Il racconto della domenica

La tempesta e l’arcobaleno

Ventitré è un numero grande ma non eccezionale. Fa statistica, fa clamore, ridonda nel tempo ma poi non dice assolutamente nulla se quel numero è riferito alla morte

Attualità
Andria domenica 12 luglio 2020
di Vincenzo D'Avanzo
Aloysi
Aloysi © n.c.

Ventitré è un numero grande ma non eccezionale. Fa statistica, fa clamore, ridonda nel tempo ma poi non dice assolutamente nulla se quel numero è riferito alla morte. Quanti uomini e donne e bambini muoiono ogni giorno e non fanno notizia? Eppure dietro ciascuno di quei numeri si nasconde un sogno spezzato, un amore sfumato, un lavoro distrutto, una famiglia lacerata. Anche se insieme nello stesso ambiente ognuno muore da solo e lascia solitudine. Quella mattina anche Maria sorrise al sole: salì su quel treno contenta. Aveva lasciato per un po' di ore la sua famiglia per correre al letto di suo padre e accudirlo nella sua malattia. Un atto d’amore duplice: verso il genitore che in quelle ore si vide coccolato dalla sua figlia maggiore ma lontana e verso la sorella che nelle stesse ore aveva sollevato dalla cura quotidiana del padre. La sorella grande ha sempre premura verso la piccola: è una seconda madre, anche perché più della madre lei conosce le confidenze, le tribolazioni, le gioie della più piccola.

Maria e la sorella minore erano vissute insieme, mano nella mano. Anche quando litigavano, e capita spesso tra sorelle, era sempre Maria a squarciare il velo della seriosità con quel sorriso ammiccante che faceva capire che era tutta acqua passata, che nulla era cambiato e che lei ci sarebbe stata sempre. Era lei che l’accompagnava a scegliere i vestiti, che l’ascoltava allo sbocciare dei primi amori. Era lei a organizzare le vacanze, ad accompagnarla nei viaggi. Anche quella mattina di luglio prese commiato dalla sorella quasi scusandosi per doverlo fare ma ripromettendosi di tornare quanto prima. Salì su quel treno contenta perché, assolto il suo dovere di figlia e di sorella, correva ora verso la sua casa, che aveva lasciato in quelle ore ma che non aveva dimenticato. Per curare la famiglia aveva lasciato le sue esperienze lavorative, essendo per lei un valore primario. Salì su quel treno contenta abbozzando il sorriso che avrebbe sfoderato intero al momento della discesa. È bello morire sorridendo: dietro quella curva c’era uno stop che lei non ebbe modo di vedere e in un solo istante il sorriso scomparve nel buio delle lamiere, mentre volando sulle ali del vento ebbe modo di dare un’ultima occhiata agli affetti che lasciava, quasi a rassicurarli che il suo compito non terminava lì sull’Andria-Corato ma sarebbe continuato ancora più intensamente dal cielo sia pure in modalità diverse. E dire che un mese prima si era salvata da un incidente stradale: si vede che non era giunta la sua ora. È tutta un mistero la vita dell’uomo.

Alla notizia dell’incidente ferroviario la sorella più piccola si guardò intorno smarrita: sapeva che Maria era su quel treno, sperava che non fosse su quel vagone. Data per dispersa girò per gli ospedali sperando di trovarla malconcia ma viva. Una volta capitò al vostro narratore sentire una mamma rivolgersi a Dio dopo un incidente automobilistico e dire che avrebbe preferito il figlio invalido ma vivo invece che nella bara. È tutto un mistero il rapporto tra mamma e figlio, tra sorelle e fratelli. La delusione davanti al corpo inerte della sorella le squassò la vita: era viva nel senso che respirava, ma dentro si era spezzato qualcosa che rendeva inutile ogni movimento, ogni respiro, ogni gesto. A volte sembra retorico dire che si muore con la persona amata: retorico per gli altri, ma chi ha provato il dramma sa che la morte dell’anima è peggiore di quella del corpo. Specie poi se anche il padre se ne va morendo lentamente di crepacuore e lasciando la sorella minore di Maria completamente sola. La morte del padre non è stata contabilizzata perché non è morto sul treno e tuttavia proprio per quel treno è morto e nessuno si è ricordato di lui. La mano dello Stato davanti alle tragedie si fa burocratica, perde di sensibilità e lascia soli coloro che restano soli per consumare la riserva di pianto che accompagna ciascuno di noi. Che può dire davanti alla bara di un padre una ragazza, peraltro invalida, quando si vede lasciata sola? In queste circostanze ti viene di rimpiangere le belle famiglie di una volta con un numero anche a due cifre di figli: era una specie di polizza sulla vita in caso di bisogno ci sarebbe stato sempre qualcuno a tenderti la mano. Dicono che il progresso ha reso la vita migliore, eppure questa frase ci nasconde la verità perché nel momento del bisogno ci si ritrova poi soli. I parenti non si trovano all’appuntamento, gli amici la dimenticano facilmente. “Se tu fossi stato con me t’avrei chiesto scusa. Oppure aiuto. Invece non c’eri; incredibile come gli altri manchino nei momenti in cui se ne ha bisogno”. Oriana Fallaci

E lei si trova sola a cercare un’amicizia virtuale su facebook, magari per sfogarsi, magari per trovare una mano che si protende per colmare il vuoto che è intorno. Ma anche quella, come tutte le piazze, è maledetta: irride dei sentimenti profondi e crea un vuoto maggiore; si parla senza guardarsi negli occhi e quindi si parla invano: una condanna senza giudizio. Una condanna per pregiudizio, un po' come avviene talvolta con la magistratura.

E così accade che all’epoca del coronavirus la ragazza si trova ad affrontare un delicato intervento chirurgico. E proprio lì sul letto dell’ospedale cerca invano il volto della sorella, la prega di aiutarla, le tende la mano nella speranza che lei la raccolga ancora una volta come era capitato tante volte nella vita passata. Invece niente: ci mette tempo la notte a passare quando sei in un letto di ospedale, quando avverti che la tua mente sta impazzendo alla ricerca di un punto di approdo e tu non sai se pregare per superare l’intervento o sperare in un incidente in sala operatoria. Poi ti affidi al Padrone della vita: “fa quello che è meglio per me”. E la mano che lei non scorse con gli occhi aperti era lì a guidare quella del chirurgo mentre dormiva per un sonno procurato. L’intervento riuscì perfettamente e nel cuore della ragazza cominciarono a delinearsi i colori dell’arcobaleno. Appena ristabilitasi va in chiesa, accende una candela davanti alla Madonna: non una di quelle brutte elettriche ma una bella di cera. La Madonna è luce non ha bisogno della nostra lampadina. La cera è vita. Si siede e aspetta che si consumi. E mentre la cera si scioglie al calore lei con la mente ringrazia i genitori che le hanno insegnato la fede, ringrazia la sorella che le ha insegnato ad amare, ringrazia la Madonna per averle ricordato questi valori. Voleva che la candela non si spegnesse mai. Era bello stare lì da sola con la pace tutt’intorno. Fu il sacrestano a darle la sveglia: “guarda che devo chiudere”. La ragazza non si arrabbia per essere stata distolta dal mondo di pace, anzi sorride all’uomo e con quel sorriso esce dalla chiesa. Quando si sorride alla vita non si smette mai di farlo e la sorella di Maria, pur privata degli affetti veri, pur restando sola oggi continua a sorridere perché crede nella vita, si proprio “quella “che il buon Dio le ha donato.

Quante storie dietro quell’arido numero 23, oltre quello dei feriti. Di queste la cronaca non parla ma sono quelle che si consumano ogni giorno come la cera della candela, mentre auguriamo a tutti di scorgere l’arcobaleno nella fiammella, che ristora e consola.

“Dove sono gli uomini?” Riprese poi il piccolo principe. “Si è un po' soli nel deserto…”. Si è soli anche fra gli uomini” rispose il serpente. Antoine de Saint-Exupéry. Meno male che c’è l’arcobaleno: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Matteo, 28,16).

Nota: dialogando con Anna Aloysi dopo aver letto il mio racconto di domenica scorsa, per il quale ringrazio tutti coloro che l’hanno letto e condiviso. Siete stati tanti.

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • Domenico Lorusso ha scritto il 12 luglio 2020 alle 14:14 :

    Grazie ancora ,i tuoi racconti sono preziosi ricchi di saggezza e di fede, quella ho la si ha oppure niente. Quello che mi fa più rabbia e che la verità vera stenta ad avere volti e nomi, malgrado dalle più alte cariche dello Stato in un giorno dove anche il cielo piangeva promettevano la verità. Rispondi a Domenico Lorusso