Il racconto della domenica

Se la befana viene a mezzogiorno

Fate i buoni con tutti sempre, il resto viene da sé...

Cultura
Andria domenica 13 gennaio 2019
di Vincenzo D'Avanzo
fate i buoni con tutti sempre, il resto viene da sé.
fate i buoni con tutti sempre, il resto viene da sé. © n.c.

Alcune tradizioni sono nate per movimentare la vita familiare che trascorreva serena nel suo volgere annuale. La befana (diversamente dalla Epifania) è una di queste con il compito specifico di completare l’omaggio dei re magi al Bambinello attraverso la distribuzione dei doni a tutti i bambini, distinguendo quelli buoni da quelli cattivi, ai quali si rifilavano i carboni per ricordare che “a u mbirn ha da scioie” (all’inferno devi andare). Se era generosa la befana lasciava anche qualche dolcino che la mamma, dopo la promessa di fare il buono, ti dava come consolazione.

Siccome poi la befana nel tempo è diventata sempre più brutta, si è addolcito il suo volto identificandolo con quello della nonna, sempre attenta ai nipoti. Giustamente adesso solo nella iconografia ufficiale la befana è brutta e cattiva, in molte case ormai è la nonna la vera befana. C’è uno scambio di “amorosi sensi” tra le nonne e i nipoti. Anche quando i genitori assumono la faccia burbera è sempre pronta la nonna a dar loro ragione: “ca criatiur sond”. A meno che non intervenga il nonno: “mazz i panell ambarn l figgh bell”.

C’è una nonna in Andria (ma forse sono tante) che approfitta della befana per invitare tutti i nipoti a pranzo a casa sua. Natale e capodanno con i figli (e i nipoti), alla befana solo i nipoti senza i genitori. E’ una forma intelligente per dare loro qualche sorpresa ma anche carpirne l’affezione in un rapporto diretto senza mediazione dei genitori. E’ per lei l’appuntamento più importante dell’anno. Da tempo comincia a preparare i regali e poi il pranzo fatto per viziare i nipoti: pasta al forno, polpette, patatine fritte ecc. Poi la nonna butta sul tavolo la frutta secca: è il momento atteso per la distribuzione de i regali e fare due chiacchiere. E la nonna finalmente si siede: fino a quel momento lei è stata in piedi a servire i principini e le principesse, consapevole che, soprattutto a tavola, servire è potere.

La nonna comincia con un rimprovero ai più grandicelli: perché non siete venuti alla vigilia di Natale? Giovanni il più grande farfuglia: siamo andati nel centro storico dove c’era la festa dei giovani. Va bene disse la nonna, ma perché fare cdd casein (quel casino) proprio la Vigilia di Natale? Ci sono 365 giorni nel calendario, proprio quel giorno dovevate assentarvi dalla cena di famiglia? “E’ adacsì belle ste tutt nzimb!” Poi la nonna raccontò: quando lei era piccola piazza catuma era proibita al popolino perché era la piazza “d l galandumn”: c’era il bar, l’orchestra e la farmacia Porziotta, dove si facevano le medicine ma anche i giochi della politica. I balilla e le piccole italiane ci entravano solo per le grandi manifestazioni ginniche che allora si organizzavano sia con il fascismo che con la repubblica. L galandumn s tramndevn lour i lour (i galantuomini si guardavano tra di loro, al popolino non dava uno sguardo). Noi allora aspettavamo in casa, magari dietro la finestra, per vedere se passava colch i bell giovn. Per voi fu una fortuna perché si fece avanti il nonno e facemmo diversi figli da cui siete nati voi.

-Nonna, nonna, perché si chiama Catuma la piazza?

-Non lo so, mi ricordo che una volta si diceva che lì si faceva una buona focaccia. (il narratore precisa che quello della focaccia è il significato più comune e ha una sua base di verità fino a quando in via Vaglio c’era il mercato generale. In realtà il termine può derivare da “catumeo”, una focaccia usata per i sacrifici pagani oppure da “hecatombe”, lasciando intendere che di animali se ne sacrificavano parecchi. Se si pensa che durante il Medioevo fu utilizzata come piazza d’armi al servizio del signore del “castello” i sacrifici possono essere statti anche altri. Al narratore piace la focaccia e immagina i commercianti del mercato di via Vaglio che la mattina si riscaldavano con un pezzo di focaccia calda).

Poi la nonna consegna un astuccio nuovo a Luigino che fa la quinta elementare: “fai attenzione, vedi quante belle penne e matite ci sono. Io questa roba non l’ho mai avuta”. Noi portavamo a scuola un’astina di legno e un pennino che si inseriva alla punta e il calamaio. Non sapete quante volte dovevo strappare la pagina perché “s’ nguacchioiv d gnostr”. Per questo portavamo sempre insieme la carta assorbente. Andava meglio quando usavamo la matita copiativa che bisognava bagnare alla lingua per farla scrivere. Allora non c’erano le merendine di oggi, però quando avevamo qualche soldino compravamo il castagnaccio che si vendeva davanti alla scuola. Altrimenti nel grembiule a casa ci infilavano qualche pstazz (carruba), dei fichi secchi, qualche tarallo.

Quindi fu la volta dello scaldacollo per Sabina, lavorato a mano dalla nonna nei mesi precedenti: “adacsè sacc ca so must la loina boun”. Sabina subito se lo mise al collo: “oh sé, mou staich appost”. Sono contenta, riprese la nonna, io ho imparato a lavorare la lana per necessità. Il primo lavoro che feci fu un paio di guanti per riparare le mani in modo da evitare i geloni. Allora non avevamo il riscaldamento. Fin quando viveva il nonno mio il riscaldamento era dato dalla stalla. Infatti la casa aveva un androne dove si lasciava il traino e gli attrezzi di campagna e in un angolo si metteva la frasceir per la sera; poi c’era la camera da letto dei genitori, quindi una stanza divisa a metà: da un lato i lettini per i bambini e dall’altro una specie di cucina alimentata a legna con il camino. Quindi in fondo c’era la stalla con l’asino. Il riscaldamento era alimentato dall’asino e dal camino quando era acceso per cucinare. Il guaio era quando il vento soffiava in senso contrario per cui il fumo anziché salire tornava dentro e ci affumicavamo tutti (risata generale dei piccoli). Poi c’era un altro problema il fumo formava delle incrostazioni lungo la ciminiera e ogni tanto bisognava pulirla: si prendeva una fascina di frasche legata a una corda con due capi: uno saliva sul terrazzo alla uscita della ciminiera e buttava un capo giù, l’altro legava la fascina e si cominciava a tirare sopra e sotto la fascina. Ed era una faticaccia perché dopo bisognava eliminare la fuligine che aveva sporcato i vestiti, i mobili e il pavimento. Il peggio era se te ne scordavi per qualche tempo. Capitava che dovevi cucinare e mettevi il tegame sul trpeit (treppiedi): fin quando bolliva l’acqua nessun problema perché c’era il coperchio. Ma quando si aggiungeva la pasta il coperchio lo dovevi togliere. R gastaum (le bestemmie) se cadeva la fuligine nel tegame perché dovevi buttare tutto e cominciare daccapo oppure dovevi lavare la pasta se non ce n’era altra: “i l’aviva mangè. Crrò n sapoit viue ca facioit l difficl” (cosa ne sapete voi che fate i difficili per mangiare). “Niue mbaramm a mangè tutt”, se non volevamo rimanere digiuni. I ragazzi in vario modo esprimevano solidarietà alla nonna.

Poi fu la volta di Marco, un giovincello di 14 anni; il pacchetto conteneva un paio di pantaloni di fustagno: “né, la nonn, adacsè vè cald a la scoul”. E’ vero, chiese Sabina, che i ragazzi portavano i pantaloni corti anche d’inverno? Fino ai sedici anni rispose la nonna. Allora non c’erano le minigonne e anche quando arrivarono le ragazzine non le potevano mettere, “s nan crrobb avevna doic l cristioin: madonn ci frscclodd” (altrimenti cosa avrebbero detto le persone: è una donnetta allegra). In compenso però i ragazzini li portavano corti i pantaloni o alla zuava secondo lo stile introdotto dal fascismo.

Uno ad uno vengono chiamati al cospetto della nonna che dispensa il regaluccio ma anche pillole di storia vissuta e, soprattutto, pillole di saggezza. Alla fine fu la nonna a chiedere ai nipoti di raccontare le loro esperienze. I nipoti ebbero difficoltà a raccontare qualcosa di diverso dall’uso e dalle sorprese che consegna il telefonino. Si vide una certa delusione per la tipologia di regali scelta dalla nonna. Tuttavia prevalse la gioia dello stare insieme. Fu proprio alla fine che la più piccola a porre la domanda più difficile: perché la befana a scuola dicono che è brutta e cattiva e tu invece sei bella e buona?

E la nonna raccontò: i Re Magi fecero un viaggio lungo. A un certo momento incontrarono una vecchietta brutta da far spavento e però a loro serviva: chiesero infatti se conosceva la casa di un bambinello importante che era nato da quelle parti perché dovevano portargli i regali. La vecchia ne aveva sentito parlare, ma, essendo invidiosa, si rifiutò di rispondere. Andati via i Magi la vecchietta si pentì. Allora cominciò a distribuire dolcetti a tutti i bambini che incontrava nella speranza che tra essi capitasse anche quello importante. E la nonna concluse: fate i buoni con tutti sempre, il resto viene da sé.

LA BIANGAROIE T LA DE’ LA MAMM I L’ATTOIN, LA FRTIUN T LA DE’ CRIST (la biancheria ve la da la mamma e il papà, la fortuna ve la da Cristo).

La torta preparata dalla nonna era un trionfo di colori (una crostata con la frutta più varia) e mise tutti di buon umore in attesa che i genitori venissero a prelevarli. Anch’essi trovarono la calza. Viva la nonna, abbasso la befana! E viva anche la befana della nonna!

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