Nasciamo da un grembo ma vogliamo volare

Chi sono i poveri? Che cos’è la povertà?

Geremia Acri Ho un debole per i deboli
Andria - venerdì 23 giugno 2017
© AndriaLive

Il termine “povertà” viene abitualmente usato per identificare diverse situazioni. L’immaginario collettivo associa a questa parola diverse figure: il disoccupato, il migrante, la famiglia di periferia, il senza dimora che vive per strada, lo zingaro che chiede l’elemosina…

La risposta a queste domande, apparentemente banali, non è semplice: la povertà è molto più che una categoria alla quale ricondurre certe persone.

Diversi sono gli approcci utilizzati per definire il concetto di povertà, gran parte di essi tendono a scivolare verso semplificazioni grossolane e banali.

Da una parte vi è la tentazione di “posticipare il problema” e di abbandonare il tentativo di definire la povertà in quanto si abdica alla sua natura “mutidimensionale”, come se cogliendone la complessità se ne accettasse l’inconoscibilità. Dal lato opposto invece vi è l’adozione, come criterio di definizione della povertà, esclusivamente della dimensione economica che, sebbene utile a livello statistico, non ci permette di comprendere cosa significhi concretamente povertà, né tantomeno i fattori e le cause che interessano questa condizione di disagio.

La povertà è un’esperienza comune a tante persone e famiglie. Il suo carattere di esperienza la rende estremamente singolare nelle sue forme, che sono tuttavia, accomunate da una fragilità di fondo, tale da porre le persone in condizione di bisogno e condurle a una condizione di deprivazione multipla.

In quest’ottica, il termine “povertà” viene sostituito dal concetto di “esclusione sociale”, in cui la povertà viene considerata parte di un’esperienza di svantaggio più ampia, che comprende oltre alla mancanza di risorse economiche adeguate, il mancato accesso ai diritti giuridici, politici e culturali fondamentali.

Le deprivazioni che investono coloro che vivono in condizioni di marginalità, siano esse sia economiche che sociali, creano delle disuguaglianze, che saranno tanto più radicate quanto più sarà forte la loro incidenza non solo sul presente ma anche sul “non ancora”.

Tra le tante, le peggiori disuguaglianze sono le disuguaglianze di aspirazioni.

La capacità di aspirare è una capacità culturale distribuita in maniera diseguale all’interno della popolazione.

Un uomo che non possiede capacità economiche sufficienti vive un disagio oggi, destinato a migliorare o a rimanere statico a seconda del mutare di una serie di condizioni.

Un uomo che non possiede, o ha perso, la capacità di aspirare vive un disagio che lo colloca in un “loop” destinato a diventare cronico: sono povero-sarò povero.

A delle persone che hanno perso la capacità di aspirare risulteranno sempre vane tutte le misure meramente assistenzialistiche di natura economica, perché queste, il cui compito è risanare la situazione attuale, si scontreranno con le loro incapacità di guardare in prospettiva, di desiderare attivamente un futuro migliore, di aspirare.

Si può ri-educare alla “capacità di aspirare”?

Certo ma, occorre un ripensamento strutturale del sistema di welfare attuale, a partire dalla trasformazione delle fragili e disorganiche misure di assistenzialismo in politiche sociali attive stabili e credibili, fino a ridefinire il ruolo degli operatori sociali, oggi sempre più burocrati e amministrativi e sempre meno “agenti di cambiamento”. E solo partendo da un’ottica che riconosca la dignità, la libertà e la possibilità di autonomia delle fasce più deboli che risulta possibile identificare gli aspetti sui quali lavorare per potenziare a livello collettivo la capacità di aspirare.

Dopo aver creato le condizioni per un contesto favorevole, occorrerebbe incoraggiare gli Assistenti Sociali e gli Operatori del Sociale a non essere semplici burocrati e non restare bloccati all’esecuzione letterale delle direttive, in quanto queste, oltre a non poter sempre essere implementate attraverso risposte classiche, a causa della carenza di risorse, necessitano di essere interpretate creativamente, attraverso nuove proposte e nuove progettualità.

La capacità di aspirare può quindi crescere, quante più sono le strade che gli Assistenti Sociali sperimentano nel loro lavoro, che deve sapersi rinnovare e adattare al contesto che cambia.

Si tratta per i professionisti di integrare la propria competenza professionale con una competenza relazionale: meno centrata sul sapere specialistico e più concentrata sulle capacità di stare in-relazione, entrando tra le pieghe della quotidianità, abbandonando le scrivanie e riconoscendo il territorio come fulcro del lavoro sociale.

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