Il racconto della domenica

Quando si emigrava con dignità

In Germania all’inizio fu dura. I tedeschi se avevi un cane ti fittavano la casa ma non se avevi figli. Senza parlare di pregiudizi, se sbagliavi qualcosa subito il luogo comune: i soliti italiani!

Cultura
Andria domenica 20 ottobre 2019
di Vincenzo D'Avanzo
Quando si emigrava con dignità
Quando si emigrava con dignità © n.c.

Era passato da poco mezzogiorno e Maria si preparava alquanto triste a un pranzo da sola con i figli. In mattinata aveva cercato il marito Tomaso diverse volte al telefono per sentire almeno la voce in quel giorno speciale: ricorreva il 33° anniversario di matrimonio e quasi tremila km la separavano dal marito in Germania. Risposte zero. Era avvolta nei suoi pensieri rincorrendo i giorni felici e quelli sfortunati quando suonano il campanello: il figlio più veloce corre allo spioncino: «mamma, c’è un signore con i fiori», urlò. La mamma disse al figlio di mandarlo di fronte. E così fece il ragazzo: di fronte era morta una donna. Ma la voce dei fiori insistette: «questi fiori sono per mamma». «Ha detto che sono per te», gridò ancora il ragazzo che aveva l’ordine di non aprire. Maria arrivò allo spioncino e guardando fuori vide tante rose rosse ma il volto del portatore non si vedeva. Guardò giù fino a terra e finalmente riconobbe le scarpe: le aveva comprate al marito prima che partisse per la Germania. Spalanca la porta e con la bocca chiama i figli a salutare il padre mentre le braccia scansavano i fiori per abbracciare il marito felice della sorpresa. I figli si misero a contare le rose: erano giusto trentatré. Tremila chilometri con il suo taxi per dire ancora “ti amo”.

Infatti Tomaso ora in Germania faceva il tassista a tempo pieno: quando era stato per la seconda volta faceva il postino e nel tempo libero il tassista, mentre all’inizio aveva cominciato a lavorare come operaio a Stoccarda nella Beher, una grossa ditta di radiatori. Ma la sua avventura all’estero era iniziata in Francia per pochi mesi nella stagione delle barbabietole all’inizio degli anni Sessanta.

L’emigrazione non è una condanna ma il frutto di una libera decisione ispirata dall’ansia di migliorare la propria qualità di vita. Quando l’uomo scoprì che la terra poteva dare da mangiare non sapeva coltivare e cominciò a spostarsi man mano che le piante mangerecce si esaurivano. E anche quando impararono a coltivarla andavano alla ricerca di terreni migliori, che normalmente erano quelli vicini all’acqua: per questo gli insediamenti nascevano vicino ai fiumi o al mare. Migrare è elemento costituzionale dell’uomo come il tentativo di migliorare la qualità della vita. Ogni uomo ha nei suoi sogni un’”America”. Se ci rinuncia è perché l’America riesce a trovarla a casa oppure non la cerca.

Il padre di Tomaso faceva il guardiano ma quella vita faticosa non era per lui, soprattutto perché si sentiva isolato dal mondo. Ecco avvicinarsi alla Comunità Braccianti per tentare la fortuna. Don Riccardo Zingaro gli propone la Francia per un esperimento. «Vediamo se ti va bene lavorare all’estero». «Va benissimo», disse al ritorno: «lì si lavora ma hai la soddisfazione di guadagnare bene». E così si mise in lista d’attesa per la Germania. Andria in quel periodo si mostrò all’altezza del compito storico: accompagnare migliaia di suoi figli nella ricerca di una vita migliore.

La guerra era ancora fresca nella mente degli italiani, i quali avevano capito che in quella occasione si erano persi tanti figli o mariti anche per la disorganizzazione dello Stato. Andria aveva allora una classe dirigente all’altezza del compito loro affidato sia come amministrazione che come organizzazione religiosa e sindacale. La fame aguzza l’ingegno e apre il cuore. Ecco allora il senatore Jannuzzi, il dott. Marano e don Riccardo Zingaro mettere su una rete di protezione a favore dei migranti che può essere di esempio ancora oggi: nessuno doveva partire all’avventura, tutti dovevano partire con il contratto in mano, un letto assegnato e un cappellano tedesco che lo seguisse in tutte le sue problematiche.

Tomaso sale sul treno a Barletta verso un futuro pieno di incognite. A terra nella stazione si piange, ma Tomaso quando prende la sua valigia e sale sul predellino del treno non si gira più indietro, non vede quello che succede a terra, è deciso a sfidare la sorte. A Verona il treno si ferma: tutti i migranti subiscono la visita medica e partecipano a un colloquio attitudinale per verificare l’idoneità al tipo di lavoro che li aspetta in Germania, altrimenti a casa. Tomaso viene dichiarato idoneo e il giorno dopo si trova catapultato a Stoccarda nella Beher a fare radiatori, lui che sapeva solo coltivare la terra. Ma questo i tedeschi lo sapevano e infatti accompagnarono gli italiani in una specie di tirocinio, utile anche per superare i problemi della lingua e dell’ambientamento. Don Riccardo - in questo ventennale della morte bisognava fargli un monumento grande quanto piazza catuma - attraverso la rete dei cappellani aveva selezionato le ditte che sotto il profilo dei diritti fossero più affidabili. Chi partiva da solo correva rischi enormi. Tomaso capì che tutta questa attenzione sulla sua persona doveva avere un riscontro di gratitudine. Si mise a lavorare di buona lena, rispettava i suoi superiori e veniva da questi rispettato tanto che gli stessi acconsentirono all’unico vizio che lo attanagliava: la nostalgia. Poco e spesso piombava in Andria a fare il carico di aria natia senza essere mai sfiorato dalla tentazione di tornarsene in patria, anche perché la sorte approfittò del vizietto per tendergli una trappola.

«Visto che vai a Stoccarda che non è molto lontana da Bremen ti dispiace portare questo pacchettino ai miei parenti?», gli disse un amico. Tomaso accettò di buon grado, ignaro che quel pacchettino si sarebbe trasformato nella freccia del dio amore. Infatti a destinazione trova una bella ragazzina che lui aveva conosciuto ad Andria quando lei aveva appena 13 anni. Avendone lui 9 in più non la degnò di uno sguardo, anche se la mocciosa se lo guardava, sia pure con occhi innocenti. Ora invece di anni ne aveva poco meno di 18. È vero, restavano sempre nove di differenza ma non si notavano più come allora. Maria voleva l’italiano perché dei tedeschi non si fidava. Quando il padre le fece la fatidica domanda: «lo vuoi veramente?», lei si pose il dilemma: «se dico subito si mi dirà che sono sfacciata, se dico no rischio di perdere una occasione». Prese un po' di tempo, ma proprio un po' perché qualche giorno dopo disse un si che rimbombò fino ad Andria. Fu vero amore? Boh! Però dal 1966, quando si sposarono, ad oggi nessuno e niente li ha separati e ancora ora che sono in pensione danno l’impressione che stanno per litigare ma poi si sciolgono in una bella risata. L’amore non è bello se non è litigarello. Se invece è lite e si rompono i piatti allora è un’altra cosa. Il vostro narratore mangia ancora nei piatti di quando si è sposato e deve sorbirsi la moglie che spesso si lamenta: «i meie s rombn?»

Il lavoro per Tomaso va bene, è benvoluto in fabbrica, guadagna come si conviene, ma lui è insoddisfatto: sempre chiuso in quattro mura, sempre gli stessi gesti ripetitivi. Ha bisogno di aria, di vita. Sente di un concorso alle poste. Girare per il quartiere, conoscere gente, perfezionare il suo tedesco era sempre stato il suo sogno. «Ci proviamo?», chiese alla moglie. «Fai come ti pare, attenzione però a non perdere questo lavoro». La legge tedesca prevede che per aspirare a una nuova occupazione bisogna stare disoccupati da almeno un mese. Il nostro amico accetta la componente di rischio, anche se sapeva che in fabbrica lo avrebbero ripreso subito. Supera la selezione e riprende una nuova vita anche sotto il profilo economico: finito il suo turno alle poste comincia a fare il tassista: ora conosce la zona benissimo e se la sbriga bene con le strade. Con l’età la nostalgia della terra natia si faceva sentire sempre di più: racimolare un gruzzoletto per rientrare in Italia diventò l’obiettivo primario. E così avvenne.

Tornati ad Andria Tomaso e Maria si avventurarono nel commercio: un negozio di intimo. Puntarono in alto con prodotti firmati e la gente ci andava e persino comprava ma a pagare erano restii. E poi quel furto della macchina nuova con tutta la merce per il negozio. Non passò molto tempo che dovettero tirare i remi in barca. Questa volta c’era un problema in più: l’età. La signora Maria non se la sentiva di rifare le valigie e salire di nuovo su un treno. Tomaso accettò di partire di nuovo, ancora da solo. Alle poste sarebbero stati pronti a riassumerlo, ma Tomaso questa volta resistette, sperava che la sua permanenza non fosse lunga, giusto il tempo di riprendersi dalla scoppola commerciale e raggiungere l’età della pensione. Riprese a fare il tassista, cosa che gli consentiva di essere libero anche di fare un salto ad Andria quando la nostalgia lo assaliva. Di qui la sorpresa delle trentatré rose.

In Germania all’inizio fu dura. I tedeschi se avevi un cane ti fittavano la casa ma non se avevi figli. Senza parlare di pregiudizi, se sbagliavi qualcosa subito il luogo comune: i soliti italiani! Ma Tomaso quando non ne poté più rispose a muso duro: «quando sbaglio rimproveratemi, ma non dite che è successo perché italiano: questo non ve lo consento». Quasi per incanto il rispetto verso di lui aumentò a dismisura.

Ora sono ad Andria a godersi la pensione dopo 43 anni complessivi trascorsi in Germania. Al vostro narratore risulta di certo come tanti vorrebbero tornare. Se lo Stato si ponesse il problema di favorirne il rientro ne guadagnerebbe in credibilità, affidabilità e anche con non pochi guadagni economici. Sarebbe straordinario se il problema delle migrazioni in entrata e uscita fosse posto in termini di serietà e non utilizzando vuoti slogan propagandistici. Sarebbe bello se emigrare oltre ad essere libera scelta fosse anche la realizzazione di un progetto di vita. La speranza di una vita migliore è nei sogni di tutti. Realizzarla dev’essere consentita a tutti in patria e all’estero. Questa sarebbe vera globalizzazione.

Nota: conversando con Maria e Tomaso Tragno.

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I commenti degli utenti
  • Mauro Torta ha scritto il 20 ottobre 2019 alle 14:30 :

    Il titolo farebbe pensare che oggi si emigra senza dignità. Rispondi a Mauro Torta

  • Edda Vernile ha scritto il 20 ottobre 2019 alle 12:16 :

    Che forti i tuoi genitori....😊 Rispondi a Edda Vernile

  • Giuseppe Petruzzelli ha scritto il 20 ottobre 2019 alle 06:23 :

    Encomiabile ed apprezzabile racconto di vita vissuta di un emigrante. Al solito, puntuale e solida la narrazione degli avvenimenti che descrivono lo sviluppo della "vita del'emigrante". Mi si consenti una piccola precisazione: la "non lontana Bremen" dista 630 Km da Stoccarda. Tempo medio di percorrenza in macchina ca. 6 ore. Rispondi a Giuseppe Petruzzelli