Ettore Carafa

Considerazioni su un conflitto ancora attuale tra il vecchio e il nuovo

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 17 febbraio 2017
© n.c.

Quando si parla di rivoluzioni nel Meridione d’Italia, nella Puglia ed in particolare nella Città di Andria è difficile trovarne tracce evidenti nella Storia; sì, ci sono diversi episodi di rivolte contadine dettate da “fame contingente”, ma non dei veri e propri movimenti decisi a rivoluzionare le vecchie istituzioni ed a aprire nuovi scenari. Tutto si è risolto sempre con la forza di chi governa o con il pannicello caldo dei sussidi ( vedi rivolte contadine del secondo dopoguerra). Di grandi spiriti rivoluzionari non se contano tanti nelle nostre terre, anzi siamo famosi per le grandi reazioni ai cambiamenti : vedi le schiere dei borbo-briganti che agivano con veri  e propri eserciti all’indomani dell’Unità d’Italia, per riportare sul trono un antico regime ormai inetto e logoro che viveva solo di paternalismo e forca per i dissidenti. Ecco allora che uno dei figli del Sud, Ettore Carafa, conte di Ruvo,  nato nel 1763 da Riccardo Duca di Andria e  nelle grazie della Corte napoletana, si ribella e  condivide le idee di rinnovamento portate dall’esercito francese e dalla rivoluzione dell’89. Ma il nostro è un territorio culla di conservatori, che trovano per i loro interessi facile alleato nell’ignoranza  della popolazione e che fomentano  la reazione nella famosa giornata del 23 marzo 1799. Da un parte un gruppo di rivoluzionari affiancatisi all’esercito francese, e dall’altra nobili, clero ed élite terriera a difendere con il sangue della povera gente i propri privilegi minacciati dall’ondata di rinnovamento.

Ettore Carafa, al contrario dei suoi ricchi concittadini, mette in gioco tutta la sua vita e le prospettive di carriera e ricchezze che lo aspettano alla Corte napoletana per una grande idea; ma questo non basta ai suoi concittadini per capire l’importanza del suo gesto. Narrano le cronache dell’epoca che allorché Ettore tentò, alle porte della Città e nell’imminenza dell’attacco,  di parlamentare per evitare spargimenti di sangue ed il saccheggio, fu preso a fucilate. D’altro canto, l’atteggiamento  dei cittadini “insorgenti”  potrebbe spiegarsi con la persuasiva opera di propaganda dei baroni, con il timore di cambiare con padroni stranieri, ma soprattutto con il fatto che queste idee repubblicane (di cui tra l’altro il popolo minuto non conosceva nulla) erano portate da un esercito straniero: e la popolazione meridionale non era in grado di poter valutare che l’esercito francese rappresentava un’opportunità per abbattere il regime feudale e per  aprire una nuova era di progresso. E’ una storia che si  ripete da sempre, nella quale sono protagoniste potenze straniere che, a torto o a ragione, pensano di esportare la democrazia nelle popolazioni spesso lontane anni luce dalla propria cultura.

La democrazia e la libertà non si importano ma si conquistano nei tempi e nei modi che le civiltà e le culture impongono. E il nostro Sud era fortemente distante dalla cultura e dalla condizione sociale di altre realtà del nord-Europa ed era particolarmente radicato ancora ad una struttura pressoché feudale. Ad ogni modo, la figura di  Ettore Carafa  anche dopo la sua  decapitazione avvenuta a Napoli il 4 settembre ad opera dei Borboni “coraggiosamente” rientrati dopo il ritiro delle truppe francesi, continuò ad essere oggetto di disprezzo da parte dei suoi concittadini. E’ chiaro che Ettore Carafa era troppo avanti per i suoi tempi, mentre il nostro Meridione troppo indietro rispetto ad una realtà europea che stava modificando gli assetti istituzionali degli Stati  ed avanzava inesorabilmente dall’ Inghilterra con la rivoluzione industriale e dalla Francia con quella  sociale; e questa condizione di rigetto di ogni forma di cambiamento nei rapporti istituzionali e sociali, è rimasta per tantissimo tempo ramificata nella popolazione meridionale, vuoi per la mancanza di  dialogo che per una forte resistenza ad uscire da una condizione  di sudditanza. Ettore Carafa in fondo è stato un eroico sognatore che sperava in un’Italia diversa, padrona del proprio destino e finalmente libera dalla palude feudale nella quale era impantanata ogni forma di progresso. 

Ha fallito nei riguardi della nostra storia e del nostro retaggio culturale, trovando in cambio del suo eroismo “vero” un triste epilogo della propria impresa. Ancora oggi i fatti di questi ultimi decenni dimostrano che  non siamo ancora pronti per uscire da quell’inerzia che impedisce un serio cambiamento della politica e della vita,  perché forse  preferiamo adagiarci in questo neo-feudalesimo dove politica e finanza ci dettano i tempi  della vita: noi  in qualche modo riusciamo ad arrangiarci e ci illudiamo di stare bene. Un nuovo Ettore Carafa anche oggi non sarebbe ben accetto, perché un profondo cambiamento delle cose  potrebbe rompere  equilibri, scalfire  interessi, e creare seri pericoli per il nostro orticello di benessere: troppo rumore per nulla!

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