La Città e gli anni del difficile ritorno alla normalità:1950-60

Gli anni della ricostruzione nei quali la povertà era vissuta dalla popolazione come una necessità vista, però, nella speranza di un ritorno alla normalità

Aldo Tota Appunti di storia
Andria - venerdì 28 marzo 2014
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Gli anni “50 furono quelli del duro lavoro, dell’emigrazione, del sacrificio  che precedettero la ripresa economica e sociale dell’Italia e  della nostra Città. Furono gli anni della ricostruzione nei quali la povertà era vissuta dalla popolazione come una necessità vista, però, nella speranza di un ritorno alla normalità. Erano quasi tutti poveri (ad eccezione del  gruppo di èlite e di borghesi che, guerra o pace che sia, riuscivano a mantenere intatti i loro patrimoni gestendo con disinvoltura i passaggi tragici della storia sul carro dei vincitori), e con la volontà rinnovata dal nuovo scenario di libertà e democrazia, iniziavano a raccogliere e mettere insieme i pezzi del disastro provocato dalla follia della seconda guerra mondiale nella quale erano stati trascinati.

Si era usciti a stento dalla crisi  e dalla fame violenta * degli anni 45-46. Il Governo di unità nazionale (1945-48) guidato da De Gasperi aveva dovuto fronteggiare le numerose rivolte bracciantili del Sud  ove la disoccupazione e la miseria avevano raggiunto livelli drammatici.

La città di Andria, in particolare, era stata protagonista  di continue e sanguinose rivolte popolari sfociate nell’episodio tragico delle sorelle Porro.

Il “48, poi, costituì l’apice della tensione nazionale con l’attentato a Togliatti  e con lo spettro di una guerra civile (poi scongiurata dalla stessa direzione comunista) che Andria avrebbe potuto vivere da protagonista, considerata la massiccia presenza del fronte dei partiti di sinistra.

Ma negli anni successivi tutto sembrò avviarsi ad una normalizzazione anche per l’intervento americano che, rassicurato dalla vittoria democristiana e delle destre nelle elezioni politiche, diede l’avvio al  consistente programma di aiuti previsto dal Piano Marshall.

La  Città  si rimise in moto  in un contesto economico certamente arretrato, e con un tenore di vita che i meno giovani  ricordano per la estrema semplicità, nel quale i bisogni erano quelli elementari della sopravvivenza, i rapporti sociali si sviluppavano secondo ritmi meno frenetici, ma aggiungiamo noi, certamente più leali ed umani. Tra la gente vi era molta più solidarietà ed attenzione  alle reciproche esigenze, cosa che gradualmente e paradossalmente è scomparsa  con i tempi e con il miglioramento generale delle condizioni economiche. Le tradizioni non erano ancora roba da museo o da spettacolo, ma costituivano ancora l’essenza stessa della vita di ogni giorno. La parola non aveva subìto l’attuale svalutazione, nel senso che ad essa corrispondevano quasi sempre i contenuti: all’epoca  una parola data era sufficiente per sottoscrivere anche un contratto. 

La libera iniziativa trovava di certo terreno fertile e  grandi opportunità in territorio devastato e tutto da ricostruire ma da sola non era sufficiente ad alimentare una economia ancora asfittica.

Alcune statistiche posso aiutare a ricordare quell’epoca.
L’agricoltura costituiva sempre la forza trainante nella ripresa economica: nel 1960 la superficie territoriale era composta  per circa 630 ha da aree boschive, 7000 ha di pascolo, 2510 ha di seminativo, 3680 ha di mandorleto, 13.082 ha di oliveto, 11.750 vigneto e 530 ha di orti.

La popolazione contava 65.358 abitanti  residenti  (raddoppiata nell’ultimo secolo nonostante due grandi guerre, crisi economiche e carestie) e comunque risulta aumentata, nell’ultimo decennio, di oltre 10.000 unità.

L’emigrazione, caposaldo della nostra ripresa, registra un saldo  negativo nel decennio considerato di  2.374  unità e si fa, nei primi anni, molto intensa soprattutto  in ambito nazionale con oltre 5.000 partenze nell’ultimo triennio.

Tra le nazioni europee, la Francia risulta la destinazione più utilizzata dai nostri emigranti; negli anni “60 però sarà superata dalla Germania che attrarrà oltre il 60%  della forza lavoro emigrata : nel 1960 su 1.400 emigrati, 654 furono diretti in Francia e 708 in Germania. La Germania seppure devastata dalla guerra, accelerò la ricostruzione del Paese e la manodopera italiana  (soprattutto meridionale)  le rese un notevole apporto (poi dimenticato) per la indiscussa laboriosità e  competenza.

Le fabbriche tedesche, con tutti i disagi e le difficoltà ambientali, comunque, offrivano ai nostri braccianti la possibilità di sfamare la famiglia (rimasta in Andria) e di mettere da parte qualche risparmio per sognare un ritorno nella loro Terra.

In questo periodo, quindi, si concretizza l’auspicio del Sindaco Marano**, il quale nella relazione conclusiva del suo mandato, a fronte di positivi dati statistici elencati in altri settori (scuola, sanità, lavori pubblici, agricoltura), vedeva nell’emigrazione la sola via d’uscita per calmierare una disoccupazione ancora pesantemente presente nel bilancio sociale ed economico della Città.

Indicatori confortanti risultano da un certo miglioramento delle condizioni generali della popolazione: una per tutte vale, nel decennio considerato, la drastica riduzione della mortalità infantile ridotta del 50%, coincidente con l’avvio di un ampio servizio di vaccinazioni (antidifteriche, antivaiolose,antitifiche e antipoliomelitiche); e nella scuola si verifica, nel decennio, un incremento degli alunni iscritti di oltre il 30%, e investimenti nel settore da parte del Comune che passano dai 12.423.600 di lire del 1951 ai 186.065.000 del 1961.

Al di là di ogni considerazione, osservando questi dati ed altri che analizzeremo in seguito, si può rilevare un avvio incoraggiante verso il miglioramento della situazione generale della popolazione. Sarebbe utile, poi, capire se in questi anni cruciali, quando in Italia si stavano realizzando le condizioni per lo sviluppo, la via percorsa dalla Città e dal Sud sia stata quella della  partecipazione attiva  e, se c’è stata, fin dove essa si è confrontata con quelle decisioni della politica e del capitale che poi hanno disegnato l’attuale Nazione; ed, infine, quale il ruolo della nostra classe dirigente (se c’è stato).  




*Citazione dal titolo dell’omonimo libro di Federico Pirro-ed.Palomar.2005 Bari.
**Compendio delle Statistiche comunali (1951-61)-Comune di Andria

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