“La grande (brutta) bellezza”: leggende su andriesi & company

La storia di Pasqualino, Alì, Tonino...

Vincenzo Larosa Cittadinanza giovane
Andria - venerdì 07 giugno 2013
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Quella che sto per raccontarvi è la triste storia de “la grande bellezza”. Le parole che seguono possono fortemente ledere la vostra sensibilità pertanto prego i più sensibili di non proseguire nella lettura.  Sarà un (triste) susseguirsi di storie riguardanti persone che vivono quotidianamente “la (nostra) grande bellezza” e ne sono turbati da essa.

La prima storia racconta di Pasqualino, un giovane di ventitré anni che aveva appena acquistato la sua nuova automobile, una Fiat Panda, grazie al lavoro di tutti i giorni presso un esercizio commerciale del centro città. Per tre anni si è recato al lavoro in bici (abita in periferia, dove non passano gli autobus). Dopo una settimana dall’acquisto della sua nuova automobile, in un brutto giorno di pioggia decide di recarsi al lavoro in macchina. Parcheggia in una delle vie centrali della città alle ore 17 circa. Inserisce antifurto, block-shaft, pedaliera, catena e allarme. Alle 22 circa, torna a riprendere la sua automobile ma questa non c’è più.  La sua vita è cambiata. Gli hanno portato via la macchina e in poche ore gli hanno portato via dodici mila euro circa (lunghi anni di lavoro). Continuerà ad andare a lavoro in bici (anche con la pioggia). Gli hanno detto che è stato ingenuo a lasciare l’auto incustodita per cinque. Ha risposto: “Incustodita significa anche avere l’auto parcheggiata sulle strisce blu in Corso Cavour?”. Gli hanno replicato: “Sì”.

La seconda storia racconta di Alì, un tunisino. È qui per lavoro e ha un permesso di soggiorno. Dopo aver lavorato per tre anni a Rimini come cameriere, adesso si ritrova ne “la grande bellezza” a lavorare nei campi. Olive in autunno, verdura in inverno. Mantiene moglie e tre figli con quel po’ di denaro che riesce a mandare in Tunisia. Solo poco denaro perché è uno sfruttato. Lavora a nero. È solito intrattenersi la sera, in una piazzetta, con qualche connazionale. Vive nelle campagne, in un rudere abbandonato. Parla con i suoi amici fino alle 21 per poi tornare a quella che definisce “casa”. Una sera però, non farà ritorno a “casa”. Provocato dagli insulti e sputi di un gruppo di furfanti, reagisce e prova a difendersi. Sarà picchiato a sangue da cinque persone. Nessuno prenderà le sue difese. “È un extracomunitario, è qui per rubare il posto agli italiani.” Diranno di lui fosse un ubriaco. Finirà in ospedale. Non si interesserà nessuno della vicenda tranne che qualche aspirante giornalista locale.

La terza storia racconta di Tonino. Egli è un tipo un po’ particolare. Ha trent’anni e vive con la mamma anziana. È affetto da una forma di ritardo mentale, non curato quando era bambino perché il papà non navigava nell’oro. Adesso vive grazie alla pensione di mamma, che puntualmente ogni pomeriggio prima che egli esca di casa, gli dona 2 euro affinché possa acquistarsi il suo solito pezzo di focaccia accompagnato da una Fanta. Passeggia per il centro della città ma deve attraversare la periferia per tornare a casa.  Trova sempre quel gruppetto di  bulli che puntualmente si prende gioco di lui. Lo insultano, non reagisce. Piange. È  l’unica cosa che sa fare. Piange mentre le prende di santa ragione. Lo picchiano con l’asta di una bandiera. Gli rompono la testa e due costole. Tornerà a casa sanguinante. Quella sera i bulli volevano semplicemente divertirsi.

La quarta storia racconta di quella classe di studenti di primo superiore che con l’arrivo della primavera e delle belle giornate, aveva deciso di riunirsi in centro e cercare un luogo in cui formare “la comitiva”. La prima sera si era data appuntamento in Viale dei Salici. Purtroppo però non poté darsi nuovo appuntamento in quel luogo. Avevano assistito ad una rissa scoppiata a causa di una sigaretta non offerta, che aveva messo in subbuglio la via intera. I giovanotti dovettero darsi appuntamento, la seconda serata, in Corso dei Pini. Anche lì non andò come speravano. Alle dieci di sera, forse l’alcool, oppure il fumo, aveva scaldato gli animi di qualche giovane che aveva innescato una maxi rissa per una “precedenza non data”. Alla neocomitiva di adolescenti non piaceva la violenza. La terza sera decise di spostarsi in Piazza delle Querce. Sfortunatamente anche qui andò a finire male. Era scoppiata una maxi-rissa ed era iniziato un lancio di bottiglie in vetro. Qualcuno di loro era pure stato colpito ad una gamba. Quei poveri ragazzi furono costretti ad arrendersi. Presero la decisione di non frequentare più le vie del centro perché erano troppo pericolose. Aspetteranno di diventar grandi per “sopravvivere” in quella che definiscono “jungla”.

L’ultima storia è degna di un fantasy. Racconta di alberi animati, siepi parlanti e fontane erranti. Parla della Villa Comunale de “la grande bellezza”. Racconta delle lamentele di quei poveri alberi, delle bellissime fontane e delle curate siepi che puntualmente assistevano allo scempio di ragazzini difficili. Questi trascorrevano le loro serate a distruggere le fontane, a tingerle con le loro bombolette spray. Con gli scooter attraversavano le aiuole, gettavano lattine e bottiglie per terra. Di tanto in tanto sradicavano qualche tenero e indifeso alberello. Fu così che un bel giorno il più alto di quegli alberi si chiese il perché quei ragazzetti facessero questo. La fontana rammaricata rispose: “Perché nessuno sorveglia la Villa Comunale!” Allora la siepe replicò: “Non è assolutamente vero. Ogni pomeriggio e sera ci sono centinaia di cittadini che vi passeggiano e assistono allo scempio”. Un arbusto aggiunse: “non dicono nulla perché hanno paura di quei ragazzi violenti”. Ma l’albero alto, saggiamente rispose: “non credo sia questa la realtà: la verità è che i cittadini (non tutti, però) non hanno a cuore le sorti di questa città”. 

Cosa hanno in comune le storie? Pensateci qualche secondo. Fatto?! A mio avviso tre questioni.
La prima: la sicurezza de “la grande bellezza”. È una città sin troppo poco sicura. C’è sempre una storia di violenza da raccontare.

La seconda: il silenzio di chi assiste e non proferisce parola ne “la grande bellezza”. In tutte queste storie vi è il terzo personaggio: il popolo. Vede, si lamenta, commenta la vergogna che ogni giorno si mostra ai suoi occhi però continua a tacere. Anzi, va dicendo in giro: “servirebbe una città più sicura e vivibile”. Però non fa niente per averne una.

La terza: “la grande bellezza” stessa. La nostra bella città. Tutte le storie sono ambientate ai piedi  del monumento raffigurato sul centesimo di Euro: il Castel del Monte. Le vicende si svolgono nella città che conserva uno dei centri storici più belli d’Italia, tra Chiese di ogni tempo. Si svolgono nei luoghi della movida che pullulano di bar ed esercizi commerciali. Nella terra di Federico II di Svevia, dell’olio più buono del mondo e dei confetti che fanno invidia all’universo intero. Le tristi storie raccontate rendono terribilmente brutta “la grande bellezza”: Andria.

Che tristezza e che desolazione! Queste storie ambientate proprio in Andria o come si dice “ad Andria”. Non è possibile! Per fortuna che sono solo storielle fantastiche inventate e raccontate da uno sconosciuto che meriterebbe una denuncia per vilipendio. Questa volta però nulla si dice di offensivo contro le Istituzioni, contro i governanti, contro le cose o persone tutelate dalla legge. Non si sentano comunque esonerate!

Ogni riferimento ad oggetti, cose, fatti, persone, luoghi, è puramente casuale. Casuale sì, ma non troppo. 

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