Il racconto della domenica

Quando la politica faceva la storia

Moro e Jannuzzi ci hanno insegnato che se non badiamo noi al nostro futuro ci penseranno gli altri

Cultura
Andria domenica 17 marzo 2019
di Vincenzo D'Avanzo
Quando la politica faceva la storia
Quando la politica faceva la storia © n.c.

Come ogni anno anche quest’anno arriva il 16 marzo. Un fiume di parole, tra cui le nostre, percorre l’Italia, che ormai assorbe tutto con scarsa attenzione, da quando la politica è diventata una fiera di parole vuote di senso.

Io mi sono chiesto tante volte perché Moro ogni volta riempiva piazza Catuma fino all’inverosimile. Eppure il suo linguaggio non era facilmente digeribile da quella massa di braccianti che lo applaudiva convintamente e non come capita oggi che gli applausi sono a comando e se non te lo fanno lo puoi anche chiedere. Il linguaggio del professore, il tono del ragionatore, il calore della passione lo portava anche a ragionamenti arditi ma capaci di convincere perché gli argomenti erano commisurati alla capacità comprensiva del suo uditorio. I braccianti aspettavano per ore il suo arrivo per capire quello che stava succedendo in Italia e nel mondo.

Il comizio prevedeva l’intervento di Jannuzzi (fino al 1969) o di altri politici locali che raccontavano le problematiche andriesi, poi parlava Moro, che non rispondeva direttamente ai temi proposti ma ragionava su una prospettiva globale che anche quei temi conteneva. La sua preoccupazione era quella di far capire in che senso girava il mondo e come noi, anche il bracciante di piazza Catuma, potevamo approfittare di quella evoluzione e soprattutto disegnare il tipo di società che volevamo. Quando alla fine chiedeva il voto per la democrazia cristiana non accennava mai a un provvedimento singolo ma a una prospettiva comune.

Piazza Catuma fu il teatro di tante battaglie dialettiche: in quella piazza i cafoni del sud, i braccianti analfabeti, gli emarginati diventarono cittadini italiani, cioè parte di un progetto unitario a cui erano chiamati ad essere protagonisti e non spettatori. Per questo tutti i grandi oratori ci tenevano a quella piazza: da Moro ad Almirante e soprattutto Jannuzzi, il quale concludeva i suoi comizi con la banda: di festa (democratica) infatti si trattava.

Di solito si dice che Moro e Jannuzzi fossero amici, il che era solo parzialmente vero. Tra loro non era tanto il rapporto umano a valere quanto la condivisione di valori e progetti. Quando interrogai il figlio del senatore su come si sarebbe comportato il padre in occasione del sequestro Moro l’ambasciatore Giovanni non ebbe dubbi: si sarebbe battuto come un leone per salvargli la vita, ma non per ragioni politiche o umanitarie ma perché entrambi credevano nel valore della singola persona umana. Nel contempo Moro lasciò identica testimonianza. Quando toccò a lui dare le carte a Roma, Moro voleva attribuire un ruolo al nostro senatore, ma gli accordi politici non lo consentivano perché Jannuzzi si rifiutò fino alla fine di aderire a una corrente e i posti si assegnavano in base a calcoli matematici. Criteri che anche i capi storici subivano perché anche un grande progetto politico cammina con le gambe degli uomini e gli uomini non sono tutti idealisti. Fu nominato ministro per il sud l’on. Antoniozzi: Moro se lo chiamò e gli disse: fatti aiutare dal senatore Jannuzzi che conosce bene il sud. Fu l’epoca in cui si realizzarono i grandi interventi di politica agraria: elenchi anagrafici, integrazione dell’olio, la piccola proprietà fondiaria ecc. Di queste riforme Jannuzzi fu protagonista pur non avendo ruolo nell’esecutivo. Lezione magistrale per la politica di oggi.

Sia Moro che Jannuzzi nell’esercizio del ruolo politico si approvvigionavano dal privato. Moro quando veniva in Andria si rifugiava spesso nella casa di un amico e lì conosceva la vita degli andriesi: di tutti conosceva quello che era importante sapere e al momento opportuno sapeva rinunziare agli interessi della sua parte politica per favorire l’interesse della città. Accadde nel 1976 per la individuazione del successore al senatore Jannuzzi.

Jannuzzi era solito ricevere il suo popolo nel villino in via Corato, dove ascoltava tutti e si mortificava quando non riusciva ad aiutarli, cosa che peraltro accadeva raramente. Se non vivi in mezzo alla gente non puoi interpretarne i bisogni. Fulgido l’esempio del 1961: si celebrava il centenario dell’unità d’Italia. La manifestazione ufficiale era a Roma ma contemporaneamente in tutta Italia. Il sindaco Marano andò a Roma in rappresentanza della città, ma Jannuzzi volle rimanere in Andria per celebrare l’evento in mezzo alla sua gente. E il popolo corrispondeva a questo moto dell’anima. Persino gli studenti universitari che spesso nella loro festa (della matricola) lo sottoponevano a una qualche ironia lo facevano sempre con rispetto, consapevoli di trovarsi di fronte a una personalità che alla città stava dedicando per intero la sua vita, senza chiedere nulla in cambio. E poi quella folla ai funerali: c’era tutta Andria sui marciapiedi mentre scorreva il corteo funebre, un’Andria smarrita, incapace di pensare a un futuro senza il suo essenziale punto di riferimento. E così fu per Moro e per Jannuzzi: dopo di loro la politica sarà diversa ad Andria e in Italia, non perché nacquero allora le divisioni o la cura degli interessi (ci sono stati e ci saranno sempre) ma perché con la loro scomparsa veniva a mancare in Italia e ad Andria la capacità di delineare una visione d’insieme che riuscisse a contornare di nobiltà una politica fatta anche di miserie.

Per questo da Moro e Jannuzzi, che ho voluto ricordare insieme in questa circostanza (fra poche settimane ricorderemo il cinquantesimo anniversario della morte di Jannuzzi), sono in grado di insegnare ancora. Sarà vero che il popolo ha la classe dirigente che si merita? Non lo so. Ma so di certo che i politici devono portare in dote la signorilità, che non è diventare casta ma interpretare la nobiltà di un popolo. La sciatteria dialettica , impastata persino di volgarità, di questi giorni ci fa a volte vergognare per averli eletti. I dibattiti privi di indicazioni per il futuro ci fanno avere paura del presente. Non sono uno sportivo da stadio, ma la vittoria della Juventus contro l’atletico Madrid ha valore proprio per questo: una squadra compatta trainata da un leader con le idee chiare vince contro una squadra che ha paura e si mette in difesa. Il riferimento finisce qui perché il gestaccio di Ronaldo è solo più volgare di quanti si producono in Parlamento.

Consentitemi di concludere con un accenno all’attualità. Negli anni '50 lo sforzo personale di Jannuzzi e la intuizione dello Stato furono quelli di distribuire i terreni ai braccianti perché potessero assumere una dignità autonoma. Oggi sembra avviato un processo contrario. L’indolenza, la mancanza di coraggio, l’incapacità di guardare lontano stanno determinando una crisi senza precedenti della nostra agricoltura, cioè della nostra ricchezza. Tra gelata e Xylella si annunciano tempi bui. La nostra politica non si è accorta che stiamo assistendo a uno stravolgimento epocale: nessun intervento che abbia il sapore della urgenza, ognuno intento a calcolare cosa è più produttivo in termini elettorali. Ormai la Xylella è a quattro passi da noi: qualora non riuscissimo a bloccarla i primi a saltare in Andria saranno i coltivatori diretti, i piccoli proprietari che non avranno i mezzi per superare la crisi. Avremo un nuovo latifondo perché le terre potrebbero essere vendute a prezzi stracciati. Ma anche i grossi proprietari dovranno avere paura. Il nuovo latifondo sarà quello delle multinazionali. Le stesse che stanno desertificando l’Africa per occupare il continente. Accadrà lo stesso da noi? Anziché preparare tappeti …. di seta, chi ha una qualche responsabilità pubblica abbia il coraggio di decisioni adeguate.

Moro e Jannuzzi ci hanno insegnato che se non badiamo noi al nostro futuro ci penseranno gli altri.

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