Il racconto della domenica

Genio e sregolatezza

Castel del Monte doveva sopravvivere come lo stesso imperatore in quell’ambito di confine tra il reale e l’irreale, tra il corporeo e lo spirituale

Cultura
Andria domenica 19 agosto 2018
di Vincenzo D'Avanzo
Castel del Monte
Castel del Monte © n.c.

Quel giorno pioveva a dirotto. Il giorno prima lo scultore Roberto Piaia aveva intravisto la sagoma del castello federiciano dalla sua stanza e aveva espresso il desiderio di visitarlo. Io mi offrii di accompagnarlo e di fare da cicerone. Scoprirò poi che lui ne sapeva più di me. Egli era in Andria per la presentazione in prima mondiale della sua opera maggiore “anima mundi” nella chiesa di san Domenico. Non fu possibile rinviare la visita, motivo per il quale nonostante la pioggia siamo partiti verso la collina. Ad ogni curva io annunciavo la vista del Castello inutilmente perché le nuvole lo coprivano totalmente. Questo tuttavia ci consentiva di parlare del maniero federiciano e io mi spinsi a dire che l’obiettivo della costruzione era creare qualcosa di estremamente bello da apparire un gioiello (nu cquaggh), qualcosa che si ammira a centro tavola ma non serve a niente. Infatti non è stato mai usato salvo per brevi periodi come prigione. Roberto mi smentì: è vero che non abbiamo alcun documento, ma le comodità per viverci ci sono, dalle cucine ai bagni e al riscaldamento. Certo non con tutta la corte, ma per una partita di caccia il castello offre delle condizioni essenziali.

Stavamo discutendo animatamente quando all’improvviso il Castello ci appare in tutto il suo splendore: non c’eravamo accorti che aveva smesso di piovere, il cielo si era squarciato e un raggio di sole colpiva il castello nella sua interezza facendolo apparire veramente un gioiello di ineguagliabile bellezza: uno scrigno d’oro. Il grigio nerastro delle nubi facevano risaltare l’ocra della pietra. A me venne subito in mente quella sera del 13 settembre 1987: si celebrava l’ottagono d’argento. Tutta la cima del castello era stata riempita di gente messa a sedere su una palizzata di legno, il palco era davanti all’ingresso con il portale a fare da scenografia mentre intorno una decina di figuranti a cavallo creavano una suggestione incredibile: il sole rosso fuoco era all’orizzonte e illuminava il castello mentre accecava gli occhi degli spettatori. Dal portale esce Isabel Roussinova per dare inizio allo spettacolo: percorre i pochi metri della passerella e si ferma al centro del palco e lentamente in silenzio gira su se stessa a 360 gradi con gli occhi sgranati per un lunghissimo minuto. Riccardo Cucciolla le si avvicina scuotendola con il braccio e finalmente lei balbettò: che meraviglia! È un incanto! Sulla collina raccontai tutto questo a Roberto il quale convenne: queste pietre sono qui fisse nel tempo ma, come quelle delle piramidi, non si riesce a immaginarlo deserto: io vedo tanta gente che da Andria ogni giorno a piedi e con qualche carretto veniva qui a portare da mangiare, da vestire, da arredare. Immagina, disse a me, la confusione che qui si creava ogni giorno tra chi andava e chi veniva, i saraceni che cercavano di mantenere l’ordine, le donne andriesi che cercavano di sedurre e gli arabi che avevano un’altra cultura anche nell’approccio con le donne. Solo al vino essi non sapevano resistere: pur essendo per loro una bevanda proibita alla fine caddero nella tentazione. Le cose belle e buone vincono sempre: la storia dimostra che è sempre la cultura a vincere: i romani ingentilirono i barbari, fu poi il rinascimento a sconfiggere il medioevo e conquistare l’Europa. Se si hanno valori da difendere non si può avere paura degli altri, sentenziò Roberto con l’aria del filosofo.

A questo punto io confabulai con lui sulla costruzione del maniero. Strano, dissi, questo è uno dei pochi monumenti di cui non abbiamo uno straccio di documento, salvo la lettera dell’imperatore al governatore Montefusco del 1240, che peraltro nulla ci dice dei tempi, del progetto, degli artigiani ecc. Ma proprio questo silenzio è il suo fascino: tutto ci parla di Federico, della sua cultura, della corte di letterati e artisti di varia provenienza. Fu lui, fu la sua corte, fu un progettista sconosciuto? Ma che importa? La leggenda ci parla delle carte progettuali bruciate e dello stesso progettista ucciso perché non fosse ripetibile e questo monumento rimanesse unico. Doveva sopravvivere come lo stesso imperatore in quell’ambito di confine tra il reale e l’irreale, tra il corporeo e lo spirituale. Scrigno per il sacro gral o per la stessa anima di Federico che si aggira ancora in quel labirinto misterioso alla ricerca del bandolo del suo potere. E immaginai la corte federiciana come una antica piattaforma Rousseau, tutta dedita a costruire la figura dell’imperatore attribuendo a lui capacità multiformi idonee a far dimenticare i problemi che il suo governo determinava nel popolo: un popolo che si beava della grandezza del suo imperatore e dimenticava la miseria a cui era costretto.

Fu Roberto, sedendosi sulla scalinata interna della trifora a ricordare lo sdoppiamento della personalità federiciana: gentile l’uomo di cultura, l’autore delle leggi sul diritto, cinico nella gestione militare delle sue truppe e dei suoi sudditi. Quando io dissi che la meraviglia del Castello era nella genialità della nostra manodopera e dei nostri artigiani di quel tempo, ricordando quel Mastro Antonio autore degli ornamenti scultorei della facciata della cattedrale di Altamura, Roberto mi interruppe per ricordarmi che questo era vero e l’ho visto passeggiando nel centro storico ma non riferibile al Castello: qui hanno lavorato solo i militari saraceni. Federico e i suoi collaboratori erano coscienti che nessuno di quei militari sarebbe tornato vivo a casa: erano carne da macello, prima o poi sarebbero stati mandati a combattere portandosi sottoterra anche i segreti di quella affascinante costruzione. Io gli diedi ragione: si è parlato anche di sciopero degli andriesi che non erano ammessi al cantiere. Un nostro studioso, il prof. Schiavone, sostiene che quel “fidelis” non era proprio un complimento ma l’attributo che i romani davano agli schiavi disposti a tutto per il padrone. L’esenzione dalle tasse non fu il premio per la fedeltà, ma il “pagamento” della prestazione d’opera gratuita a livello umile: gli andriesi erano addetti alle cave e al trasporto delle pietre fino all’inizio del cantiere dentro il quale operavano solo i saraceni. Al nostro paesaggio fu imposto anche la distruzione degli alberi il cui legno serviva per le esigenze della costruzione. Nobiltà e miseria di un uomo che comunque ha fatto la storia. Il potere è un misto di tirannia e di umanesimo: il prevalere dell’una o dell’altro caratterizza la personalità del governante e il suo successo.

Finita la visita si era fatto sera, le nuvole erano scomparse e il cielo ci apparve puntellato di stelle in quello spazio ottagonale del cortile che le pietre lasciava alla vista. Nel castello non c’era più nessuno, un silenzio impressionante ci avvolgeva. Roberto si stese per terra al centro del cortile, proprio là dove un antico gnomone al centro della vasca definiva gli spazi del castello. Disse a me di fare altrettanto. Io resistetti un po’, poi cedetti. Fu una sensazione incredibile, davanti a noi il castello si animò e vedemmo Federico con la sua corte nella sala del trono raccontare le sue imprese e soprattutto la sua crociata che lo mise in contrasto con il papa.

Roberto: l’uomo avvezzo alla barbarie parte per la sua prima grande guerra e riesce a fare la pace senza spargimento di sangue, che meraviglia!

Vincenzo: pare che un giorno sulla via di Castel del Monte abbia incontrato san Francesco e da quel colloquio nacque in lui il desiderio di pace.

Roberto: quello che racconti è una leggenda, a quei tempi Francesco lo vedevano dappertutto. Ma non era la sua fisicità, era il valore del suo messaggio che stava cambiando la storia.

Vincenzo: sai che Andria gli dedicò la prima chiesa al mondo con il suo nome?

Roberto: ci credo, in tante cose Andria ha fatto la storia, solo che voi la studiate poco……Ssst: vedi dietro quelle finestre le dame e i cavalieri che si accingono a ossequiare il grande imperatore. Sai che tante davano l’assalto al suo letto?

Vincenzo: il letto dei potenti è sempre ricercato, non sarà comodo, ma tutte lo vogliono espugnare. E Federico sapeva approfittarne cogliendo fior da fiore. Doveva essere fantastico sentire la musica medioevale diffondersi tra queste mura mentre giocolieri e saltimbanchi animavano gli ambienti profumati di carne arrosto condite con spezie portate da tutto il mondo.

Roberto: la musica era un elemento essenziale nel medioevo, accompagnava tutti i momenti della giornata: immagina in queste sale suonare il salterello e la corte saltellare intorno all’imperatore: era quello il momento in cui Federico puntava la sua preda. Altro che caccia al falcone: quella era una allegoria.

Fu a quel punto che sentimmo un sibilo di vento attraversare le varie stanze mentre un tramestio di zoccoli di cavallo si fermava sul piazzale e un gruppo di saraceni attraversa veloce la prima stanza fermandosi davanti a noi. In realtà erano i funzionari e gli usceri che erano venuti a sollecitare la nostra uscita per chiudere il castello. Ma quando ci videro si fermarono stupiti: che fanno quei due distesi per terra? Sentimmo borbottare ma poi essi stessi fecero silenzio.

Roberto: vedo la piccola Bianca scorrazzare avanti e dietro creando scompiglio tra gli invitati. Era la prediletta dell’Imperatore, l’unica che poteva fargli dimenticare i campi di battaglia, i dissapori con i cortigiani. Alla sua presenza il suo volto diventa dolce, quasi a testimoniare che nessun uomo è statico anche nei sentimenti.

Vincenzo: Roberto, però è vero che una linea retta può diventare curva. Mi sembra di essere su un transatlantico con un oblò aperto sul cielo, sento persino il profumo del mare.

Roberto: hai ragione, se lo sorvolassi in elicottero vedresti un monumento cilindrico.

Vincenzo: in questa costruzione c’è di tutto a cominciare dalla fusione delle tre culture monoteiste che era il grande sogno federiciano: essere al vertice delle tre religioni unificate, essere il padrone del mondo. In realtà furono i saraceni a rendere ancora più misteriosa la costruzione: furono essi che innestarono varianti al progetto originario per cui alla fine è riuscito un monumento all’ingegno umano che ancora ci vede costretti a interpretarlo. Il castello potrebbe essere realizzato in onore del Dio unico (Padreterno o Federico poco importa) affidato in custodia ai templari, anelito sempre presente nella mente degli uomini forti (oggi diremmo grande finanza o Bildemberg).

Roberto: stupor mundi.

Vincenzo: lo stupore rifiuta la ragione.

L’incantesimo fu rotto dal funzionario responsabile del castello: tutte le interpretazioni hanno la loro validità, nessuna però è convincente. Questa la spiegazione dello stupore.

Ci diedero una mano ad alzarci. Uscendo anche noi ci guardammo intorno, le nuvole erano scomparse, le stelle si confondevano con le luci delle villette e delle città orizzontali.

A questo punto Roberto mi prese sotto braccio e disse: il mio sogno è realizzare qui una mostra delle mie sculture più belle. Io colsi l’importanza dell’evento: lo scrigno federiciano con dentro “anima mundi” una delle opere che i libri di storia indicheranno come tra le più rappresentative dell’arte moderna ispirata proprio alla filosofia federiciana (cfr. disegno). Io assunsi l’impegno. Fu un azzardo il mio?

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