Legalità vuol dire coscienza civica

Perché la legalità non è soltanto una tattica di difesa

Vincenzo Larosa Cittadinanza giovane
Andria - venerdì 15 marzo 2013
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Il prossimo 16 marzo a Firenze si terrà la “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime della mafia” promossa dall’Associazione Libera guidata da don Luigi Ciotti. Durante la marcia, evento centrale dell’iniziativa, saranno  letti, per la diciottesima volta, i nomi delle vittime “importanti” della mafia che nonostante il passare degli anni, aumentano sempre più. A quella lista che attualmente conta circa 900 nomi, se ne sentono aggiungere sempre di nuovi. Perché altri uomini combattono a viso aperto l’ingiustizia e divengono nuove vittime di un sistema mafioso caratteristico della penisola italiana. E se passi avanti sono stati compiuti dalle Istituzioni per combattere il “cancro” del nostro Paese con arresti eccellenti, i passi che ci distanziano da quella che potremmo definire una vera e propria “cultura” mafiosa restano appena “cento”.

Proprio come nel film del regista Marco Tullio Giordana  dedicato al giovane Peppino Impastato, massacrato  per aver combattuto a muso duro il potente Badalamenti distante solo cento passi dalla propria abitazione. Dalla morte del giovane attivista Impastato nel 1978 e dalla sua denuncia nei confronti dell’omertà dei concittadini sui soprusi e sulle ingiustizie della mafia nulla è cambiato. La nostra amata Italia è cresciuta sin troppo poco in giustizia e responsabilità.

Gli italiani sono  troppo abituati all’idea che “se tutti rubano, rubo anche io, se tutti tacciono, perché dovrei parlare io”. I cittadini italiani e nello specifico quelli andriesi sono “serenamente” avvezzi alla cultura mafiosa.

La nostra città, con il rispetto per i cittadini onesti che la abitano, e che fortunatamente sono la maggioranza, è una città criminale. I casi di furti d’auto, furti nelle abitazioni, scippi, spaccio e tanti altri crimini simili sono sin troppi per un territorio come quello andriese. E se molti cittadini qualificabili come i protagonisti delle statuette che nelle nostre case mettiamo sulle mensole della cucina comunemente dette “scimmie cinesi”, non parlano, non vedono, non sentono, e continuano a ribadire che tutto va bene e che qualche furto ci sta perché fa parte del rischio, si sbagliano. Il rischio di lasciare la propria automobile e non ritrovarla è un rischio ineccepibile, il rischio di dovere lasciare casa e al ritorno trovarla svuotata è assurdo.

Ma sorge il dubbio legittimo: si può parlare di mafia anche per quelli che possono essere definiti “piccoli crimini”? Ritengo di sì. La mafia non è una storia diversa da quella criminalità che quotidianamente possiamo guardare per le strade delle nostra città. La mafia non è quella che vediamo nei film, caratterizzata da narcotraffico internazionale, pizzini, traffico d’armi. La mafia è un modo di pensare al criminale. E quelli che definiamo “piccoli crimini” non sono altro che l’anticamera di un sistema criminale ben più grande, decisamente più attraente da rappresentare in un film.

Un modo di pensare poco edificante che coinvolge le nuove generazioni, giovani e bambini sempre meno abituati alla maturazione del senso delle regole di convivenza e alla adesione alle leggi. L’attenzione maggiore donata dalle agenzie educative verso il crimine organizzato, ad oggi tutt’altro che sconfitto e anzi rafforzato dalla fitta rete di interessi e complicità, a discapito dell’attenzione verso le piccole forme di illegalità per le quali non c’è stata sufficiente condanna. Piccoli e grandi reati sono diventati costume, o meglio malcostume, espressione di una illegalità che è diventata fattore normale della vita degli individui tanto da insediarsi nelle pieghe della vita sociale.

Da che cosa è nato però questo triste regredire? Sicuramente, il “tramonto della legalità” ha visto come fattori determinanti la crescita dell’individualismo, la tendenza a fare “i propri comodi” e/o a “fare come fan tutti”, l’idea che la libertà individuale la si può affermare anche a discapito di quella collettiva.  A questi fattori va però aggiunto l’effetto negativo di certi comportamenti da parte di chi ha un ruolo pubblico, che anziché combattere l’illegalità, l’ha incarnata per lungo tempo, con ampie ricadute sul senso comune di legalità. Un tale modello culturale dunque, ha grosse ricadute sui giovani.

La scuola, le istituzioni, la chiesa, per lungo tempo si sono limitate a predicare la legalità, senza praticarla. Praticare la legalità non vuol dire semplicemente presentarla come sistema di leggi da rispettare. La legalità è un modo di guardare le cose con libertà, coraggio e responsabilità per compiere azioni decisive ed esemplari. La legalità si costruisce realizzando una società viva, accogliente, credibile, che sappia rispettare i diritti e i doveri del vivere civile. E per realizzare quella che pare essere un’utopia bisogna investire nell’educazione delle nuove generazioni ad una sana maturazione della coscienza morale, sociale e civile che tenda ad approfondire l’attenzione alla relazionalità e al saper vivere insieme. Un giovane, e prima ancora un bambino, devono essere aiutati nel comprendere l’importanza della convivenza rispettosa dei diritti e delle libertà di ciascuno.

E questo compito importantissimo non lo si può delegare ad altri. Spetta a ciascuno di noi, a quelle agenzie preposte al compito essenziale  dell’educazione e   in particolare agli enti territoriale e locali. Perché la legalità non si può ottenere solo con la forza (e come qualcuno riteneva, con la militarizzazione delle nostre strade). La legalità si ottiene col cambiamento, adottando politiche (serie) a favore delle periferie, dei centri città, a favore dei cittadini che abitano questi luoghi. Perché la criminalità, l’illegalità, la scarsa sicurezza delle nostre città non va curata (soltanto) con la Magistratura. Il carcere non è altro che il risultato di una società debole. Bisogna  creare le condizioni affinché i giovani rifiutino il malaffare perché c’è un lavoro e la possibilità di guardare con fiducia al domani. La criminalità non si combatte creando abitazioni-fortezza per difendersi dal nemico, bensì educando una cittadinanza intera a dire  no alle estorsioni, a dire no allo spaccio di droga, a dire no ad una città in mano ai violenti. Non ho la pretesa di avere la soluzione alle problematiche di sicurezza della mia città, ma sono profondamente convinto che una Amministrazione deve dedicare tempo, strumenti, attenzione, alla cultura della legalità, o meglio del vivere civile.

I metodi e le modalità possiamo pensarli pure insieme, cittadini e istituzioni, ma per favore smettiamola di esultare a quelli che riteniamo grandi successi a favore della legalità e della sicurezza nelle nostre città (approvazione della graduatoria dei beneficiari del contributo comunale per l’installazione di sistemi di sicurezza e videosorveglianza). Non serve a nulla, è come costruire tattiche di autodifesa e  rassegnarsi al fatto che in questa città si continueranno a commettere furti di auto, scippi, rapine (nello stesso giorno dell’approvazione delle graduatorie, l’ennesima rapina si consumava presso l’ufficio postale di via Padre Savarese). Non era per caso dotato anche questo ufficio di sistemi di sorveglianza?  

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