Il racconto della domenica

Mbà Ciccill e il matrimonio "politico"

Nel primo ventennio della repubblica la militanza politica era totalizzante e coinvolgeva anche gli affetti e i rapporti parentali. La contrapposizione era anche violenta in certi momenti

Cultura
Andria domenica 10 febbraio 2019
di Vincenzo D'Avanzo
Mba Ciccill e il matrimonio
Mba Ciccill e il matrimonio "politico" © n.c.

Pioveva a dirotto quel giorno e mbà Ciccill decise di rimanere in casa il pomeriggio. La decisione creò un po' di panico in famiglia. Abituati che il capofamiglia usciva sempre il pomeriggio per andare alla port la varr a prmett e fare due chiacchiere con i compagni (per lui gli amici erano avversari – i democristiani. Rosso fin dentro le midolla mbà Ciccil parlava solo con quelli del suo partito), la moglie e la figlia si erano messi d’accordo per ricevere saup a r scoil d la cois Pppein, che la figlia aveva raccontato alla mamma essere un giovane bello e buono. Alla domanda da dove arrivasse questo straordinario esemplare umano la figlia non seppe dare una risposta adeguata parlando della casa dell’amica, del mercato ecc. In realtà il ragazzo (Mimei) era da tempo che faceva il palo davanti alla casa.

La cautela che aveva indotto la moglie a organizzare un incontro preliminare era dettata dalla prudenza. La figlia infatti non sapeva dire di che partito fosse il ragazzo e un incontro diretto tra suocero e futuro genero poteva sfociare in rissa: il marito non avrebbe mai accettato di interloquire con un amico dei preti. Se una moglie decide una cosa sa meglio del diavolo come raggiungere l’obiettivo e lei aveva deciso che la felicità della figlia veniva prima delle bizzarrie politiche del marito.

Approfittando che il marito era nel tinello a riscaldarsi al braciere, Flumein si mise u faclttoun e si precipitò dalla sorella che abitava nella traversa a cento metri avvisandola che le avrebbe mandato il marito con una scusa: “dall nu picc d indrttinn”. E così avvenne. Qualche minuto prima dell’orario previsto Flumein disse a mbà Ciccill: “p piaciair vè a du sorm a bgghiè nu bcchirr d soil ca ià spccioit”. Andava sul sicuro Flumein perché sapeva che il marito faceva l’occhio della scimmia quando era al cospetto della cognata. Infatti si trattenne più del necessario con la sorella della moglie, fino a quando non andò la moglie stessa a sgridarlo per il ritardo: “ddoue t sì mniut a stè”, disse, scaricando su di lui la preoccupazione suscitata da quello che aveva saputo: il possibile genero era iscritto all’Azione Cattolica. Lo disse con candore il poveretto pensando che fosse una credenziale, invece scoprì che era un problema. Di fronte alla decisa posizione della figlia: “m scett da u balcoun se dite no”, Flumein doveva inventarsi qualcosa per far digerire al marito questa situazione.

Il giorno dopo informò di tutto la sorella chiedendole aiuto. Quello stesso giorno mbà Ciccill non andò in campagna perchè la terra era bagnata ancora e di buon mattino se ne andò in piazza sicuro di trovare altri braccianti con i quali passare la mattinata. Lì apprese che si stava preparando un grande sciopero politico contro la Francia, rea di aver cacciato dal Parlamento i comunisti meno10. Il nostro livore contro i cugini francesi è antico. Era il tempo delle grandi manifestazioni di massa, specie per ragioni internazionali che la gente nemmeno capiva: lo spirito di corpo, però, era prevalente. Il termometro per noi era piazza Catuma: se si riempiva era un successo. Questa volta però le associazioni cattoliche furono più svelte: appena carpita la notizia (tramite qualche infiltrato che sempre c’era nelle assemblee) dello sciopero della sola CGIL (allora legata al Pci), la Comunità Braccianti e le Acli uscirono subito con un manifesto in cui si invitavano i braccianti a non scioperare con un avvertimento: come sono stati cacciati dalla Francia, così i comunisti prima o poi saranno cacciati dall’Italia. La Dc da sola non era in grado di contrastare l’azione comunista ma poteva disporre dell’aviazione cattolica sempre pronta a bombardare a tappeto. Ad affiggere i manifesti contro lo sciopero un gruppo di ragazzi tra cui Mimei era il più attivo. Come succedeva spesso, ci fu un momento in cui i ragazzi cattolici incrociarono un gruppetto di comunisti che stavano per i fatti loro e tuttavia furono attratti da questo manifesto che si accinsero a leggere aiutandosi l’un l’altro. Quando capirono il contenuto lo strapparono dal muro. I cattolici se ne accorsero e scoppiò un parapiglia. La notizia si diffuse velocemente per la città. Lo sciopero si fece ma fu un mezzo fiasco. La manovra di disturbo dei cattolici era riuscita e Mimei era diventato un eroe.

Intanto la sorella di Filomena aveva predisposto il piano. D’accordo le due sorelle, un pomeriggio Filomena e la figlia uscirono per delle commissioni lasciando solo il marito in casa. Ecco che bussano alla porta. Ciccill va ad aprire e si trova di fronte la cognata: il sorriso che all’improvviso gli apparve sulla bocca fu straripante come anche l’atteggiamento allettevole della cognata, la quale tuttavia evitò di entrare fermandosi a parlare sulla porta: la prudenza era la conseguenza del rischio di possibili dicerie se qualche vicino avesse notato i movimenti, non per un reale pericolo per la sua virtù, difficilmente attaccabile senza il consenso della padrona. Tra un sorriso e l’altro, tra una battuta di circostanza e l’altra, la cognata cala l’asso: “c’è un nipote di mio marito, nu bell uagnaun, nzist nzist i berrfatt, che ha messo occhio su tua figlia, ti posso garantire che è un affare per tua figlia, anche perché tiene colchi rocch d terr”. Ciccill, dopo la prima sorpresa, si trovò in difficoltà: dire alla cognata fatti i fatti tuoi sarebbe stato scortese e soprattutto fare un piacere alla cognata “non avrebbe avuto prezzo”. U baccalè non si accorse che era in trappola.

“Fammill a canosc”, disse alla cognata, “poue vduim c pioic alla mnenn”. “Quando viene a casa”, disse la cognata, “ti vengo ad avvisare”. Contento mbà Ciccill, contenta la cognata che vedeva andare in porto l’operazione. Infatti il ragazzo non era parente del marito. Il tempo di organizzare il tutto e la cognata di Ciccill passa ad avvisarlo che nel pomeriggio lo aspettava alla casa. La moglie tenne la candela e disse: “vengo io insieme?” “Naun”, disse la sorella, “è nu fatt d mascqul”.

Filomena si mostrò risentita ma lasciò andare, ed ecco l’incontro: dopo le presentazioni e le chiacchiere del caso (mbà Ciccill con l’occhio fece cenno alla cognata che andava tutto bene) ecco il momento cruciale. Avendo saputo che il ragazzo sapeva leggere e scrivere gli chiese se poteva andare insieme alla CGIL perché c’era un’assemblea importante. Il ragazzo subito si rivelò: “no, rispose, io sto nel direttivo delle Acli e lì non posso entrare e cercò addirittura di convincerlo a cambiare sindacato”. Ciccill, che già si era allertato alle presentazioni quando sentì che si chiamava Mimei, ebbe ora come una stilettata al cuore. Si rabbuiò in viso e guardò torvo la cognata, ma questa cominciò a farli ragionare: ognuno può restare con le proprie idee ma questo non deve compromettere un rapporto che può diventare familiare. Solo quando Mimei si impegnò a non andare più a mettere i manifesti, Ciccill, la cui preoccupazione non era il ragazzo ma la paura che si sapesse in giro, pur di non darle un dispiacere, disse alla cognata: “dill a sord i vla vdoit viue”. E meno male che la figlia era informata di tutto. Ma a quei tempi non era raro il caso che l’ultima a saperlo fosse proprio l’interessata. Nei giorni successivi tutto filò liscio e ci fu la presentazione delle famiglie con la relativa pattuizione del corredo.

Ma quando c’è di mezzo la politica nulla è prevedibile. Capitò che il sindaco Di Molfetta, contrario come tutto il pci alla emigrazione, fece pubblicare una lettera di un emigrato andriese in Francia nella quale ci si lamentava delle condizioni miserrime in cui erano costretti a vivere gli emigrati italiani. La Comunità Braccianti non accettò questo sgarbo e avviò delle indagini tramite i consolati e i cappellani e scoprirono che l’emigrante non esiste e che la lettera era falsa. Apriti cielo: cento manifesti e migliaia di volantini contro il sindaco invasero la città. Per quanto il narratore abbia avuto modo di conoscere il sindaco Di Molfetta, lo stesso ritiene possibile che il sindaco possa essere stato vittima di una polpetta avvelenata da parte di qualche commilitone facinoroso. Sta di fatto che in città si creò un clima di tensione difficile da governare. Ciccill chiamò il futuro genero e gli disse chiaro e tondo di scomparire dalla circolazione altrimenti il matrimonio saltava. Questa volta il ragazzo capì che il futuro suocero era preoccupato della reazione che avrebbero potuto avere i compagni di partito se avessero saputo che in famiglia allignava un democristiano e cedette dandosi malato per qualche giorno.

Nel primo ventennio della repubblica la militanza politica era totalizzante e coinvolgeva anche gli affetti e i rapporti parentali. La contrapposizione era anche violenta in certi momenti, ma aveva il vantaggio che tutti partecipavano alle discussioni e a votare andava anche il 90% degli aventi diritto: ognuno sentiva la battaglia politica come una questione personale. Si votava più spesso per fede che per ragione. Il vostro narratore ricorda che all’inizio della sua esperienza l’ultima giornata di campagna elettorale quando i tempi in piazza Catuma erano contingentati, il commissario di ps metteva sempre un partito cuscinetto tra i partiti maggiori per evitare che le folle venissero a contatto tra loro: il che non avrebbe promesso nulla di buono.

A dritta e a manca i due ragazzi si sposarono felicemente e la zia della ragazza con il marito fecero da testimoni di nozze (allora si diceva d fait- di fede): solo a pranzo Ciccill rimproverò con il sorriso la cognata per aver ordito tutta la faccenda: “moue soim piur cmboir”, disse alludendo. La cognata fu lesta: disse al marito, che stava vicino a Ciccill: “dè nu vois a Ciccil piur p maie, adacsè stoim poir” (dai un bacio da parte mia, così siamo pari). Il marito abbozzò pur non avendo capito nulla, ma aveva capito tutto Filomena che chiuse la faccenda: “avast, sorm è cmmoir a l zuit naun a taie, baccalè”.

Ciccill rallentò molto la partecipazione agli eventi pubblici e le attenzioni per la cognata, dedicandosi nel tempo libero ai nipoti.

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