Andria, città di giovani emigranti

Vincenzo Leonetti LiveYou - Attualità
Andria - martedì 09 luglio 2019

Alla luce delle ultime statistiche che inquadrano Andria quale città di migranti più che di vecchi, sento la necessità di esprimere un'opinione in merito, in qualità di rappresentante dei tanti giovani andriesi emigrati per lavoro. Agganciandomi, perché no, ai begli spunti forniti da V. D'Avanzo e V. Caldarone.

Ho 21 anni e, dopo tanti sacrifici, posso ritenermi soddisfatto di lavorare a tempo pieno in un'azienda di sviluppo software in Lombardia. E sottolineo: sacrifici. Sacrifici perché prima di trovare questa occupazione ho lavorato in magazzini di scarico merci a €1,50/ora, prestato consulenza in maniera totalmente gratuita presso le più svariate agenzie di servizi, viaggiato per mezza Europa a cimentarsi nella ristorazione, ecc. Il tutto perché mi ero posto un obiettivo: volevo entrare nel mondo del lavoro senza affrontare gli studi universitari, non perché non me ne ritenessi capace ma semplicemente per desiderio di lavorare e applicare le mie conoscenze tecnico-informatiche nel mondo del lavoro. Ho capito fin da subito che sarebbe stato difficile, se non impossibile, trovare l’occupazione che più rispecchiasse i miei studi e le mie capacità: e non perché non ci siano aziende del settore ad Andria o nell'hinterland ma perché semplicemente o possiedi la "stamboit" (concedetemi la licenza poetica) oppure devi dimostrare tre lauree affinché fossi abilitato a svitare le viti di un PC. Non mi sono abbattuto e ho pensato: “pazienza, vorrà dire che imparerò un altro mestiere”. Ed è stato così che ho toccato con mano i più gravi tra i problemi del Mezzogiorno: lavoro nero, sicurezza sul lavoro pressoché assente, orari e stipendi fuori da ogni logica umanamente razionale. Ringrazio Dio ogni giorno per avermi dato la possibilità di aver sperimentato tutto ciò sulla mia pelle poiché se oggi mi sento in diritto di "rinfacciarvi" le mie peripezie è perché non solo le ho vissute ma mi hanno dato quella carica motivazionale in più per dimostrare a tutti che non ero e non sono né uno sfaticato né un incompetente. Non è un caso se fuori da questo contesto sociale mi hanno apprezzato per le mie capacità e i miei risultati piuttosto che per i miei titoli di studio e le mie “referenze”.

La verità è che ad Andria manca la cultura della meritocrazia, dell’apprendimento, dell’educazione alla vita socio-lavorativa… insomma, manca la mentalità del buon lavoro. Non sono delle mere coincidenze i numerosi incidenti sul lavoro che si registrano con sempre più frequenza e le migrazioni di migliaia di ragazzi alla ricerca di un futuro altrove.

Se, in parte, i responsabili di questa ecatombe vanno ricercati tra gli imprenditori - dai più piccoli ai più grandi - dall'altra è necessario fare un passo indietro e risalire alle macro-problematiche che affliggono le imprese andriesi, e meridionali in generale: insufficienza di incentivi sul lavoro, alte tassazioni, assenza di politiche di sicurezza contro il racket e le estorsioni. Certo, non sono delle valide giustificazioni ma contribuiscono al malessere sociale della nostra città che si ripercuote inevitabilmente sui più giovani.

Mi rivolgo ai sig.ri D’Avanzo e Caldarone: purtroppo non sono abbastanza cresciuto né esperto per dare un'interpretazione sufficientemente tecnica della tematica. Eppure avrei da porre una domanda alla vecchia e attuale classe dirigente: da quand'è che avete iniziato a fregarvene dello stato in cui versa la città? Come mai il problema della disoccupazione finisce per riguardare spesso le famiglie meno abbienti? Perché io, come tanti altri giovani, devo realizzarmi altrove? Perché in una città dove le nascite sono maggiori delle morti dobbiamo assistere ad una diaspora di gioventù, di idee, di ricchezza? Sono stanco di assistere ai comizi elettorali improvvisati sui social, sono stanco di vedere una città nel degrado culturale più totale, sono stanco di vedere uomini e ragazzi che muoiono per lavorare.

Il mio non è un affronto né una provocazione. Perché non vuol essere né un messaggio di rassegnazione né una totale critica. Quella che scrivo è una richiesta vitale, mossa dalla speranza di chi vorrebbe un profondo rinnovamento della città e di tutto il tessuto sociale che la avvolge, a partire dal palazzo di governo fino ai ranghi più bassi del ceto sociale.

Mi rivolgo nuovamente ai politici andriesi che questa città l'hanno governata o la governeranno: se veramente volete anzi, vogliamo, una classe dirigente che abbia gli attributi per sistemare la questione andriese, abbiate il coraggio e l’umiltà di imporre e riconoscere un sistema meritocratico che faccia avanzare i più bravi e non i più "referenziati", di scavare il solco di una via di legalità che si rifaccia alle beate intenzioni emerse dalla Marcia della Legalità del 1° luglio scorso, di diffondere una cultura del lavoro densa di buoni propositi ed innovative idee. Chiedo che lo facciate voi in primis perché rappresentate quella vecchia classe dirigente che una volta aveva delle idee e dei progetti mentre oggi soccombe sotto il fuoco delle pistole e gli zeri del debito pubblico. Chiedo che lo facciate voi perché conoscete meglio di me e di chiunque altro le camere di palazzo e sapete benissimo come applicare le giuste decisioni per il bene della comunità. Chiedo che lo facciate voi, a prescindere dallo schieramento politico di provenienza, perché Andria vive una regressione di valori ancor prima che economica. Chiedo che lo facciate voi perché ai vostri meriti si aggiungono anche le colpe per aver posto le cattive basi di questa così tanto malandata società di cui noi, giovani, paghiamo le conseguenze. Chiedo che lo facciate voi perché la lobby delle raccomandazioni venga smantellata a partire da chi tali raccomandazioni le fornisce. E se in tutto ciò sentite il bisogno di essere aiutati da chi questo rinnovamento lo dovrà guidare in prima linea, non dimenticatevi di tutti quei ragazzi e ragazze andriesi sparsi in Italia e nel mondo che tanto vorrebbero ritornare a casa ma non possono.

Ve lo chiedo con la tristezza di chi ha lasciato la famiglia per potersi realizzare e con la speranza di chi vorrebbe solamente poter ritornare a casa.

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