Il racconto della domenica

Sacra spina, una storia d'amore che continua

Un evento che per il popolo era certo mentre le gerarchie ecclesiastiche si approcciavano con qualche giustificata cautela

Cultura
Andria domenica 29 marzo 2020
di Vincenzo D'Avanzo
Sacra spina, una storia d'amore che continua
Sacra spina, una storia d'amore che continua © n.c.

In vista del 25 marzo del 2005 Andria era attraversata da uno speciale fermento. Da mesi si parlava del miracolo della Sacra Spina: un evento che per il popolo era certo mentre le gerarchie ecclesiastiche si approcciavano con qualche giustificata cautela. Anche nella famiglia di Antonietta e Nicola l’evento era atteso ma con diversa predisposizione: Antonietta, che non mancava ad ogni funzione preparatoria, era convinta che anche questa volta il miracolo non sarebbe mancato, mentre Nicola era peggio di san Tommaso che doveva vedere. I due figli adolescenti, freschi della dottrina imparata al catechismo e degli insegnamenti dell’ora di religione a scuola, erano più possibilisti. Soprattutto la ragazza che era convinta che i miracoli sono possibili: il fatto che la Spina si sia conservata intatta dopo tanti secoli, le avevano detto a scuola, era già un miracolo. E poi non abitavano loro su via Madonna dei Miracoli?.

Il venerdi pima della settimana santa presso la chiesa di Gesù di Misericordia si celebra la festa zonale con tanto di processione e qualche luminaria. Antonietta quel giorno convinse il marito a partecipare alla processione. Nicola si prestò con qualche titubanza. Pensava che pregare fosse una cosa per “femmine”, l’uomo doveva dimostrare di sapersela cavare da solo. Alla religione concedeva il giorno di Natale e Pasqua. Quel giorno si era visto in giro anche l’anziano parroco delle Croci ora in pensione. Don Riccardo in quel periodo aveva il suo da fare a raccontare la sua esperienza del 1932 quando egli potette assistere da vicino all’ultimo miracolo della sacra Spina e Antonietta lo invitò a casa per assaggiare un pezzo di calzone preparato con le sue mani. Don Riccardo conosceva bene quella famiglia perché ogni anno era entrato in casa per la benedizione pasquale: era l’occasione per conoscere una ad una le sue anime. Anche quando lo rifiutavano lo facevano con rispetto, non rinunciando tuttavia a scambiare qualche parola. Antonietta, con l’astuzia tutta femminile, lo aveva invitato apposta per fargli raccontare quello che aveva visto quando era ancora giovane in modo da convincere il marito. E don Riccardo non lesinò particolari. Quello che impressionò i presenti (c’erano famiglie del vicinato) fu la commozione che egli manifestò nel ricordare l’evento e il suo sottolineare la massiccia presenza dei fedeli andriesi e i tanti pellegrinaggi che si registrarono dai paesi vicini, quasi a invocarli come testimoni. A volte noi siamo distratti, presi dai tumultuosi eventi quotidiani non ci fermiamo ad ascoltare i segnali che Dio ci manda. "Io ho avuto il privilegio di guardare con i miei occhi quando le gocce di sangue raggrumito cominciarono ad arrossarsi e vi assicuro che sembrava di essere presenti in Palestina quando quelle gocce si aggrappavano alla corona di spine per non cadere per terra". Ci fu qualche secondo di silenzio per smaltire l’emozione che pervadeva tutti.

Poi Nicola osò chiedere come fosse arrivata questa Spina ad Andria. Don Riccardo non si fece prendere alla sprovvista e si mise a raccontare di quando c’erano le Crociate per liberare la terra santa e di come quelli che andavano cercassero di portarsi in patria le reliquie di Cristo o le testimonianze di quella terra benedetta. L’intera corona di spine arrivò in Francia e grazie a san Luigi IX fu eretta una cappella per custodirla degnamente. Poi cominciarono a tirare le spine per farne omaggio agli amici e fu allora che il re Carlo D’Angiò regalò la più lunga alla figlia Beatrice che la portò ad Andria nel 1308 quando sposò in seconde nozze il duca Bertrando del Balzo e si trasferì ad Andria. Grande fu la festa che fecero gli andriesi in quella circostanza tanto che anche noi costruimmo una cappella apposita nella cattedrale per conservarla degnamente. Il popolo è rimasto legato a questa reliquia e la stessa reliquia è rimasta fedele agli andriesi: cominciò una storia d’amore che ancora continua.

A dimostrazione don Riccardo raccontò di quando nel 1799 le soldataglie francesi con l’aiuto di Ettore Carafa occuparono Andria uccidendo 687 cittadini e saccheggiando i nostri beni. Tra l’altro rubarono il busto di san Riccardo e la teca che conteneva la sacra Spina, teca regalata dagli stessi Carafa per contenere la preziosa reliquia. Ma la Spina non si allontanò da Andria. I francesi la monetizzarono subito e, di mano in mano, andò a finire a Venosa senza però la teca. Misteriosamente nel 1837 giunse voce al vescovo mons. Cosenza della presenza della nostra Spina in quella cittadina e il vescovo incaricò il canonico Lomuscio di andarla a recuperare, cosa che avvenne grazie alla disponibilità della famiglia che la deteneva. La sacra Spina rientrò ad Andria dove presso la chiesa dell’Annunziata l’attendeva il popolo che l’accolse con grida di gioia accompagnandola in processione sino alla cattedrale. E qualche giorno dopo si compì il miracolo anche se era il mese di ottobre. Don Riccardo concluse che quel prodigio fu la conferma che quella era la nostra Spina e che finalmente era tornata a casa. Il vostro narratore ricorda di aver letto una volta che "nella storia gli uomini si agitano e per fortuna Dio li conduce".

Un "Si sndiut u sceim", risuonò secco alla fine profferito da Antonietta verso il marito. "Nan sapeiv", fu la sua risposta imbarazzata, suscitando la risata generale. Fu un altro uomo a salvarlo: "crrò,niue scioim four, chiss fatt na l sapoim (noi andiamo in campagna e questi fatti non li conosciamo)".

Il 24 marzo la moglie a pranzo disse al marito: "domani non vai in campagna". Sembrava una comunicazione che non ammetteva discussione. Il marito invece argomentò che doveva andarci necessariamente in quanto stava curando la potatura e aveva contrattato la presenza anche di due altri braccianti che lo dovevano aiutare. La moglie borbottò qualcosa che fece arrabbiare il marito: lei voleva che il marito fosse presente con lei in cattedrale al momento del miracolo con tutta la famiglia. Tra marito e moglie calò il silenzio quella sera. Lei intanto si dava da fare a preparare tutto il necessario per la cena del giorno dopo: "e a pranzo?" chiese il figlio e lei rispose che il venerdi santo a casa sua si faceva il digiuno. L’indomani lei voleva essere libera. Infatti fu tra le prime ad entrare in cattedrale il giorno dopo insieme alla figlia, mentre il figlio rimase ad aspettare il padre. Ma Nicola quel giorno non si raccapezzava niente in campagna. Per fortuna erano andati con due macchine, per cui a un certo momento disse agli altri operai che aveva un impegno e se ne tornò a casa. Fece uno spuntino veloce con il figlio e insieme scapparono in cattedrale. La moglie era in prima fila tra i banchi predisposti verso la cappella di san Riccardo dov’era la sacra Spina attorniata da un manipolo di laici e sacerdoti che osservavano con una lente di ingrandimento la reliquia. Nicola con il figlio rimase dietro. Il vostro narratore era lontano nei pressi della scala della cripta quando vide il Vescovo, che era in piazza catuma per la conclusione della processione dei Misteri, arrivare a passo veloce e dirigersi direttamente verso la sacra Spina. Nicola, che era nei pressi, salì sul banco per guardare. Traballò quando scattò l’applauso che giunse fino alla piazza. La commissione aveva notato delle variazioni di colore e piccole granulazioni biancastre-lanuginose e il rilievo di una sporgenza rosso rubino sulla punta. Dio è sempre puntuale agli appuntamenti con gli uomini. E Nicola si fece il segno della croce lanciando un bacio volante al Crocifisso che era sull’altare. Non aveva visto ma aveva creduto.

Nei giorni successivi Nicola raccontava a tutti la sua avventura fino a quando incrociò don Riccardo e gli disse: "è serie u fatt". E don Riccardo di rimando: "pu Padrtern nan s sciouc (con il Padreterno non si gioca)".

L’arcidiacono Barbarossa di Minervino nel 1864 scrisse: “Andriesi, e non è la vostra città che presenta una storia di luminosissime imprese, monumenti di gloriosa antichità, templi di fede intemerata, un cielo dalle sue aure balsamiche, un suolo dalle sue ridenti colline e dai suoi campi ubertosi, e finalmente i suoi figli in ogni età, per tutte le discipline, in patria e fuori celebrati? Andriesi, siate consci delle vostre glorie e superbite (siate orgogliosi) di retaggio così invidievole”. All’arcidiacono sfuggì di citare la presenza più prestigiosa? Forse sottintendeva che tutte quelle opere fossero anche il frutto di quella carezza di Dio verso la nostra città per la fede con la quale il popolo ha accolto la preziosa testimonianza del sacrificio di Suo Figlio. L’orgoglio vero si accompagna alla responsabilità (verso la Storia e verso i contemporanei) e la responsabilità ci fa umili.

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