Chi paga sempre il conto

La ferrovia: un classico caso di diseconomia esterna

Andria - venerdì 24 gennaio 2014
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Prendi una mappa della città e evidenzia in giallo le arterie stradali dove il traffico è perennemente paralizzato: scoprirai  che la metà nord di Andria è tutta  colorata, da Viale Virgilio a Viale Gramsci e tutta la direttrice dell’ex extramurale, passando per Viale Goito, la stazione, fino a Via Corato per chiudersi su Via Puccini , Via Bisceglie e così via.

E’ la metà di Andria in cui sono più concentrate i servizi urbani, le attività commerciali, professioni, scuole, ecc. ecc.  La spina dorsale di questa paralisi è la ferrovia Bari Nord, attorno alla quale ruota un sistema stradale che è fatto, negli anni, per circondarla e non per scavalcarla.

Così paghiamo  i costi  della inefficienza urbana, della mancata attrattività, dei servizi dispersi, del traffico, del tempo e dell’inquinamento, per non parlare dell’Ospedale e delle emergenze. Nel linguaggio economico siamo in presenza del classico caso di diseconomie esterne, cioè di una attività (la Ferrovia) che causa costi, inefficienze e perdite (diseconomie) non nel proprio bilancio, ma sull’ambiente economico esterno.

Nel valutare gli investimenti e i loro riflessi economici, e nel definire le priorità e i vantaggi per la collettività, in una parola nel prendere decisioni Politiche, si deve usare una “contabilità” che tenga conto non solo dei costi o vantaggi apparenti, ma di economie e diseconomie esterne, di cui l’investimento deve farsi carico.  Altrimenti ad un vantaggio apparente e per qualcuno (Ferrotanviaria)  corrispondono costi economici e umani molto ma molto  superiori ai vantaggi. E’ esattamente questa ormai la situazione in città. La logica e la giustizia vogliono che chi causa le diseconomie deve sopportare i costi per risolverle. Invece qui no.

Sono ormai convinto che i finanziamenti europei per l’interramento della Ferrovia non saranno utilizzati. Mancano i tempi e, se pur formalmente impegnati, non possono essere materialmente utilizzati entro il 2015.

Era il 1998, credo, quando un protocollo dei sindaci di Andria Corato e Barletta costringeva Regione e Ferrotranviaria a predisporre lo studio di fattibilità per il raddoppio e interramento della Ferrovia nel centro Urbano di Andria, con l’intento di farne anche la metropolitana leggera della nuova provincia.

Seguirono i fondi CIPE per lo studio di fattibilità e la progettazione esecutiva, poi il progetto è stato candidato (vado per grandi steps) sui fondi comunitari dell’Asse Trasporti e Mobilità. Ma solo per il periodo 2007-2013, e si è aspettati anni per il parere della Commissione Europea. Nel frattempo era saltato il periodo di programmazione comunitaria fino al 2006 e tutte le possibilità finanziarie rivenienti da fondi nazionali, invece dirottate su altri interventi analoghi.  Infatti i fondi pubblici FAS (nazionali) sono stati utilizzati per risolvere problemi di impatto cittadino delle  ferrovie in centri minori e con diseconomie esterne trascurabili.  Se in Puglia i fondi FAS o fondi dell’asse Città (comunitari) fossero stati utilizzati per un intervento che deve risolvere le diseconomie urbane e non problemi di trasporto, avremmo già chiuso i cantieri.

L’altra verità è che chi causa le diseconomie esterne deve farsi carico di eliminarle o compensarle. La Bari Nord, di concessione regionale, ha le tariffe altissime pur senza farsi carico delle diseconomie che crea.  Se facciamo i calcoli di quanti costi umani, ambientali ma anche economici la barriera ferroviaria ha creato, forse avremmo finanziato 10 volte l’interramento della ferrovia.

Se l’interramento venisse  ri-candidato alla programmazione comunitaria prossima, tenendo presente che non sono state compiute neanche le procedure nazionali di programmazione,  reputo che non prima di 10 anni si possa sperare di vedere le opere. Nel frattempo sarà difficile rendere attrattiva ed efficiente la nostra città, sperare di attirare investimenti invece che di cacciarli via, dare un volto moderno a tutto il territorio.  Nel prossimo periodo città e cittadini avranno pagato per le  diseconomie esterne  almeno 10 volte i costi dei cantieri.

Ancora una volta questo territorio è rimasto privo di forza contrattuale, di rappresentanza e di alleanze, e il consenso politico qui “prodotto” viene scambiato per accordi o cordate su altra scala.
Invertire la spirale del declino comporta prioritariamente avere proposte, voce in capitolo, capacità di progettare e di unirsi.  Tutto il contrario delle nostre città in rapido impoverimento, divise e con i gruppi dirigenti attuali dediti a guardarsi l’ombelico  del proprio rapido declino.

La vicenda della Ferrovia è solo un esempio, anche se emblematico, di come si dovrebbe agire sulla città, di come dovremmo costruire la forza delle nostre ragioni, di come fondare un rinnovamento politico ed istituzionale.  Ne potremmo fare altri, e altri ne ho qui disegnati su economia ambiente e lavoro, ma   lo schema di fondo resta lo stesso: Bene comune, progetto, coesione e rappresentanza per invertire la rotta.  Se potessi usare il significato vero, e funzionale, delle parole, il tutto sarebbe riassumibile in “politica”.   Di questi tempi le parole assumono però sapori diversi, le loro radici sono confuse o dimenticate. A noi rimettere le cose a posto. Magari il cammino ci appare lungo e difficile, ma come vediamo dagli esempi, si può. Anzi si deve.

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