Hates – House of the end of the street

Diretto da Mark Tonderai

Andria - venerdì 21 giugno 2013
©

Con Elizabeth Shue, Jennifer Lawrence, Max Thieriot.

Prod. Usa - 2013

Sarah, si trasferisce con la figlia diciassettenne, Sarah in una villa immersa fra i boschi di una cittadina di provincia. Non molto lontano da loro vive un coetaneo di Sarah, Ryan, i cui genitori sono stati brutalmente assassinati dalla sorella mentalmente instabile. Fra i due ragazzi nasce una relazione che la madre non approva, temendo che Ryan possa essere poco affidabile e potenzialmente pericoloso per la figlia.

“Hates – House of the end of the street” inizia come un horror, prosegue stemperandosi pian piano in un comune teen-movie (con tanto di ragazzette alle prime esperienze, lo sfigato bello e dannato, i prepotenti di turno) per poi sterzare verso il thriller classico con un serratissimo finale. Niente di particolarmente originale intendiamoci, ma un prodotto cinematografico sufficiente per assestare, di tanto in tanto, qualche sano spavento.

Ben recitato (grazie a due interpreti come Elizabeth Shue ed il premio Oscar, Jennifer Lawrence), con una preziosa fotografia ed un'attenzione particolare agli effetti sonori, la pellicola presenta però una serie di elementi che ne limitano fortemente la portata. Innanzitutto le incongruenze della sceneggiatura che non sono poche, lo schematico tratteggio di alcuni personaggi e le situazioni irrisolte oltre che improbabili, ma anche una fastidiosa ideologia alla base della storia secondo cui i ricchi e potenti, per quanto arroganti, alla fine “hanno sempre ragione”, mentre gli emarginati rimangono dei disturbati mentali, potenziali assassini da fermare a tutti i costi.

Superando questa lettura ed affidandosi ad un approccio puramente formale, il film di Mark Tonderai si presenta come un tipico prodotto di consumo, destinato ad un pubblico di giovanissimi, voraci consumatori di immagini, internet e popcorn. Niente di più. Poche idee e novità, se non un accumulo di cliché e citazioni di maestri del genere come Hitchcock, De Palma, Bava, ecc.

L'utilizzo degli stereotipi del genere classico, i meccanismi calcolati, rendono tuttavia la pellicola troppo fredda per riuscire ad emozionare davvero; con il risultato che lo spettatore, alla fine della visione, esce dalla sala senza più neanche ricordarne il titolo.

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