Il diritto di “ricevere” e il dovere di “dare”

Giovani che chiedono senza saper dare

Vincenzo Larosa Cittadinanza giovane
Andria - venerdì 25 gennaio 2013
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“Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere”. In maniera forte e decisa Aldo Moro interveniva nel 1976 al XIII Congresso della Democrazia Cristiana. Con queste parole si rivolgeva ai suoi concittadini, ammonendoli. Una citazione non al passo coi tempi se si tende lo sguardo alle grandi piazze delle nostre città. Non viviamo sicuramente l’”epoca dei diritti”,  per questo i giovani “indignati” protestano e, in un periodo in cui vengono meno i diritti, difficilmente si possono rispettare i propri doveri. 

A dire il vero, il costume politico della nostra società e lo “stile” dei nostri cittadini  è indubbiamente refrattario a indossare gli abiti virtuosi dei doveri. Eppure la nostra Costituzione promuove una Democrazia partecipativa, che realizza il bene di tutti gli individui, e di ciascuno. Pur realizzando il rispetto della “libertà” dei cittadini vuole sollecitarli al tempo stesso all’assunzione delle responsabilità e alla condivisione delle regole per favorire il bene comune.

Alla lunga “stagione dei diritti”, che in tempo di crisi abbiamo visto affievolirsi, credo, ne stia subentrando un’altra che è la “stagione dei doveri”.  È un tempo in cui non si può tendere il tutto alle volizioni  e alle utilità individuali. Non è più il tempo in cui “volere è potere”, o meglio non dovrebbe esserlo. Un atteggiamento del genere non favorisce il recupero di un discorso sui doveri e sull’importanza che essi conservano nella società civile. Anche i doveri più importanti, quelli definiti “inderogabili” nella nostra Carta Costituzionale, hanno perso il passo e appaiono sempre più disattesi nel sentire comune. Si pensi alla disaffezione alla Politica che si riversa in una nulla partecipazione ai “fatti della società”, alla costante diserzione di principi e regole etiche, di costume, di buona educazione che hanno costituito la spina dorsale del nostro Paese per lungo tempo. L’inosservanza della Costituzione e di tutti quei doveri di partecipazione alla vita politica e sociale da parte dei cittadini ha rappresentato il pretesto per permettere alle “Istituzioni” (formate da cittadini) di  sottrarsi al rispetto di tutti quei diritti essenziali verso gli stessi cittadini. L’espressione poc’anzi esposta seppur macchinosa pone l’attenzione su un’idea banale: “Se non rispetto i miei doveri, non sarò rispettato nei miei diritti”. Ritengo, diritti e doveri non siano questioni diverse. Non possono prescindere gli uni dagli altri.  Sono binari di un treno chiamato società. I diritti e i doveri vanno di pari passo nella Carta Costituzionale e seppur più accentuata è l’attenzione sui diritti, politici innanzitutto (elettorato attivo e passivo, associarsi in partiti politici, accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive, ma anche diritti sociali e civili) i doveri sono strettamente connessi ad essi.

L’errore decisivo è stato, a mio avviso, quello di non favorire la “cura dei cittadini al senso del dovere” da parte delle istituzioni, cattive maestre in questo. Quali, le agenzie educative, in primis la scuola, che ha perso la bussola di “palestra di cittadinanza”, a seguire la famiglia, alla quale tradizionalmente si demandava il compito di primo luogo di istruzione ed educazione dei figli e quindi delle nuove generazioni. Tutte le debolezze di due luoghi come la Politica e l’Economia che si sono riversati in una società che ha perso i punti di riferimento e ha i visto i suoi figli smarrirsi.

Da qui l’immagine sempre più paradigmatica di “giovani che lottano per i diritti che non conoscono”, giovani che non hanno fatto salvo nelle loro vite il principio che nessuno può sottrarsi al dovere di dare un suo personale contributo di solidarietà ai bisogni avvertiti da tutti. È proprio nel principio di solidarietà che si produce il benessere collettivo. La Repubblica sì, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, ma allo stesso tempo richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Non è ammessa deroga alcuna. Nessuno (cittadini, stranieri, persone giuridiche) può sottrarsi al dovere di dare un suo contributo. E il suo contributo diretto, forse, può darlo a partire dalle dimensioni più vicine di povertà materiali e immateriali che abita quotidianamente. Sul piano dei “doveri”, un esempio portante è quello dell’associazionismo, la scelta capace di sollecitare nei giovani la partecipazione alla costruzione di un progetto comune, affiancando le istituzioni in un processo di coinvolgimento dei cittadini e delle formazioni sociali alla programmazione, progettazione, realizzazione delle attività al fine di soddisfare bisogni individuali ma allo stesso tempo sociali. L’associazionismo se vissuto sotto forma di volontariato, incarna l’esperienza reale di partecipazione alla vita politica e sociale alternativa alla candidature politica, decisamente impossibile per una infinità di persone. Esso rappresenta la palestra ideale e insostituibile di formazione alla cittadinanza e quindi a quel dovere essenziale richiamato tra le righe in tutta l’intera Costituzione italiana. L’affievolirsi del senso di appartenenza, l’indebolirsi dell’identità nazionale, il venir meno dei collanti che tengono insieme gli individui sono stati causati sempre più da  genitori che hanno delegato il compito educativo alla TV, da una scuola che raramente è andata oltre  corsi pomeridiani  di “cucina cinese”, dalle parrocchie attente molto spesso più attente all’ora di catechismo e molto meno alla dimensione antropologica e sociale dei suoi fedeli, alla politica, quella con la “p” minuscola, giocata nei festini a luci se non rosse, colorate.

I giovani, e la società intera, devono venir fuori da questo tunnel, devono cercare i luoghi per vivere appieno i diritti che sono stati loro negati, e riconoscerne i doveri che loro spettano. Il diritto di associazione implica, allo stesso tempo, un dovere di vivere appieno la dimensione dell’associazionismo per perseguire scopi di utilità sociale; il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola implica il dovere di riprendersi la parola, farla propria; il diritto di informazione implica il dovere di informarsi per comprendere e discernere sulle situazioni; il diritto di associarsi in partiti implica il dovere di concorrere a determinare la politica nazionale. Sono solo esempi ma i giovani, io per primo, devono comprendere che non si può avere se non si dà. Gli egoismi, individualismi e personalismi in tempo di crisi, e sempre, vanno dimenticati.  È il principio della solidarietà, non un principio cristiano, bensì laico.

Non si può chiedere se non si sa cosa si vuole. Non si può protestare se non si sa per cosa si protesta. Non si può chiedere il cambiamento se non si ha un’alternativa. Sarebbe meglio starsene a casa (magari a studiare). Questioni di coerenza. Una massa che si muove non è sempre un esempio virtuoso. Come  i milioni di cittadini che in massa si sono fidati e affidati al fascismo nei suoi anni gloriosi. Provare per crederci.

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