Le parole di Dora Conversano, in servizio presso l'I.C. "Imbriani-Salvemini"

Lettera al Ministro Bussetti di una docente andriese: «Parla a noi di sacrifici?»

«In quartieri come quello in cui opero i ragazzi non saprebbero dove andare se non si garantisse l’apertura della scuola per l’intero arco della giornata con iniziative spesso di puro volontariato»

Cultura
Andria mercoledì 13 febbraio 2019
di La Redazione
Scuola
Scuola © n.c.

Uno dei pilastri di "una scuola particolare perché inserita in un contesto particolare: un quartiere periferico della mia città, un quartiere privo di ogni tipo di servizi, volutamente “trascurato” da oltre vent’anni dalle diverse amministrazioni che si sono succedute, volutamente “lasciato ai margini” della città e “staccato” dalla stessa": Dora Conversano, docente dell'I.C. "Imbriani-Salvemini" di Andria, ha impugnato la penna (virtuale) per affidare a una lettera alcune riflessioni amare, deluse nei confronti del massimo rappresentante dell'Istruzione del Governo, ma sempre piene di amore nei confronti della scuola.

«Caro Direttore,

è da due giorni che mi domando “rispondere o non rispondere al Ministro che dovrebbe rappresentarci?”. Sa, istintivamente mi è venuto subito in mente il detto “la miglior risposta è il silenzio”…ma da docente del “Sud” che da sempre è fiera di insegnare al “Sud” (anche se sinceramente preferisco considerarmi come docente italiana che, seppur nelle mille difficoltà, è felicissima di lavorare nella scuola e di “vivere” il mondo della scuola) non riesco proprio a star zitta, non foss’altro per cercare di capire o magari per cercare di far comprendere “qualcosa” che evidentemente sfugge al Ministro.

Ho ascoltato più volte quell’intervista, al primo ascolto ho pensato subito ad una battuta; non era una battuta, è davvero convinto di quello che ha detto.

Ho provato ad ascoltare senza guardare il video, per non farmi condizionare dall’espressione e dall’atteggiamento (sa, signor Ministro, noi docenti trasmettiamo ai nostri alunni quanto sia importante, come primo passo, per qualsiasi tipo di relazione, soprattutto quella educativa e formativa, non fermarsi solo alle parole, ma cercare di leggere ed andare in sintonia con tutti gli elementi della comunicazione per riuscire ad interloquire al meglio entrando in piena sintonia con l’altro) ma niente, il messaggio che giunge è chiaro e forte: come si fa, caro Direttore, a non provare ribrezzo o rabbia?

Mi dirà: reazione esagerata. No, assolutamente no, lo ribadisco: rabbia di essere rappresentata da un signor Ministro che dimostra di non saper nulla non del Sud, ma della scuola, della scuola italiana; e per scuola italiana intendo tutto ciò che “anima” la bellezza della scuola a partire da tutti i protagonisti: docenti, dirigenti, personale ausiliario e tecnico-amministrativo, famiglie, ma soprattutto alunni che, a diverso titolo, dimostrano, con le scelte, “l’impegno”, “i sacrifici” (sì, Ministro, guardi un po’ mi sto addirittura servendo delle sue parole, ma con un senso ed un significato completamente diversi), la volontà di continuare a credere nella nostra scuola che invece continua a non essere valorizzata da coloro che ci dovrebbero rappresentare.

Caro Direttore, le sembrerò polemica, ma in realtà con le sue risposte il Ministro ha passato il guado. Siamo stanchi di non essere “considerati” e giustamente “riconosciuti” per ciò che ogni giorno facciamo, ma arrivare addirittura ad essere sminuiti perché non mostriamo abbastanza “impegno” o “sacrificio” è davvero troppo.

È da anni che, da docente del Sud, lavoro in una scuola del Sud, una scuola particolare perché inserita in un contesto particolare: un quartiere periferico della mia città, un quartiere privo di ogni tipo di servizi, volutamente “trascurato” da oltre vent’anni dalle diverse amministrazioni che si sono succedute, volutamente “lasciato ai margini” della città e “staccato” dalla stessa, dove gli unici due “servizi” presenti restano la scuola e la parrocchia. Un quartiere che solo grazie alla scuola e alla parrocchia è riuscito a far venir fuori, pur nelle tante difficoltà, la ricchezza dei suoi abitanti.

Grazie alla presenza continua di dirigenti e di miei colleghi docenti che, come me, hanno fatto non una scelta professionale, ma una scelta di vita, decidendo consapevolmente di restare e di non scappare in zone più “attrezzate” o più “considerate” dalle varie pubbliche amministrazioni. Sì, caro Ministro, perché in quartieri come quello in cui opero (in Italia) i ragazzi non saprebbero dove andare se non si garantisse l’apertura della scuola per l’intero arco della giornata con iniziative spesso di puro volontariato che si svolgono ormai da anni. Vuole continuare a parlare di “sacrificio” o di “impegno”?

Avevamo “inventato” vent’anni fa, in una città che non lo conosceva affatto, il tempo pieno per cercare di venire incontro alle famiglie che per lavoro dovevano spostarsi molto lontano da casa e avrebbero dovuto “lasciare per strada” i loro figli; mi dirà :“ma al Nord il tempo pieno già esisteva, voi al Sud eravate indietro” , beh, mi dispiace ma non è così. Oggi stiamo lottando per mantenerlo il tempo pieno visto che l’Ente Locale, in dissesto economico, ha dovuto aumentare notevolmente le tariffe del servizio mensa, con costi improvvisamente anche superiori a quelli del Nord: sa, per esempio, a questo sarebbero potuti servire i contributi alle scuole del Sud. Certo, è solo un esempio contingente. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo, la domanda che le ha posto l’intervistatore non era poi così “assurda” come si “leggeva” nelle sue risposte.

Caro Direttore, mi son fatta prendere la mano, ma lei lo sa meglio di me che in Italia (e non solo al Sud) quello del docente è uno dei mestieri meno valorizzati anche dal punto di vista economico e non è certo questa “piccola mancanza” a far venir meno l’impegno e il sacrificio di ciascuno di noi che invece quotidianamente non conosce limiti perché sono i ragazzi stessi che ci stimolano in questo.

Chiederei al Ministro di informarsi su ciò che realmente succede ogni giorno nella scuola italiana TUTTA, prima di lasciarsi andare in esternazioni diciamo “poco felici” …e, a questo proposito, se mi permette, suggerirei al Ministro una frase di don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”. E io aggiungerei: stoltezza.

Grazie, Direttore»

Lascia il tuo commento
commenti