Una sola musica

Musica: una sola parola, singolare, che allude a mille cose diverse ma che non conosce il plurale

Agnese Paola Festa MusicaLmente
Andria - giovedì 18 aprile 2013
©

 

La pluralità della musica si manifesta in due modi: i generi (il jazz, il rock, il melodramma, il pop, il canto gregoriano) e le funzioni (intrattiene, diverte, educa, suscita emozioni, organizza una durata temporale e uno spazio).
In una società della tecnologia avanzata come la nostra, con al centro gli interessi musicali degli adolescenti, ci ritroviamo bombardati di musiche pop e rock anglosassoni, di cantautori italiani, di jingle pubblicitari, i cui confini si spostano elasticamente di mese in mese, andando a confondersi a volte con quelli degli altri generi, con i quali le contaminazioni sono tutt’altro che rare. Se il gruppo ACdC utilizza frammenti di gregoriano e addirittura echi operistici nel suo Anno Domini, Pino Daniele aggiunge la sua voce a quella di un complesso vocale a cappella in brani costruiti in puro stile cinquecentesco, senza contare certe intrusioni elettroniche di derivazione dalla musica popolare tradizionale, o etnica, in composizioni di musica contemporanea “colta”.

Genuine o contaminate, tutte quelle musiche sono rifiutate dalla scuola puritana vecchio stampo, affiancata nella missione da una corrente di intellettuali che le classifica spregiativamente come musica di consumo, intesa come materiale usa e getta, che di per sé non ha molto valore dal punto di vista qualitativo.
La separazione tra musica d’arte e musica di consumo è grossolana, insufficiente ma nello stesso tempo utile perché suggerisce il giusto riconoscimento dovuto ad ogni musica e ad ogni uso della musica. Distingue ma non separa, esamina ma non boccia.

A mio modesto parere, la riflessione riguarda il concetto di “consumo”. Nessuno considera spregevoli i consumi materiali. Perché dovrebbe esserlo il consumo della musica?  Il consumo non denota un genere, ma un modo di fruizione e si può benissimo  “consumare” Mozart  proprio come si consuma Vasco Rossi. Non regge il concetto di “musica commerciale”!

Una prima considerazione positiva  è che si può porre davanti al pop come a un’esperienza non da “consumare”, ma da conoscere, studiare, analizzare, praticare. E’ quello che fa l’insegnante che sa venire incontro ai gusti dei ragazzi mostrando lui per primo di respingere la rottura tra popolare e colto.

Una seconda osservazione, un po’ più negativa, riguarda proprio il concetto di consumo che può coinvolgere qualsiasi genere musicale (colta, jazz, rock, pop) e qualsiasi cantante o compositore: la musica diventa materiale usa e getta, quando la si vive lasciandola agire su di noi come accessorio sonoro della nostra giornata. Meglio non parlare allora di “musica di consumo”, né di “canzone di consumo”ma semmai di “consumo della musica”.

La musica è veicolo di “verità”, come quella “rivelazione più alta di ogni saggezza e filosofia” di cui scriveva Beethoven nella celebre lettera a Bettina. Anche se il consumo è pur sempre uno dei modi con cui l’umanità se ne serve per soddisfare i suoi bisogni, la musica merita di essere accostata per la sua primaria funzione di linguaggio, di mezzo di comunicazione del pensiero e dell’emozione.
 

Altri articoli
Gli articoli più letti