La scala proibita…………… (ingresso gratuito)

Per quanto sia possibile a chiunque oltrepassare…la soglia di una chiesa, un monumento, o qualsivoglia sito culturale

Adriana Versi Il Visitatore
Andria - venerdì 01 marzo 2013
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Mi ero persa in un labirinto di pensieri malmessi, non riuscivo a venirne fuori e più restavo ferma, più sentivo il tonfo dei miei pensieri stessi, precipitare come un masso nel pozzo del mio inconscio, senza luce e senza fondo. Il cartello blu segnalava l’uscita per Canosa e appoggiata col naso al finestrino, lo vedevo allontanare troppo in fretta per potermene rendere conto. Com’era possibile? Avevo appena lasciato Garibaldi e il suo eroico cavallo, tra la confusa Babele della Stazione Centrale. Erano settimane che facevo su e giù con la “Marino” tra Napoli e Barletta e spesso perdevo il senso d’appartenenza a quel territorio che conoscevo meglio di ogni altro viaggiatore. Anche il mio papà a quel tempo aveva perso il suo e forse…come in mistica simbiosi, io seguivo la sua scia.

Quel minimo tollerabile di senilità avanzata diagnosticatagli qualche anno prima, in seguito a una caduta accidentale, era evoluta repentinamente in una più certa confusione mentale, dove, se si rimane definitivamente intrappolati, anche il senso della vita potrebbe non avere più un vero senso. Da un letto d’ospedale mosso a manovella, a una sedia “comoda” con braccioli e due rotelle, spinta a fatica da familiari volontari. Sulla strada del ritorno a quello che avrebbe rappresentato, più che l’ultimo rifugio, la reclusione da scontare fino al tempo che restava della sua capacità esistenziale: casa. Una costruzione concepita agl’inizi anni ottanta, quando l’unica barriera architettonica abbattuta, rimaneva una striscia gialla con al centro il disegno di una carrozzella.

Un dramma che comincia esattamente il giorno dopo…quando una madre in guerra col destino, sconfitta non vedrà mai il proprio figlio calpestare eretto la cara terra avversa. O…quando un figlio vedrà concludere tristemente il percorso obbligatorio di una vita dignitosa del suo ormai stanco genitore. Un dramma in ogni caso che si ripercuote a effetto domino su tutti i componenti del nucleo familiare che, seppur ben predisposto, si riduce stretto in una morsa d’impotenza, restando accanto fino in fondo, sopraffatto dall’evento.

Ma…se tanto la rassegnazione, velata a tratti dall’insofferenza, potrebbe altresì rientrare, in un certo senso, nella normalità di atteggiamenti sostenuti nei confronti di un anziano, molto meno sono i chiodi appesi alle pareti di speranza, da chi tenta ogni istante di vincere battaglie, condotte con coraggio e per un intera vita, e che non può fare altro che… “diversamente”.

Ho visto camper attrezzati al trasporto di persone, per cui la normalità è godersi una vacanza senza pregiudizi. Venir fuori senza indugio e affrontare ogni tipo di salita, lasciando nel cassetto il “contrassegno” anziché esporlo in bellavista.

Ho visto scolaresche accompagnate da insegnanti, col coraggio di un leone che affronta la savana, districarsi dai meandri concettuali, per cui correre sui prati, è solo l’altra alternativa per far felice un bimbo in gita all’aria aperta. In viaggio con pulmini dotati d’ogni comfort e meccanismi articolati, “ovvie”soluzioni per chi non può sentire il peso di dover essere accompagnato.

Ho visto l’imbarazzo nascosto da un sorriso, di chi, delle semplici domande, conosce già il susseguirsi di risposte inadeguate. In fondo….bisogna avere compassione per chi non riesce a conformarsi al resto dell’Europa, alle esigenze di pedane, percorsi senza intoppi, o abbattere il confine tra una ruota e una scala.

Ho conosciuto Piero, Andrea, Domenico, Angela, Sabino, Luca…custodi improvvisarsi portantini, sorreggere come il “Santo” in processione alla festa patronale, chi ha raggiunto, senza poche acrobazie, i piedi di quel Colle, non per voto o per disperazione, ma semplicemente perché l’arte ha il diritto alla passione. Una parte di quei nomi è frutto d’invenzione, l’altra, com’è noto, fa parte di una lista cui appartiene “gente vera”.

Ho saputo di un progetto, molto spesso accantonato per incompetenze generali o da attese prolungate, dettate da motivi pressoché inesistenti. Nel suo caso il ruolo principale l’avrebbe un architetto, sebbene la sua carica, la rivesta un po’ più in alto. Saprebbe come estinguere quel debito morale di cui s’è fatto carico, ormai da lungo tempo, l’accoglienza ben preposta, riscattando la dovuta dignità, nell’affrontare le richieste di un sociale, troppe volte relegato, dietro un muro di strutture…molto più che provinciali. Aggiungerebbe una bandiera, tra i cartelli a un mondo benvenuto, per ospiti ammessi di diritto in un contesto culturale, per cui solo l’interesse, riesce a far la differenza.

Avrei potuto usare milioni di parole, se ciò avesse rimosso molto più di un “se”…. Avrei vissuto tante vite, se ciò avesse stimato il valore della “mia” (……e non solo).    

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