© n.c.

Viva i social network si dirà. Viva Facebook dunque; il più utilizzato, il più virale, quello che più di altri consente un'interazione e una divulgazione tale da essere considerato la quintessenza della democrazia. Ed in effetti Facebook ha dato voce ai tanti, ha dato un'opinione a tutti, specie a coloro che non ne hanno una. L'utilizzo è diventato così costante e continuo da sostituirsi alla forma più canonica di comunicazione: quella diretta. Testate giornalistiche, riviste specializzate, leaders politici, gli stessi partiti, tutti possiedono una pagina o un account Facebook consci del fatto che, ben più della televisione, è diventato il modo per entrare non solo in casa quanto nella quotidianità di tutti noi. Tuttavia, per quanto antidemocratico possa apparire il discorso, nell'esatto momento in cui vien data voce a tutti al punto che chiunque possa parlare di tutto, si finisce per dar vita ad un brusio tale da favorire, non soltanto delle dissonanze comunicative, ma anche, e soprattutto, un impoverimento dei contenuti.

In tal senso ciò che più ne ha risentito è stato il dibattito politico, ridotto ormai ad una enunciazione di slogan che lo rende sempre più simile ad uno sfottò da bar dello sport. È sufficiente registrare e pubblicare un video rivolgendosi urbi et orbi, per bypassare il contraddittorio relegandolo, nella migliore delle ipotesi, ad una serie di commenti poco edificanti. Basta pubblicare una foto o un post accompagnati da un numero cospicuo di tags, per arrogarsi il diritto di aver dato la stura ad un dibattito politico fatto di caratteri, smile ed un numero indicibile di punti di sospensione ed esclamativi. Tutti fini politologi, sociologi, economisti e chi più ne ha più ne metta.

Il punto, perché è proprio questo il punto, è che anche gli addetti ai lavori, i nostri rappresentanti, si sono fatti vincere dalla facilità presunta di tale forma di comunicazione; ne è scaturito il trionfo della mediocrità e del populismo (inteso nella più negativa delle sue accezioni). Tutti si sono messi a parlare alla pancia degli elettori con la conseguenza che a farla con la testa, la politica, sono rimasti in pochi. 

La pubblicazione di un rendiconto relativo ad attività parlamentari diviene il mezzo per ammantarsi di trasparenza e l'utilizzo dello stesso da parte avversa, è il metodo più semplice per smentire la credibilità di chi lo pubblica; il risultato è quello di lasciare che tutti commentino o "tocchino con mano" il politico di turno sentendosi parte attiva della discussione in un vortice di percepita democrazia in fondo al quale la partecipazione e la condivisione si confondono con un click.

Nel momento in cui la politica si sostanzia in questo, è il segno evidente che si è deciso di cedere il passo non ad una semplificazione dei concetti, quanto piuttosto ad una semplificazione del linguaggio al fine di renderlo fruibile da parte di tutti svuotandolo di contenuti. Il referendum costituzionale ne ha rappresentato il banco di prova se è vero, come lo è, che la costituzione è diventata ostaggio delle istanze e delle guerre fra i vari partiti o movimenti che ambiscono, attraverso questo strumento, a misurare la propria forza nell'agone politico. 

Parafrasando Bill Gates potremmo dire che un giorno ci sarà un politico in ogni casa; possa un black-out salvarci da tanta pochezza.

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