Django Unchained

Regia di Quentin Tarantino con Leonardo Di Caprio, Jamie Foxx, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson

Andria - venerdì 18 gennaio 2013
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USA – 2012. Durata: 165'



Nell'America del Sud, due anni prima della guerra civile, lo schiavo Django viene liberato da un cacciatore di taglie e da questi assoldato per mettersi alla ricerca di alcuni criminali in circolazione. Ma nel suo passato c'è una donna, anche lei schiava, di cui è ancora follemente innamorato.

“Django unchained” è il film che Quentin Tarantino avrebbe voluto girare da tempo. Se infatti è vero che molte della sue precedenti pellicole, da “Pulp fiction” a “Kill Bill”, erano infarcite di continui riferimenti al western è la prima volta che un suo progetto affronta questo genere in modo così diretto ed esplicito.

Ciò che più colpisce in “Django unchained” è lo sguardo lucido di Tarantino, che riesce a tirar fuori dal suo 'cilindro' un western coltissimo, ricco di citazioni ed estremizzato alla sua maniera: un cocktail di humour nero, violenza, situazioni grottesche, dimostrando ancora una volta di saper gestire e dosare al meglio l'enorme quantità di materiale cinematografico del passato a cui costantemente rinvia, attraverso l'estetica e le tecniche dello spaghetti-western.

Già il titolo, infatti, è un evidente omaggio al cinema d'oro italiano degli anni '60-'70, che ha fatto scuola diventando a sua volta modello per il cinema statunitense. Il “Django” originale, diretto dal compianto Sergio Corbucci, fu allora interpretato da un giovane Franco Nero che trascinava dietro di sé, per l'intero film una bara da morto; Tarantino ha voluto l'attore italiano per un divertente ruolo-cameo. “Come ti chiami” chiede Nero al “negro” che gli risponde senza scomporsi, “DJANGO”; e lui, “Django?...come si scrive?” e l'altro gli fa lo 'spelling' spiegandogli che la “D” non si pronuncia perché è muta: solo allora Franco Nero esce di scena. Quasi un nonsense, inserito senza apparenti finalità narrative all'interno della storia, segno di una profonda devozione del regista al modello, del quale 'rimaterializza' il protagonista, facendolo ironicamente “giocare” col proprio nome.

Questo è lo stile di Tarantino: prendere o lasciare. O lo si ama o lo si odia, con lui non esistono mezze misure; il suo cinema è unico e il suo tocco è evidente in ogni sequenza. E ancora una volta è riuscito a coinvolgerci e a convincerci fino in fondo. Le quasi due ore e mezza di pellicola scorrono senza pesare, grazie all'incessante ritmo del montaggio, all'intelligente sceneggiatura, al frenetico susseguirsi di trovate visive e sonore, al dissacrante approccio con i generi, nonché alla superlativa prova degli interpreti, tutti molto convincenti e ben diretti, con un Leonardo Di Caprio e Samuel L. Jackson a dir poco strepitosi. Se non un capolavoro, siamo comunque nei pressi. 

 

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