Il racconto della domenica

Il lavoro, l'impegno sociale, politico e poi la famiglia: la storia di Michele

L’epoca dei grandi scioperi, di quando la città si paralizzava nei momenti cruciali del lavoro agricolo

Cultura
Andria domenica 22 settembre 2019
di Vincenzo D'Avanzo
consegna pullman
consegna pullman © n.c.

Quella mattina di giugno del 1962 Michele sprizzava rabbia da tutti i pori: una lettera anonima in difesa della candidatura al Parlamento, che si sarebbe rinnovato l’anno successivo, dell’on. Leonardantonio Sforza girava negli ambienti di sinistra. Per Michele quella lettera, pur animata da un intento nobile, conteneva il rischio dell’autogol. Il tempo gli darà ragione ma non per i motivi che lui sospettava.

Nel 1946, quel drammatico sette marzo, Michele, non ancora maggiorenne, era sotto il palazzo delle sorelle Porro quando si scatenò il putiferio. Egli non partecipò materialmente agli eventi, ma era tra gli urlatori più esagitati. Il padre era morto da poco ma aveva avuto il tempo di raccontare al figlio tutte le ingiustizie subite dalla vita, dalla guerra, dal lavoro. Aveva avuto un pezzo di terreno a mezzadria, ma le angherie subite dal proprietario lo portarono a restituirlo, anche perché insufficiente a mantenere la famiglia. Per questo lui, che la guerra l’aveva guardata da lontano per la giovane età, subito dopo decise di partecipare attivamente alla vita sociale e politica soprattutto nel sindacato per riscattare quelli che lui chiamava “i morti di fame” che mantenevano in vita i signori del palazzo.

Per fortuna rimase fuori dal processo perché gli avvocati difensori delle due parti, preoccupati dei possibili risvolti sociali, riuscirono a trovare un equilibrio nobile: pur essendo tutti comunisti gli imputati (poi condannati per l’eccidio -tranne due) sia Jannuzzi difensore delle sorelle Porro che Sforza per gli imputati riuscirono a tenere fuori dal tribunale i partiti. Un loro coinvolgimento poteva portare Andria alla guerra civile. Questa soluzione fu salutare per l’intera città perché aprì una fase di rasserenamento delle tensioni, che non scomparvero ma rimasero incanalate nell’alveo della democrazia. Proprio questo clima consentì il primo compromesso storico in assoluto quando nel 1952 la DC prestò tre assessori alla giunta comunista in crisi, lo stesso clima che determinò una civile dialettica amministrativa tanto che Marano, a conclusione dell’amministrazione Jannuzzi, ringraziò Marmo del MSI e Sforza e altri consiglieri del PCI per la collaborazione prestata nella realizzazione della mole di opere pubbliche realizzate in quel periodo. È lo stile dei grandi uomini che all’interesse personale o della casacca preferiscono il bene comune. La polemica ha senso se tende a migliorare i comportamenti dell’avversario non a distruggere l’efficacia della sua azione o demolire la sua credibilità.

Per questa opera meritoria sia Jannuzzi che Sforza furono eletti al Parlamento, rispettivamente il primo per la DC e il secondo per il PCI, attuando di fatto un principio cardine della rappresentanza popolare. L’Italia nel 1946 aveva abbandonato il sistema elettorale che consentiva a poche élite di eleggere il Parlamento per realizzarne uno che permetteva a tutti di votare ed essere votati. I collegi per l’una e l’altra Camera erano diversi perché riuscissero a rappresentare le comunità locali in modo efficace. Non si pensò a risparmiare sul numero dei parlamentari perché a costoro non furono attribuiti significativi privilegi che poi saranno inseriti nel tempo rendendo onerosa la vita del Parlamento. Questa rappresentanza locale consentì al sen. Jannuzzi di far passare come legge dello Stato un progetto di decine e decine di chilometri di rete idrica e fognante per 506 milioni di lire (cifra enorme per quei tempi) per eliminare radicalmente i pozzetti neri e “l pruis”: quel sistema antigienico che “profumava” Andria a quei tempi.

Michele lavorava in una grossa azienda agricola dove era riuscito a farsi rispettare sia dagli operai ma anche dal proprietario che vedeva in lui un trascinatore sia nel lavoro che nella rivendicazione dei diritti. Era l’epoca dei grandi scioperi quando la città si paralizzava nei momenti cruciali del lavoro agricolo. Preso dal lavoro e dall’impegno sociale Michele trascurò la vita affettiva, nonostante intorno a lui molte erano le ragazze che lo corteggiavano: lui con esse ci ballava, scherzava ma tutto finiva lì.

Finalmente fu la sorella ad aprire i suoi di occhi: “Mchè si fatt grann quannà t dcid a fatt na famiggh?” Generoso sempre con i suoi impegni anche questa volta Michele si guardò intorno ed ebbe solo l’imbarazzo della scelta. La freccia del suo cuore raggiunse una bella ragazza, alquanto più giovane di lui ma abbastanza seria da poter mettere su famiglia in breve tempo come Michele chiedeva. I preparativi andarono benissimo, anche la data del matrimonio fu scelta di comune accordo. Il problema sorse quando Michele comunicò alla fidanzata che la sua militanza politica impediva il matrimonio in chiesa. La ragazza si disturbò. Aveva già nel cassettone della nonna l’abito bianco e soprattutto ci teneva a benedire le sue nozze. Cominciò un tira e molla che durò diversi giorni mettendo a rischio il matrimonio stesso. Per fortuna si volevano veramente bene. E l’amore, si sa, scala anche le montagne. La ragazza, pertanto, voleva assolutamente il matrimonio in chiesa, a Michele premeva che i suoi compagni lo deridessero e gli facessero perdere prestigio se avesse ceduto. Ma furono proprio gli amici politici alla fine a suggerire la soluzione: decisero di sposarsi all’alba come accadeva per le coppie che si sposavano quando la donna era già incinta. Come si vede ci sono fatti che sono sempre accaduti solo che prima li nascondevano ora li esibiscono. Al narratore è capitato di assistere a un matrimonio e sentire il prete complimentarsi per la vivacità della bambina della coppia che si sposava. Tuttavia in questo caso la ragazza allertò i familiari che parteciparono alla funzione, mentre nel caso della donna incinta erano ammessi solo i testimoni. Prima della Messa la ragazza si avvicinò al sacerdote e disse di pregare anche per lo sposo perché “è nu bunn crstioin”. Il prete sorrise ponendo la mano sulla testa del ragazzo che a quel punto sorrise anche lui. Il pranzo di matrimonio si tenne in campagna presso la masseria del proprietario dove lavorava lo sposo e non si ebbe scandalo.

Anche da sposato Michele continuò la sua vita di impegno sociale sempre dividendosi tra il parlamentare on. Sforza a cui lo legava un’autentica devozione e l’astro nascente del PCI che agli inizi degli anni sessanta era il trascinatore di popolo che poi diventerà sindaco della città: Natale Di Molfetta. Fu l’epoca nella quale lo scontro divenne di nuovo infuocato e il linguaggio politico diventò populista (diremmo oggi. Come si vede la storia non è mai originale, ndr). Fu il momento in cui a sinistra si pensò alla possibilità di rottamare persino i parlamentari. Qualcuno voleva togliere la candidatura l’anno successivo a Sforza per sostituirlo con un altro. Nessuno dirà mai che a lui interessino le poltrone, ma per averne una si è disposti a tradire l’amicizia e a buttare addosso all’avversario badilate di melma fetida. E siccome i partiti avevano una forte caratterizzazione ideologica la battaglia a viso aperto era complicata ed ecco il ricorso alle lettere anonime. Quando toccherà al vostro narratore andare a salutare come sindaco il procuratore della Repubblica costui, a mo’ di avvertimento, aprì un cassetto e disse: “guardi sono tutte lettere anonime”. Vero o falso l’avvertimento era partito. Quasi a dire che Cesare fu fortunato a guardare in faccia il suo Bruto.

In quella circostanza persino i “difensori” di Sforza ricorsero all’anonimato per denunciare la nefandezza di chi voleva prendere il suo posto accusandolo di aver già comprato un suolo a Roma, tanto era sicuro che ci sarebbe andato da parlamentare. Michele reagì negativamente nei confronti dei redattori di quella missiva perché lui era abituato a combattere a viso aperto e riteneva che Sforza meritasse ancora il mandato parlamentare. Le cose andarono diversamente dalle sue aspettative. Il partito varò la norma del doppio mandato (senza mandati zero, però) e per addolcire la pillola agli esclusi venne fuori l’immediato percepimento di quella che per pudore non fu chiamata pensione ma vitalizio, d’accordo anche gli altri partiti. Questo vitalizio aveva però uno scopo preciso: i partiti erano diffusi sul territorio ma mancavano di una organizzazione strutturata. Gli ex parlamentari dopo due mandati diventavano funzionari di partito e quindi mettevano a disposizione degli iscritti le loro conoscenze e le loro amicizie. Nasceva la nuova classe dirigente capace di tutelare gli interessi della persone (non della gente) e molte furono le leggi che partirono dal territorio: si pensi agli elenchi anagrafici voluti dal sen. Jannuzzi che consentirono il sussidio di disoccupazione ai braccianti che non lavoravano l’intero anno. Reddito di cittadinanza? Forse meglio strutturato, anche se si trovarono dentro qualche macellaio, qualche sarto e tante donne. Jannuzzi, abituato a vivere tra il suo popolo, in quella circostanza interpretò un bisogno di giustizia. Un parlamento vale non per quanto costa ma per quello che fa.

Intanto Michele, scornato per la mancata candidatura di Sforza, abbandonò l’impegno sociale dedicandosi interamente alla famiglia che cresceva in modo significativo, diventando nel contempo massaro del suo datore di lavoro. Un massaro gentile: leale con la proprietà, disponibile con i dipendenti. Aspetterà dieci anni per accorrere di nuovo al municipio per applaudire “il suo amico” Sforza eletto sindaco.

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