Gli anni ’50

Prosegue la politica di sottosviluppo

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 29 novembre 2013
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A partire dal secondo dopoguerra cambia la situazione della dipendenza del Sud dal contesto del resto dell’Italia. Non si tratta più di un territorio escluso dalle grandi iniziative dei governi e del capitale (sempre uniti da reciproci interessi) ma si passa ad un sistema di  “integrazione subalterna” nel quale lo Stato e la Finanza  utilizzano le risorse del lavoro e del territorio per organizzare e destinare un ruolo marginale per il Meridione e per la Puglia; ma che risulta importante e decisivo allo sviluppo dei grandi progetti dell’Italia che conta. Purtroppo anche in questa fase storica è mancata la presenza determinante della classe dirigente e politica delle regioni meridionali le quali, coerentemente con le logiche del passato, hanno continuato a rappresentare interessi già consolidati (del latifondo agricolo) e forme di rivendicazioni isolate, a volte assistenziali,  e poco efficaci per un progetto ampio e risolutivo di sviluppo. In quegli anni cruciali di ripresa e ricostruzione, il Governo gestisce il sottosviluppo della Puglia  con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e con una legge-contentino sulla riforma agraria che tendeva solo a calmare le forti tensioni scoppiate nel mondo operaio agricolo.

Gli interessi dei gruppi finanziari settentrionali  che all’epoca iniziarono a godere di forti incentivi statali, si concretizzarono con l’indirizzare in Puglia, dal 1957 in poi, pochi insediamenti, del genere siderurgico e chimico, dove meno consistente e limitato era l’impiego di manodopera e la creazione di un indotto significativo: insomma vere cattedrali nel deserto di un comparto agricolo.

L’agricoltura, che rappresentava una forte e predominante presenza nella economia pugliese, continuava a procedere sulla base di una scarsa utilizzazione delle risorse, e con mezzi di produzione arretrati rispetto alle accresciute esigenze dei mercati.

La riforma agraria varata (un topolino partorito da una montagna di progetti) non produsse alcun sensibile miglioramento nella qualità dei rapporti di produzione nella vasta popolazione contadina; questa rimase in gran parte prostrata dai disastri della guerra e da una endemica carenza di progettualità cooperativa o imprenditoriale in grado di valorizzare la produzione sul mercato nazionale.

I lotti di modesta entità e spesso di scarsa produttività assegnati nell’agro di Andria con la Riforma, si rivelarono presto incongrui alle buone intenzioni dell'auspicato sviluppo. Con il tempo, gran parte degli appezzamenti verrà lasciato incolto per le obiettive difficoltà nel dissodare territori  aspri e pietrosi, forse più adatti alla pastorizia.

Uno dei pochi effetti positivi delle riforme del dopoguerra venne  dal Piano Fanfani per Ia casa affidato alle Assicurazioni INA e chiamato appunto INA CASA, con il quale si avviò la realizzazione di numerosi alloggi: in Andria questi permisero un programma di recupero  delle tristi e squallide condizioni  degli abitanti delle grotte, e il non trascurabile vantaggio di creare occupazione nel settore edile. Di queste abitazioni vi sono a tutt’oggi testimonianze in viale V.Giulia e Gramsci.

Riferiva con orgoglio in proposito il Sindaco Giuseppe Marano in una  relazione del 1960: ”Avevamo davanti agli occhi il nero delle grotte e l’arretratezza di tutte le case dei lavoratori, ed abbiamo avuto il coraggio di parlare di case linde: oltre mille case sono venute dal Comune e da tutti gli altri Enti.”

Rimase comunque l’impotenza, da parte della classe dirigente pugliese e meridionale, nel creare le  condizioni per un corretto sviluppo occupazionale; di imporre al Governo  scelte  che potessero  coinvolgere le carenze di infrastrutture e di comunicazioni ; che rinunciassero ad ogni forma di assistenzialismo in cambio di investimenti importanti, sopratutto in Agricoltura ( asse portante della economia meridionale) tali da essere in grado di modernizzare l'intero comparto e garantire sviluppo, occupazione.

Aiuterà, sopratutto, la Città ad uscire da una situazione di crisi, la massiccia emigrazione della forza lavoro, inizialmente soprattutto all'estero (Francia, Belgio, Germania) poi nel Nord del Paese (ove si stima una migrazione di circa 1.200.000 lavoratori nel periodo 1953-61) ed alla cui realizzazione partecipò con una consistente organizzazione la locale Comunità dei Braccianti.

 

 

 


 
note
S. Vitucci -Lo sviluppo demografico e urbano nel novecento
F.De Felice  Il movimento operaio e contadino nel Novecento
F. Pirro -La Repubblica

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